Alcune ore dopo, ingozzato fino alla sazietà, GuardalaLuna si destò. Senza sapere perché, si drizzò a sedere nelle tenebre, tra i corpi proni dei suoi compagni altrettanto sazi, e tese le orecchie verso la notte.
Non si udiva alcun suono tranne i respiri grevi intorno a lui; il mondo intero sembrava addormentato. Le rocce oltre l’imboccatura della caverna splendevano bianche come ossa calcinate nella luce vivida della luna, in quel momento molto alta nel cielo. Ogni pensiero di pericolo sembrava infinitamente remoto.
Poi, da molto lontano, giunse il suono di un ciottolo che rotolava. Timoroso, ma al contempo incuriosito, GuardalaLuna strisciò fuori, sulla sporgenza rocciosa davanti alla caverna, e scrutò, in basso, la parete del dirupo.
Quello che vide lo lasciò talmente paralizzato dal terrore che per lunghi secondi non riuscì a muoversi. Sei metri appena più in basso, due splendenti occhi gialli lo stavano fissando; lo ipnotizzarono a tal punto con la paura, che quasi non vide il corpo flessibile e striato dietro di essi scivolare vellutato e silenzioso di roccia in roccia. Mai, prima di allora, il leopardo era salito così in alto. Aveva ignorato questa volta le caverne più in basso, pur sapendo benissimo dei loro abitatori. Ora cercava altra preda; stava seguendo la traccia del sangue su per il dirupo inondato di luce lunare.
Alcuni secondi dopo, la notte fu resa orrenda dagli strilli di allarme degli uominiscimmia nella sovrastante caverna. Il leopardo ebbe un ringhio infuriato, mentre si rendeva conto di non poter più contare sul fattore sorpresa. Ma non per questo smise di avanzare, in quanto sapeva di non aver nulla da temere.
Giunse sulla sporgenza rocciosa e riposò un momento nell’angusto spazio aperto. L’odore del sangue aleggiava tutto attorno, colmando il suo cervello piccolo e feroce di un unico travolgente desiderio. Senza esitare entrò a passi vellutati nella caverna.
E là commise il suo primo sbaglio, poiché, mentre si lasciava alle spalle il chiaro di luna, anche i suoi occhi superbamente adattati alla notte vennero a trovarsi in momentaneo svantaggio.
Gli uominiscimmia riuscirono a scorgerlo, profilato in parte contro l’imboccatura della caverna, più chiaramente di quanto esso potesse vedere loro. Erano atterriti, ma non più del tutto indifesi.
Ringhiando e sferzando la coda con arrogante fiducia, il leopardo avanzò in cerca del tenero cibo che bramava. Se avesse incontrato la preda all’aperto, non vi sarebbero state difficoltà; ma ora che gli uominiscimmia erano intrappolati, la disperazione aveva dato loro il coraggio di tentare l’impossibile. E, per la prima volta, disponevano dei mezzi con cui riuscirvi.
Il leopardo si accorse che accadeva qualcosa di insolito quando sentì sul cranio un urto così forte da sentirsi stordito. Colpì fulmineo con una delle zampe anteriori e udì un urlo di sofferenza, mentre i suoi artigli laceravano soffice carne. Poi sentì un dolore lancinante, mentre qualcosa di affilato gli penetrava nei fianchi… una volta, due, e una terza volta ancora. Piroettò per colpire le ombre che strillavano e danzavano da ogni lato.
Di nuovo vi fu un colpo violento, mentre qualcosa gli veniva vibrato sul muso. Fece scattare le zanne su una confusa chiazza bianca in movimento… ma soltanto per sentirle raschiare su un osso nudo e inutile.
E ora, ultima e incredibile indegnità, si sentì tirare la coda dalle radici.
Girò su se stesso, scaraventando contro le pareti della caverna i suoi aguzzini follemente audaci. Ma, qualunque cosa facesse, non riusciva a sottrarsi alla gragnola di colpi inflittigli con rozze armi impugnate da mani goffe eppur potenti.
E poi commise il secondo sbaglio, perché, nello stupore e nella paura, aveva dimenticato dove si trovava. O forse era stato stordito o accecato dai colpi che gli piovevano sulla testa; comunque stessero le cose, balzò bruscamente fuori dalla caverna. Si udì un urlo orribile mentre precipitava, girando su se stesso, nel vuoto. Secoli dopo, parve, si udì un tonfo mentre piombava su un affioramento di rocce a metà del dirupo; in seguito, il solo rumore fu un franare di pietre smosse, che si spense nella notte.
