Dan Simmons - Ilium

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Ilium: краткое содержание, описание и аннотация

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Attenzione! Thomas Hockenberry è stato un insegnante universitario di storia, con una vita assolutamente normale. Per quale motivo, allora, si trova adesso ad assistere alla Guerra di Troia, al servizio degli dèi dell’antica Grecia? E perché gli stessi dèi sembrano padroneggiare una tecnologia avanzatissima, con la quale cercano di alterare il corso degli eventi e di uccidersi a vicenda? Intanto, in un futuro lontano migliaia di anni, su una Terra dove i pochi abitanti rimasti hanno come sola occupazione il divertimento, solo un uomo ricorda ancora l’antica arte della lettura e la sfrutta cercando di risolvere l’enigma più grande di tutti: chi ha costruito le macchine che governano il pianeta? Dall’autore che ha cambiato la fantascienza, la sua saga più intensa e appassionante, dove il gusto per la ricostruzione storica si mescola con i grandi scenari di un futuro apocalittico e affascinante.
Vincitore del premio Locus per il miglior romanzo di fantascienza in 2004.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 2004.

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Ma la forbice poteva muoversi. Come Orphu aveva spiegato a Mahnmut, "il momento angolare può essere una cosa multisplendida, mio piccolo amico".

La nave, nella quale si annidava l’amato sommergibile di Mahnmut, si era avvicinata a Io e al tubo di flusso, anche dopo la massima accelerazione dei rimorchiatori a ioni, a una velocità di soli ventiquattro chilometri al secondo circa, meno di ottantaseimila chilometri all’ora. A quella velocità occorrevano più di quattro ore solo per coprire la distanza del tubo di flusso tra il polo nord di Io e quello di Giove e sarebbero occorsi anni terrestri per arrivare a Marte. Ma loro non avevano intenzione di continuare a quel passo di lumaca.

La nave penetrò il campo scoppiettante, ruggente, palpitante del tubo di flusso, trovò il culmine della forbice, si allineò alla lama superiore e sfruttò le proprietà d’accelerazione del tubo di flusso stesso per lanciare la nave-solenoide attraverso le spire del campo largo cinque chilometri del dipolo acceleratore superconduttore. Non appena la nave varcò la prima porta, come una palla da croquet che passi la prima di varie migliaia di porte, la lama dell’acceleratore a forbice cominciò ad aprirsi con una velocità angolare differenziale prossima (e in teoria anche superiore) a quella della luce. Per un attimo cavalcarono un’ondeggiante frusta e l’attimo dopo scattarono dalla punta, sfruttando tutto il quantitativo di quei duemila miliardi di watt d’energia che l’acceleratore a forbice poteva fornire.

La nave (e tutto ciò che conteneva) passò da zero a quasi tremila g in 2,6 secondi.

Giove saettò avanti, oltre e sotto di loro in un batter d’occhio. Mahnmut rallentò tutti i monitor in modo da apprezzare la partenza.

«Iuhuhuuu!» gridò Orphu dallo scafo esterno.

Nave e sommergibile si tesero, scricchiolarono, gemettero e sibilarono per la forza di gravità, ma erano due duri (il Dark Lady era costruito per sopportare una pressione di parecchi milioni di chilogrammi per centimetro quadrato, nei profondi mari di Europa) e altrettanto duri erano i moravec.

«Santa merda» disse Mahnmut, con l’intenzione di inviare il commento solo a Orphu di Io, ma riuscendo a trasmetterlo a tutti i colleghi.

«Puoi ben dirlo!» rispose Ri Po.

Le ribollenti luci polari di Giove (il brillante ovale dell’aurora boreale intorno al polo nord del gigante gassoso, accompagnato dall’abbagliante impronta di Io dove il tubo di flusso incontrava l’atmosfera) lampeggiarono qualche istante sotto di loro e scomparvero a poppa.

Ganimede, che pochi secondi prima si trovava a un milione di chilometri dalla parte opposta del sistema, si precipitò verso di loro, passò in un lampo e scomparve.

«Uruk Sulcus» disse Koros III sulla banda comune e per un momento Mahnmut pensò che il comandante moravec avesse tossito o imprecato, prima di notare la traccia di sentimentalismo nella sua voce di solito fredda; capì che Koros si era riferito a una regione di Ganimede (una palla di neve sporca e scanalata, appena intravista mentre passava in un lampo) dove probabilmente era di casa.

La minuscola luna Himalia, che nessuno di loro aveva mai visitato (né aveva mai desiderato visitare) passò a grande velocità, simile a una lucciola in fiamme.

«Abbiamo attraversato il fronte di onda d’urto» riferì Ri Po, con la piatta cadenza di Callisto. «Siamo fuori dello stagno locale per la prima volta, almeno il sottoscritto moravec.»

