John Christopher - I possessori

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I possessori: краткое содержание, описание и аннотация

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Sfuggiti a una catastrofe cosmica i Possessori vagavano negli spazi siderali. Le spore erano state lanciate in tempo con la speranza che potessero ricreare su qualche pianeta remoto quelle creature quasi onnipotenti del cui seme erano portatrici. Le spore viaggiano.. e periscono.. nel gelo incommensurabile dei giganteschi pianeti esterni… ma alcune sopravvivono. Riposano tra i ghiacciai in attesa della vita. E sulla Terra, in Svizzera, uno strano contagio minaccia l’uomo. Pazzia, redivivi, strane cose succedono. Questa strana “presenza” deve essere distrutta!

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Al pianterreno, immediatamente a destra dell’ingresso, c’era una saletta che fungeva sia da fumoir sia da bar. Poi c’erano il salotto e la sala da pranzo: da entrambi si accedeva alla terrazza. L’arredamento era sobrio, ma di buon gusto. In sala da pranzo c’era un lungo tavolo fratino di quercia, intorno al quale sedevano gli Hamilton ed i loro ospiti. Hamilton prese posto a capotavola, dalla parte del salotto, sua moglie di fronte a lui, all’estremità opposta. Douglas sedette tra due delle signore, Ruth Deeping ed Elizabeth Grainger. La prima aveva i capelli rossi e l’aria nervosa, il viso magro prematuramente segnato (Douglas calcolò che fosse verso la quarantina); ma quando sorrideva era attraente. Elizabeth Grainger, la moglie del chirurgo, era una rarità, una bellezza autentica. Era bruna, di statura superiore alla media, dai lineamenti incantevoli e ben armonizzati. Si muoveva con molta grazia, e con la sicurezza della donna che non ha mai dubitato del proprio aspetto, né dell’impressione che fa agli altri. Non parlava molto, ma aveva una voce limpida e ferma.

Proprio di fronte a lui c’era Leonard Deeping, e poi Jane Winchmore, la vedova. Deeping era sui quarantacinque anni: robusto, con le guance cascanti, i capelli brizzolati, pettinati in un’onda ben curata. Si vestiva con un gusto meticoloso: si era cambiato per la cena, e portava un abito blu scuro a quadretti, con un panciotto di seta rossa. Sebbene vivesse e svolgesse la sua attività a Londra, aveva uno spiccato accento settentrionale… probabilmente del Lancashire. Un po’ noioso, pensò Douglas, e aveva un po’ il tipo dell’imbroglione.

Jane Winchmore era rimasta vedova presto: poteva avere trent’anni al massimo. La cosa più bella, in lei, erano i capelli, folti, serici, dorati e tagliati e corti: ma aveva lineamenti che si accompagnavano bene a quei capelli: zigomi alti, alla slava, bocca generosa. Quando sorrideva, mostrava i denti bellissimi. Ma non sorrideva molto. Dava l’impressione di ascoltare un’altra conversazione, di osservare un’altra scena.

Sua sorella, seduta tra Deeping e Hamilton, era completamente diversa nell’aspetto e nei modi. Era più sottile, bruna, e a Douglas ricordava le fotografie della principessa Margaret giovane. Aveva due splendidi occhi azzurri, e sapeva come servirsene. Era molto più giovane della sorella, anzi era la più giovane dei presenti, e chiacchierava continuamente. Deeping ed Hamilton si disputavano amabilmente la sua attenzione. Lei aveva l’aria di apprezzarlo, ma Douglas notò che, una volta o due, lei aveva lanciato un’occhiata di sottecchi nella sua direzione. Una ragazza, pensò, senza dubbio riluttante ad ammettere che qualcuno potesse averne abbastanza di qualcosa di bello.

Infine c’era Selby Grainger, il chirurgo. Sedeva alla destra di Mandy Hamilton. Sembrava magro, in confronto alla moglie statuaria, ma era un po’ più alto di lei. Aveva un volto magro, mobile, soprattutto delicato. Aveva all’incirca l’età di Deeping, ma i suoi modi erano più giovanili e disinvolti. Parlava gesticolando: aveva mani più fini e delicate di quanto si immaginano abitualmente le mani di un chirurgo. Ma era uno specialista di chirurgia plastica, si rammentò Douglas: non aveva bisogno, presumibilmente, della stessa forza bruta. Era intelligente, estroverso, dotato di un fascino che sapeva benissimo come usare.

