— David Selig.
— Lisa Holstein. Sono senior al Barn…
— Holstein ? — il nome mi fa scattare. Kitty, Kitty, Kitty! — Come hai detto? Holstein?
— Holstein, sì, e risparmiami giochi di parole con le relative vacche olandesi.
— Hai una sorella che si chiama Kitty? Chaterine, suppongo. Kitty Holstein. Sui 35 anni. Una sorella, forse una cugina…
— No. Mai sentita. Qualcuna che conosci?
— Che conoscevo — rispondo. — Kitty Holstein. — Prendo il mio drink e me ne vado.
— Ehi — mi urla dietro. — Pensi forse che stessi scherzando? Mi porti a letto sì o no stasera?
Un colosso nero mi affronta. L’immensa aureola africana, quella faccia da giungla terrificante. I suoi abiti, uno sprazzo di colori esplosivi. Lui , qui? Oh, Dio mio! Proprio la persona che avevo meno bisogno di vedere. Penso, con un senso di colpa, al compito finale non terminato, zoppicante, goffo, una mostruosità, che sta là sulla mia scrivania. Ma che cosa ci sta a fare lui qui? Come ha fatto Claude Guermantes a trascinare Yahya Lumumba nella sua orbita? Il ricordo nero della serata, forse. Oppure il delegato degli sport di massa, convocato qui per dimostrare la versatilità intellettuale del nostro anfitrione, il suo eclettismo. Lumumba incombe su di me, sdegnoso, mi squadra con freddezza dalla sua altezza incredibile come uno Zeus d’ebano. È abbracciato a una negra spettacolare, una dea, titanica, alta molto più di un metro e 80, la pelle come onice tirato a lucido, gli occhi simili a fari. Una coppia stupenda. Ci fanno vergognare tutti con la loro bellezza. Finalmente, Lumumba dice: — Io ti conosco, uomo. Ti conosco, devo averti visto da qualche parte.
— Selig. David Selig.
— Mi sembra di averlo già sentito. Dove ti ho conosciuto?
— Euripide, Sofocle ed Eschilo.
— Che c’entra il college? — È confuso. Si blocca. Poi, sorride. — Ah, sì. Sì, baby. Quel fottuto che fa i compiti finali. Come ti sta andando con quello, vecchio mio?
— Sta andando.
— Ce la fai per mercoledì? È mercoledì che devono consegnarlo.
— Ce la farò, Lumumba. — “Farò del mio meglio, capo.”
— Meglio per te, ragazzo. Conto su di te.
— …Tom Nyquist…
Il nome balzò fuori all’improvviso, in modo sensazionale, dal vocio di fondo che copriva l’intera gamma sonora delle chiacchiere del party. Per un attimo restò sospeso nell’aria fumosa come una foglia morta afferrata da un’indolente brezza d’ottobre. Chi nominava Tom Nyquist proprio in quel momento? Chi aveva pronunciato il suo nome? Una piacevole voce baritonale, a non più di una decina di passi da me. Guardai alla ricerca dei possibili proprietari di quella voce. C’erano uomini da tutte le parti. Tu? Tu? Tu? Non c’era modo di parlare. Sì, un modo c’era. Le parole pronunciate ad alta voce, riecheggiano nella mente di chi parla per un breve istante (anche nella mente di coloro che lo ascoltano, però gli echi hanno una diversa tonalità). Invoco la mia abilità che se ne sta andando e, tendendomi al limite, obbligo le ventose a cercare nelle coscienze lì vicine, a caccia degli echi. Uno sforzo immenso, suicida. I crani in cui entro sono solide cupole ossee attraverso le cui scarsissime fenditure lotto per conficcare le mie sonde fiacche, deboli. Però entro. Cerco gli echi in questione. Tom Nyquist? Tom Nyquist? Chi ha pronunciato il suo nome? Lei? Lei? Ah. Eccolo qui. L’eco è quasi sparita, soltanto un debole cupo suono all’altra estremità di una caverna. Un uomo alto grassottello con un comico pizzetto biondo.
— Scusatemi — dico. — Non intendevo origliare, però vi ho sentito fare il nome di un mio vecchissimo amico…
— Ah?
— …E non sono riuscito a trattenermi dal chiedervi di lui. Tom Nyquist. Lui e io, un tempo, eravamo molto intimi. Se sapete dove si trova adesso, che cosa sta facendo…
— Tom Nyquist?
