Arthur Clarke - 2001 - Odissea nello spazio

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2001: Odissea nello spazio: краткое содержание, описание и аннотация

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«L’oggetto davanti al quale si trovava in posa l’uomo con la tuta spaziale era una lastra verticale di materiale nerissimo, alta circa tre metri e larga un metro e mezzo […] Perfettamente simmetrica e con spigoli geometrici, era così nera da dare l’impressione che assorbisse la luce dalla quale veniva illuminata; non esisteva assolutamente alcun particolare superficiale.»
Un misterioso monolito, un’astronave diretta verso Saturno e un calcolatore di inconcepibile capacità…
Estesione del racconto «La sentinella», questo romanzo è stato portato al cinema da Stanley Kubrick nel 1968.
Arthur C. Clarke è considerato fra i più grandi scrittori di fantascienza di tutti i tempi. Personalità straordinaria, non solo nel campo della narrativa, scrisse un articolo nel 1945 che portò all’invenzione della tecnologia satellitare. Si spegne il 19 marzo 2008 a Colombo, nello Sri Lanka che tanto amava e in cui viveva da decenni.

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Sul cruscotto del pilota, spie si accesero sopra gli schermi radar, numeri apparvero e scomparvero negli indicatori delle calcolatrici elettroniche, annunciando il variare della distanza dalla Luna che si avvicinava. Ne distavano ancora più di milleseicento chilometri quando il peso tornò, mentre i razzi iniziavano la dolce ma costante decelerazione. Per secoli, parve, la Luna continuò a espandersi adagio nel cielo, il Sole affondò dietro l’orizzonte, e in ultimo un unico cratere gigantesco colmò l’intero campo visivo. La «navetta» stava cadendo verso i suoi picchi centrali… e improvvisamente Floyd notò che accanto a uno di questi picchi una luce vivida stava lampeggiando con ritmo regolare. Sarebbe potuto essere il faro di un aeroporto sulla Terra, e, fissandola, egli provò una stretta alla gola. Era la prova del fatto che gli uomini avevano stabilito un altro punto d’appoggio sulla Luna.

Ormai il cratere si era ampliato a tal punto che i suoi bastioni stavano scivolando sotto l’orizzonte e più piccoli crateri dai quali era costellato l’interno incominciavano a rivelare le loro vere dimensioni. Alcuni di essi, per quanto fossero sembrati minuscoli da lontano nello spazio, avevano un diametro di parecchi chilometri e avrebbero potuto inghiottire intere città.

Guidata dai comandi automatici, la «navetta» scivolava giù nel cielo stellato, verso quel desolato paesaggio baluginante nella luce della grande Terra gibbosa. Ora una voce stava chiamando da qualche punto, vincendo il sibilo dei getti e i bipbip elettronici che andavano e venivano nella cabina di comando.

«Controllo Clavius a Speciale 14, state venendo giù bene. Per favore, procedete a controllo manuale del blocco dispositivo di atterraggio, della pressione idraulica, del gonfiaggio ammortizzatore d’urto.»

Il pilota azionò svariati interruttori. Spie verdi si accesero ed egli rispose: «Tutti i controlli manuali completati. Blocco dispositivo di atterraggio, pressione idraulica, ammortizzatore d’urto OK».

«Confermato», dissero dalla Luna, e la discesa continuò silenziosamente. Sebbene vi fosse sempre uno scambio di numerosissime comunicazioni, tutto veniva fatto da apposite apparecchiature, che si trasmettevano a vicenda impulsi binari con una rapidità mille volte maggiore di quanto potessero comunicare i loro costruttori, dai lenti processi mentali.

Alcuni picchi di montagne stavano già torreggiando sopra alla nave spaziale; ora la superficie della Luna distava poco più di un migliaio di metri, e la luce del faro era una vivida stella, che lampeggiava costantemente sopra un gruppo di bassi edifici e di bizzarri veicoli. Nella fase finale dell’allunaggio, i getti parvero suonare uno strano motivo; pulsarono a intermittenza apportando le ultime precise regolazioni alla spinta.

Bruscamente, una turbinosa nube di polvere nascose ogni cosa, i getti pulsarono un’ultima volta e l’Aries-1B oscillò molto lievemente, come una barca a remi quando passa una piccola onda. Trascorsero alcuni minuti prima che Floyd riuscisse realmente ad accettare il silenzio che ora lo avvolgeva e la debole gravità che gli legava le membra.

Aveva compiuto, senza il benché minimo incidente e in poco più di un giorno, il viaggio incredibile sognato dagli uomini per duemila anni. Dopo un volo di normale amministrazione, era sceso sulla Luna.

10. LA BASE CLAVIUS

Clavius, con un diametro di duecentoquaranta chilometri, è il secondo cratere in ordine di grandezza sulla faccia visibile della Luna, e si trova al centro degli altipiani meridionali. È antichissimo; ere di fenomeni vulcanici e di bombardamenti dagli spazi ne hanno coperto di cicatrici le pareti, butterandone il fondo. Ma dopo l’ultima era di formazione dei crateri, quando i frammenti della fascia di asteroidi ancora stavano percuotendo i pianeti interni, aveva conosciuto la pace per circa mezzo miliardo di anni.