La cena, che a quanto pareva era stata preparata da Mandy Hamilton in persona, venne servita dalla camerierina svizzera-francese, Marie, che insieme al vecchio Peter costituiva tutto il personale domestico. Era una cena gradevole, senza essere eccezionale: una densa crema di verdure, seguita da un arrosto e una torta di mirtilli con gelato. Mandy era stata una specie di sorpresa. Douglas non si aspettava che un uomo tipicamente inglese come Hamilton avesse una moglie americana. Era più giovane di lui di pochi anni: era stata bella, ma i suoi lineamenti cominciavano a involgarirsi. Ma la sua voce era bassa, calda, con un accento gradevole.

Il caffè venne servito in salotto, ampio, dalle pareti a pannelli di pino come le altre stanze e ben fornito di comode poltrone. La porta sul terrazzo era chiusa, le tende tirate. In un angolo c’era un pianoforte a mezza coda, in un altro un radiogrammofono. C’era anche la presa per l’antenna della televisione ma, come notò con soddisfazione Douglas, il televisore non c’era. Attese che gli altri si fossero seduti ai loro posti abituali e si scelse una poltrona alla periferia del gruppo. Hamilton, che era uscito a sbrigare qualche incombenza, rientrò poco dopo che Marie aveva portato il caffè, e sedette accanto a lui.

«Le è piaciuto il rancio?» chiese.

«Moltissimo.»

La conferma venne accettata come dovuta. Hamilton annuì.

«La migliore cuoca che abbia mai conosciuta. Qui è sprecata. Cos’ha intenzione di fare, stasera?»

«Niente di particolare.»

«Non ci sono molti svaghi serali, da queste parti, naturalmente: ma al villaggio c’è un locale dove si può bere e ballare. Quello che chiamano ballare, al giorno d’oggi. L’ho chiesto perché di solito io non vado, ma il vecchio minibus è a disposizione degli ospiti che vogliono andare.»

Douglas ricordò il tragitto d’andata… e lo aveva fatto di giorno.

«Credo di no. Comunque, grazie.»

«I Grainger scendono, e Diana va con loro. Non sapevo se lei teneva ad accompagnarli, per fare un quartetto.»

Douglas, per un attimo, provò un estremo risentimento. Non poteva decentemente rifiutare di fare da scorta alla ragazza, e intuiva che Hamilton, sapendolo, stava sforzandogli la mano. Ma doveva esserci un limite anche all’abitudine di trattare gli ospiti come membri della famiglia. Rispose, un po’ seccato:

«In tal caso, sarà naturalmente un piacere.»

«Solo se se la sente, però,» disse Hamilton. «Se ci va, non credo che vedrà la ragazza per più di dieci minuti dopo essere arrivato al villaggio. Si è già trovata due corteggiatori del posto.»

Hamilton sorrideva maliziosamente. Douglas disse, sollevato: «Allora io…»

«Lasci perdere. Se resta qui… Jane preferisce leggere in santa pace. I Deeping giocano a bridge, e Mandy e io di solito giochiamo con loro. Mandy sarà felice di cederle il posto, se lei se la sente… con tutto quello che ha da fare, vede.»

«Credo che preferirei leggere anch’io. Almeno questa sera.»

«Bene,» disse allegramente Hamilton. «Vuole qualcosa, con il caffè?»

«Un brandy andrebbe bene.»

«Subito.»

Quando i Grainger e Diana furono usciti, venne preparato il tavolo da bridge. Douglas rimase con Jane Winchmore. Aveva portato giù un libro, ma non poteva cominciare decentemente a leggere prima che incominciasse la giovane vedova. Lei, probabilmente, la pensava allo stesso modo. Si misero a parlare, un po’ impacciati.

Lei aveva vissuto nell’Oxfordshire fino alla morte del marito; poi aveva venduto la casa, e da allora viveva in albergo. Era stata la sorella a convincerla a venire lì in vacanza. Diana avrebbe preferito St. Moritz, e poi si erano accordate su Nidenhaut. Era stata raccomandata agli Hamilton dagli amici di un’amica.

«Io ho visto la pubblicità,» disse Douglas, «in un settimanale. Volevo cambiar aria, ma all’estero mi trovo un po’ sperso, così l’idea di una pensione all’inglese mi ha attirato.»

«Sì.» Vi fu una pausa: ritornò l’impaccio. «E che attività svolge, Mr. Poole?»

«Faccio l’avvocato,» rispose lui. «Ho uno studio a Winchester. Poole, Stephens Willoughby, ma non si lasci ingannare dal fatto che il mio cognome viene per primo. Il primo Poole era mio zio.»

«Le interessa la giurisprudenza?»

«Credo di sì. Non ci ho mai pensato molto. Sono entrato nello studio legale appena uscito dall’università, e non l’ho più lasciato.» Esitò. «Sono soddisfatto, direi.»

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