John Christopher - Morte dell'erba

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Morte dell'erba: краткое содержание, описание и аннотация

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Il romanzo tratta dell’imbarbarimento della società in seguito al diffondersi del virus Chung-Li, il quale colpisce e distrugge irrimediabilmente tutti i tipi di quella che sinteticamente e definita “erba”, in dettaglio tutte le piante erbacee appartenenti alla famiglia delle
, tra cui il comune foraggio erbaceo da graminacee, il mais, il miglio, il sorgo, la segale, l’orzo, il riso ed il grano, causando così la lotta globale per l’accaparramento delle scorte alimentari. Il protagonista del romanzo combatte per raggiungere la valle del fratello che rappresenta la salvezza, dove contro l’ottimismo delle autorità mondiali e la distruzione folle delle risorse, si sono isolate e difese le rimanenti piante alimentari, non appartenenti alla famiglia in argomento.
Il romanzo esce per la prima volta in Italia nel 1958 nella collana
(n° 43) con il titolo
(traduttore Sergio Uglioni). Il presente traduzione di Mario Galli era pubblicato nel 1967 nel collana
(n° 476).

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David schiacciò i fili d’erba nella mano e li buttò nel fiume. L’acqua li trascinò via.

— Non possiamo farci niente — disse.

2

Ann, che in quella mano di bridge faceva il morto, accese la radio per ascoltare il notiziario delle nove. John aveva contratto un tre-senza, che non avrebbe potuto mantenere, dichiarato soltanto per creare un ostacolo a Roger e Olivia, cui mancavano trenta punti per vincere la partita.

Roger Buckley disse in tono allegro: — Forza, vecchio mio. Che ne diresti di mettermi in difficoltà con quel nove?

Roger era l’unico compagno d’armi col quale John fosse rimasto in contatto. Ad Ann, quando lo aveva conosciuto, non era piaciuto. Né il frequentarlo in seguito l’aveva portata a qualcosa di più della semplice sopportazione. La urtava tanto il suo atteggiamento goliardico quanto i suoi rari momenti di depressione. La urtava, soprattutto, la durezza che lei intuiva dietro i due aspetti della sua personalità esteriore.

Era quasi certa che Roger sapeva quali fossero i sentimenti che lei nutriva nei suoi confronti, e che li riteneva, come molte altre cose, del tutto privi d’importanza. In passato queste considerazioni avevano aumentato la sua antipatia per lui, e per un motivo soltanto non aveva privato John di quell’amicizia.

Il motivo era Olivia. Quando Roger, poco dopo che lei lo aveva conosciuto, era arrivato con una ragazza grassoccia, tranquilla, piena di pudori, e l’aveva presentata come la sua fidanzata, Ann era rimasta sorpresa, e aveva sperato che quel fidanzamento (l’ultimo, secondo John, di una lunga serie) non si sarebbe mai concluso con un matrimonio. Si era sbagliata. Aveva stretto amicizia con Olivia prevedendo di doverla consolare quando Roger l’avrebbe abbandonata; in seguito, dopo il matrimonio, per poterla proteggere il giorno in cui Roger si fosse tolto la maschera. Aveva provato l’umiliazione di scoprire, a poco a poco, non solo che Olivia aveva fatto un matrimonio che sembrava perfetto, ma che in realtà era lei a dover confidare nella calda comprensione di Olivia per risolvere le sue piccole crisi. Senza provare mai la minima simpatia per Roger, aveva cominciato a tollerarlo, per andare d’accordo con Olivia.

John uscì con una scartina di quadri contro il Re e il Fante del morto. Olivia calò lentamente un otto. John ebbe un attimo di esitazione, poi prese il Fante. Con una esclamazione di trionfo Roger calò la Regina sulle tre carte.

Dalla radio giunse la voce dell’annunciatore della BBC: “Nazioni Unite: il Comitato di emergenza per la Cina, nel rapporto interno pubblicato oggi, dichiara che probabilmente il bilancio minimo di vittime della carestia in Cina si aggira attorno ai duecento milioni di persone…”

— Il morto mi sembra un po’ debole di cuori — commentò Roger. — Vediamo un po’ cos’ha in mano.

— Duecento milioni — balbettò Ann. — Non ci posso credere.

— Cosa sono duecento milioni? — disse Roger. — La Cina è spaventosamente piena di cinesi. Fra due generazioni saranno di nuovo al completo.

In precedenti discussioni, Ann aveva già notato il cinismo di Roger. Questa volta preferì lasciar correre. La sua mente era sconvolta dagli orrori che stava immaginando.