Per molto tempo, inebriato dalla vittoria, GuardalaLuna rimase in piedi a danzare, emettendo grida inintelligibili, all’imboccatura della caverna. Intuiva giustamente che tutto il suo mondo era mutato e che egli non era più una vittima impotente delle forze circostanti.
Poi rientrò nella caverna e, per la prima volta in vita sua, ebbe una notte di sonno ininterrotto.
* * *
Al mattino, trovarono la carcassa del leopardo ai piedi del dirupo. Anche nella morte, trascorse qualche tempo prima che uno di loro osasse avvicinare il mostro sconfitto, ma, di lì a non molto, lo circondarono, con i loro coltelli e le loro seghe d’osso. Fu un lavoro molto faticoso, e quel giorno non cacciarono.
Mentre guidava la tribù verso il torrente nella luce fioca dell’alba, GuardalaLuna si soffermò incerto in un luogo familiare. Qualcosa, lo sapeva, mancava; ma non riuscì a ricordare che cosa fosse. Non sciupò energie mentali per risolvere l’enigma, poiché quel mattino aveva in mente cose più importanti.
Simile al tuono e al fulmine, alle nubi e alle eclissi, il grande blocco cristallino era scomparso misteriosamente com’era venuto. Essendo svanito nel passato inesistente non turbò mai più i pensieri di GuardalaLuna.
GuardalaLuna non avrebbe saputo che cosa gli avesse fatto; e nessuno dei suoi compagni si domandò, mentre gli rimanevano attorno nella bruma mattutina, perché egli si fosse soffermato per un momento proprio lì, andando al torrente.
* * *
Sul loro lato del corso d’acqua, nella sicurezza mai violata del loro territorio, gli Altri scorsero per la prima volta GuardalaLuna e una dozzina di maschi della sua tribù come un fregio in movimento contro il cielo dell’alba. Subito cominciarono a lanciare la loro sfida quotidiana; ma, questa volta, non vi fu risposta.
Costantemente, deliberatamente… soprattutto, silenziosamente, GuardalaLuna e la sua banda discesero il basso poggio che dominava il fiumicello; e, mentre si avvicinavano, gli Altri divennero improvvisamente silenziosi. La loro furia rituale defluì, per essere sostituita da un crescente timore. Erano vagamente consci del fatto che qualcosa era accaduto, e che quell’incontro differiva da tutti gli altri precedenti. Le clave e i coltelli d’osso dei quali era munito il gruppo di GuardalaLuna non li allarmarono, poiché non ne capivano lo scopo. Sapevano soltanto che i movimenti dei loro rivali erano adesso impregnati di decisione e di minaccia.
Il gruppo si fermò sull’orlo dell’acqua, e per un momento il coraggio degli Altri tornò a rivivere. Guidati da UnOrecchio, essi ripresero a malincuore il canto di battaglia. Si protrasse soltanto per pochi secondi prima che una visione terrificante li facesse ammutolire.
GuardalaLuna levò alte le braccia, rivelando il carico che fino a quel momento era stato celato dai corpi irsuti dei suoi compagni. Reggeva un ramo robusto, e impalata su di esso si trovava la testa insanguinata del leopardo. Un bastoncello teneva spalancata la bocca, e le lunghe zanne scintillavano di un bianco spettrale, nei primi raggi del sole.
Quasi tutti gli Altri rimasero troppo paralizzati dalla paura per potersi muovere; ma alcuni di essi iniziarono una ritirata lenta e incespicante. A GuardalaLuna non occorreva alcun altro incoraggiamento. Sempre reggendo alto sopra il capo il trofeo mutilato, incominciò ad attraversare il torrente. Dopo un attimo di esitazione, i suoi compagni sguazzarono dietro di lui.
Quando GuardalaLuna giunse sulla riva opposta, UnOrecchio manteneva ancora il terreno. Forse era troppo coraggioso o troppo stupido per fuggire; forse non riusciva a convincersi che quell’oltraggio stesse davvero accadendo. Vile o eroe, nulla mutò, in ultimo, quando il ringhio paralizzato dalla morte gli piombò sul capo incapace di capire.
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