— Sì. Sono certo di avervi sentito fare il suo nome.
Un sorriso vacuo. — Temo che ci sia un errore. Non conosco nessuno che abbia quel nome, Jim? Fred? Potete dare una mano?
— Ma io sono sicuro di aver sentito… — L’eco. Bum nella caverna. Mi ero sbagliato? A ritmo serrato tento di buttarmi nella sua testa, per andare a caccia, nel suo archivio, di una qualche conoscenza di Nyquist. Invece non riesco a funzionare per niente, adesso. Loro stanno discutendo con convinzione. Nyquist? Nyquist? Qualcuno ha sentito parlare di un certo Nyquist? C’è qualcuno che conosce un certo Nyquist?
All’improvviso uno di loro urla: — John Leibnitz!
— Ecco — dice tutto giulivo il grassottello. — Forse è questo nome che avete sentito. Stavo parlando di John Leibnitz qualche momento fa. Un amico comune. In questo casino può essere benissimo successo che a voi sia suonato come Nyquist.
Leibnitz Nyquist. Leibnitz. Nyquist. Bum. Bum. — Assolutamente possibile — convengo. — Non c’è dubbio che sia successo proprio così. Sono stato uno stupido. — John Leibnitz. — Spiacente di avervi importunato.
Guermantes dice, in punta di forchetta mentre si pavoneggia tutto, accanto a me: — Veramente, voi dovete venire a sentire le mie lezioni uno di questi giorni. Mercoledì prossimo, nel pomeriggio, comincio Rimbaud e Verlaine, la prima di sei lezioni. Fatevi vedere. Sarete al campus mercoledì, vero?
Mercoledì è il giorno in cui devo consegnare il compito finale di Yahya Lumumba sui tragici greci. Certo che ci sarò, al campus. Devo esserci. Però come fa Guermantes a saperlo? Legge, in un modo o nell’altro, nella mia testa? E se anche lui avesse questo dono? E io sono completamente spalancato per lui, lui conosce ogni cosa, il mio povero patetico segreto, la mia crescente perdita quotidiana e se ne sta la, trattandomi con condiscendenza perché io sto spegnendomi mentre lui è forte com’ero io una volta. Poi un improvviso attacco paranoico: non soltanto è vero che ha il dono ma forse è una specie di sanguisuga telepatica, che mi sta succhiando, assorbendo il potere dritto dalla mia mente per versarlo nella sua. Forse, in sordina, sta succhiandomi già dal ’74.
Scaccio via queste inutili idiozie. — Sì, penso di essere da quelle parti, mercoledì. Forse verrò.
Però non c’è alcuna probabilità che io vada ad ascoltare la lezione di Claude Guermantes su Rimbaud o Verlaine. Se lui ha il potere, che se lo metta nella pipa, e se lo fumi!
— Mi farebbe molto piacere se veniste — dice lui. Si piega verso di me. La sua androgina dolcezza, tipicamente mediterranea, gli permette, accidentalmente, di rompere il codice americano, ratificato, che vuole riservati i rapporti uomo-con-uomo. Annuso la lozione per capelli, il dopobarba, il deodorante, e vari altri profumi. Una piccola soddisfazione: non tutti i miei sensi stanno svanendo in un colpo. — Vostra sorella — mormorò. — Donna stupenda! Quanto la amo! Parla spesso di voi.
— Ah, sì?
— Con grande amore. Anche con un grande senso di colpa. Pare che voi due siate rimasti come estranei per molti anni.
— Adesso è finito. Finalmente stiamo diventando amici.
— Com’è meraviglioso per entrambi. — Fa ampi gesti sbattendo gli occhi. — Quel dottore. Non va bene per lei. Troppo vecchio, troppo statico. Dopo i 50 la maggioranza degli uomini perde la capacità di rinnovarsi. La annoierà a morte nel giro di sei mesi.
— Forse, quello di cui lei ha bisogno è proprio la noia — rispondo io. — Ha avuto una vita di eccitazione. E non l’ha resa felice.
— Nessuno ha bisogno della noia — dice Guermantes, e mi strizza un occhio.
— Karl e io gradiremmo averti a cena la settimana prossima, Duv. Ci sono un mucchio di cose di cui noi tre dovremmo parlare.
— Vedrò, Jude. Non sono ancora sicuro di niente per la prossima settimana. Ti telefonerò.
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