“Dal rapporto” continuava la voce dell’annunciatore “risulta inoltre che le sperimentazioni effettuate con l’isotopo 717 hanno ottenuto il contenimento quasi completo del virus di Chung-Li. L’isotopo verrà ora spruzzato a tappeto su tutte le risaie dalle Squadre aeree di soccorso recentemente costituite dalle Nazioni Unite. Si prevede che le scorte dell’isotopo siano sufficienti a disinfestare entro pochi giorni tutte le risaie più minacciate. L’opera completa di risanamento verrà portata a termine entro un mese.”

— Grazie a Dio — disse John.

— Quando avrai finito il Magnificat - disse Roger — potrai notare che ho giocato cuori.

— Roger! — esclamò Olivia, con un leggero tono di protesta.

— Duecento milioni — disse John. — Un gigantesco monumento all’orgoglio e alla cocciutaggine umana. Se ci avessero chiesto d’intervenire sei mesi fa, ora tutte quelle persone sarebbero ancora vive.

— A proposito di monumenti all’orgoglio umano, e dal momento che non ti decidi a calare l’Asso di cuori che hai in mano, come procede la costruzione del tuo piccolo Taj Mahal? Mi è giunto all’orecchio che hai avuto delle noie con gli operai.

— Esiste forse qualcosa che non ti arrivi all’orecchio?

Roger era incaricato delle relazioni pubbliche al ministero delle Risorse agricole e industriali. Viveva in un mondo di gossip che non faceva che accrescere, secondo Ann, la sua già naturale inumanità.

— Niente che non sia importante — disse Roger. — Pensi di finire i lavori in tempo?

— Di’ pure al tuo ministro di informare il suo collega di non aver paura. La sua elegante dimora sarà pronta per tempo.

— Il fatto — commentò Roger — è di sapere se sarà pronto il collega.

— Altre dicerie?

— Altro che dicerie! Naturalmente potrebbe risultare che ha il collo a prova di capestro. Sarebbe interessante da vedere.

— Roger! — esclamò Ann. — Possibile che ti divertano così tanto le sventure umane?

Si pentì immediatamente di essersi lasciata trasportare dalla collera. Roger la guardò divertito. Aveva una faccia ingannevolmente bonaria, con quel suo mento sfuggente e i grandi occhi castani.

— Sono il ragazzino che non cresce mai — disse. — Quando avevi la mia età, probabilmente ridevi vedendo un ciccione scivolare su una buccia di banana. Adesso invece prendi in considerazione la possibilità che il ciccione si rompa l’osso del collo, e che lasci una moglie disperata e orde di figli affamati. Lascia che mi diverta con i miei giocattoli preferiti, come meglio posso.

— È un caso disperato — disse Olivia. — Non volergliene, Ann.

Parlò con la tolleranza divertita della madre indulgente nei confronti del figlio discolo. Ma se questo modo di trattare era scusabile nei confronti di un ragazzo, pensò Ann irritata, non era certo il modo adatto di trattare un adulto moralmente ritardato.

Sempre guardando Ann, Roger continuò: — Quello che voi adulti dovete mettervi in testa, è che le cose, in questo momento, sono a vostro favore. Vivete in un mondo dove tutto favorisce gli atteggiamenti sensibili e civili. Ma è una situazione precaria: pensate a quanto era antica la civiltà in Cina, e guardate che cosa sta succedendo laggiù adesso. Quando la pancia comincia a brontolare, la risata che sale dal ventre ha una sua precisa ragione.

— Comincio anch’io a pensare che tu sia un ritardato mentale, Roger, o un barbaro — disse John.

— Sotto certi aspetti — disse Olivia — lui e Steve hanno la stessa identica età.

Steve era il figlio dei Buckley, e aveva nove anni. Roger gli voleva troppo bene per mandarlo lontano, in collegio. Era un ragazzo piccolo, molto precoce, e capace di eccessi addirittura da selvaggio.

— Steve, però, finirà col crescere — disse Ann.

— Se lo farà — esclamò Roger ridendo — vuol dire che non è figlio mio.

I ragazzi vennero a casa per un periodo di vacanze, e i Custance e i Buckley andarono a trascorrere un week-end al mare. Noleggiavano sempre una roulotte in società: trainata all’andata da una macchina e al ritorno dall’altra, serviva da casa ai genitori, mentre i ragazzi dormivano in una tenda montata accanto alle automobili.

Ebbero tempo eccellente per tutta la durata del viaggio, e il sabato mattina si stesero sui sassi caldi di sole, di fronte al mare, cullati dal rumore delle onde. I ragazzi trascorsero il tempo facendo bagni, o andando a caccia di granchi lungo la spiaggia. Degli adulti, John e le due donne si accontentarono di riposare al sole. Roger, più irrequieto per natura, prese in un primo tempo parte ai giochi dei ragazzi, poi si coricò accanto agli altri, in uno stato di evidente e crescente frustrazione.

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