Mahnmut diede un’occhiata agli schermi. I dati di Ri Po riferivano che si erano allontanati di cinquantatré diametri di Giove e che acceleravano ancora. Mahnmut consultò banchi di memoria poco usati e scoprì che Giove aveva un diametro di quasi 142.000 chilometri, così ebbe un’idea della loro velocità. La nave descriveva un arco sul piano dell’eclittica, però era previsto (ricordò vagamente Mahnmut) che la gravità solare avrebbe dovuto agganciarli e spingerli verso Marte, che al momento si trovava dall’altra parte del Sole. Comunque non toccava a lui pensare alla rotta. Il suo compito sarebbe iniziato dopo la discesa nell’oceano di Marte e pareva abbastanza semplice: forte luce solare, temperature calde, acque poco profonde e in pratica prive di pressione, stelle per navigare a vista, satelliti d’orientamento che avrebbero messo in orbita per navigare di giorno, assenza quasi totale di radiazioni a confronto della superficie di Europa. Niente kraken! Niente ghiaccio! Niente ghiaccio! Pareva fin troppo semplice.

Certo, se i post-umani erano ostili, c’era una non trascurabile possibilità che i moravec non sopravvivessero al viaggio fino a Marte o all’ingresso nell’atmosfera; e anche se fossero sopravvissuti, c’era un’alta probabilità che non sarebbero mai tornati a casa nello spazio gioviano, ma ormai lui non poteva farci niente. Cominciò a rivolgere i pensieri al Sonetto 127.

«State tutti bene?» chiese Koros III.

Tutti confermarono. Ci voleva ben più di qualche migliaio di g sul rispettivo groppone per abbattere un equipaggio come il loro. Il morale era alto.

Ri Po cominciò a riferire alcuni fatti riguardanti la navigazione e i viaggi spaziali, però Mahnmut non gli prestava molta attenzione. Era già catturato dal campo gravitazionale del Sonetto 127, il primo del ciclo della "Dama bruna".

8

ARDIS

Daeman dormì bene e sognò donne.

Trovava divertente, se non bizzarro, sognare donne solo quando non dormiva con una di loro: era come se avesse bisogno di calda carne femminile accanto a sé ogni notte e il suo subcosciente gliela fornisse, quando lui falliva il quotidiano tentativo di procurarsela. Mentre si svegliava, tardi, nella comoda stanza di villa Ardis, il suo sogno volò in frammenti e brandelli, ma ne rimase un poco (insieme con la solita erezione mattutina) che bastò per riportargli alla mente un vago ricordo del corpo di Ada o di una ragazza molto simile a Ada: calda pelle bianca, profumata, natiche piene, seni rotondi, cosce sode. Daeman non vedeva l’ora della prossima conquista del fine settimana e in quella splendida mattina aveva pochi dubbi sul suo successo.

Più tardi, dopo avere fatto la doccia ed essersi impeccabilmente vestito nello stile che riteneva casual rurale (calzoni di cotone a righe bianche e blu, panciotto di lana leggera, giacca color pastello, camicia di seta bianca e fermacravatta rubino) portando il bastone da passeggio preferito e scarpe di pelle nera un po’ più robuste delle solite scarpette di vernice formali, consumò la colazione nella serra illuminata dal sole e apprese, con soddisfazione, che Hannah e quel tale Harman erano già andati via. "Per prepararsi alla colata di stasera" era stata l’oscura spiegazione di Ada e Daeman non era tanto interessato da chiedere delucidazioni. Era solo contento che quell’uomo se ne fosse andato.

Nella conversazione, Ada non tirò in ballo assurdità come i libri o le navi spaziali, ma trascorse con lui la tarda mattinata, facendogli da guida in modo che si familiarizzasse di nuovo con le molte ali di villa Ardis e i saloni sormontati da timpani, le raffinate cantine di vini e i passaggi segreti e gli antichi solai. Daeman ricordava un analogo giro durante la sua prima visita alla villa: Ada giovinetta, senza lentiggini, l’aveva guidato su per una scala traballante fino alla piattaforma per jinker sul tetto e lui, attento come sempre a simili rivelazioni, aveva mezzo scorto un paradiso da giovane maschio sotto la gonna sollevata di lei che lo precedeva sulla scala: ricordava perfettamente le cosce lattee e l’ombra scura che le segnava.

Ora salirono la stessa scala, fino alla stessa piattaforma per jinker, ma Ada gli indicò di precederla; si limitò a sorridere per la sua insistenza da gentiluomo deciso a cederle il passo e quel sorriso lasciava pensare a un antipatico ricordo dell’evento che lui credeva fosse passato inosservato a quel tempo.

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