Ora vi erano nuovi e strani movimenti sulla sua superficie e sotto di essa, poiché lì l’uomo stava organizzando la sua prima testa di ponte permanente sulla Luna. La Base Clavius sarebbe potuta essere, in una situazione di emergenza, completamente autonoma. Tutto ciò ch’era necessario alla vita veniva estratto dalle rocce locali, dopo ch’erano state stritolate, riscaldate e lavorate chimicamente. L’idrogeno, l’ossigeno, il carbonio, l’azoto, il fosforo… tutti questi elementi, e quasi tutti gli altri, esistevano sulla Luna, se si sapeva dove cercarli.

La Base era un sistema chiuso, come un minuscolo modello funzionante della Terra stessa, in cui si ristabiliva il ciclo di ogni elemento chimico della vita. L’atmosfera veniva purificata in una vasta «serra»… un grande ambiente circolare scavato subito sotto la superficie lunare. Illuminati da lampade accecanti durante la notte, e dalla luce solare filtrata durante il giorno, si stendevano ettari di tozze piante verdi, che crescevano in un’atmosfera calda e umida. Si trattava di mutazioni speciali create allo specifico scopo di saturare l’aria di ossigeno, e di fornire verdure come sottoprodotto.

Altri viveri erano prodotti mediante sistemi di lavorazione chimica e coltura delle alghe. Anche se la schiuma verde che circolava attraverso metri e metri di tubi di plastica trasparenti non avrebbe certo allettato un buongustaio, i biochimici riuscivano a trasformarla in braciole e costolette che soltanto un esperto sarebbe riuscito a distinguere da quelle autentiche.

I millecento uomini e le seicento donne che formavano il personale della Base erano, dal primo all’ultimo, scienziati o tecnici specializzati, selezionati con cura prima della loro partenza dalla Terra. Sebbene la vita sulla Luna fosse ormai virtualmente esente dagli stenti, dagli svantaggi e dagli occasionali pericoli dei primi tempi, continuava ad essere psicologicamente difficile e non certo raccomandabile per chiunque soffrisse di claustrofobia. Poiché era costoso e richiedeva troppo tempo scavare una vasta base sotterranea nella solida roccia o nella lava compatta, il «modulo di vita» standard per una singola persona consisteva in una stanza larga soltanto un metro e ottanta circa, lunga tre metri e alta due metri e quaranta.

Ogni stanza era simpaticamente arredata e ricordava molto da vicino la camera di un buon motel, con divanoletto, televisore, piccola radio ad alta fedeltà e videotelefono. Per di più, mediante un trucco semplice di decorazione interna, la sola parete senza aperture poteva essere trasformata, facendo scattare un interruttore, in un convincente paesaggio terrestre. Si poteva scegliere tra otto panorami.

Questo tocco di lusso era tipico della Base, sebbene riuscisse difficile a volte spiegarne la necessità alla gente sulla Terra. Ogni uomo e ogni donna di Clavius erano costati centomila dollari per l’addestramento, il trasporto e l’alloggio; valeva la pena di spendere qualcosa in più pur di mantenere la serenità di spirito. Non si trattava di arte per l’arte, ma di arte nell’interesse della salute psichica.

Una delle attrattive della vita nella Base, e sulla Luna in genere, consisteva indubbiamente nella bassa gravità che determinava una sensazione di benessere generale. Tuttavia, essa presentava i suoi pericoli, e occorrevano parecchie settimane prima che l’emigrante dalla Terra riuscisse ad adattarvisi. Sulla Luna, il corpo umano doveva imparare tutta una nuova serie di riflessi. Per la prima volta, doveva distinguere tra la massa e il peso.

Un uomo che pesava ottantun chilogrammi sulla Terra, poteva rimanere deliziato constatando di pesarne appena tredici e mezzo sulla Luna. Finché procedeva in linea retta e ad andatura uniforme, provava una sensazione meravigliosa di leggerezza. Ma non appena tentava di cambiare direzione, di voltare gli angoli o di fermarsi all’improvviso… allora si accorgeva che tutti i suoi ottantun chilogrammi di massa, o di inerzia, erano ancora presenti. La massa, infatti, rimane fissa e inalterabile… è sempre uguale, sulla Terra, sulla Luna, sul Sole o nello spazio vuoto. Prima che ci si potesse opportunamente adattare alla vita lunare, pertanto, era essenziale rendersi conto che tutti gli oggetti avevano adesso un’inerzia sei volte maggiore di quanto potesse far credere il loro peso. La lezione veniva imparata di solito a furia di urti e di scontri dolorosi e gli esperti si tenevano a rispettosa distanza dai nuovi arrivati finché questi non erano riusciti ad assuefarsi.

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