Gordon Dickson - Soldato, non chiedere!

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Bevvi ancora un po’ di whisky, e continuai.

— Ma, si sa, dove si combatte non si può mai prevedere niente. Ci ritrovammo in prima linea, da un giorno con l’altro, mentre le truppe di Nuova Terra si stavano ritirando. Fui colpito, quasi per caso, al ginocchio. L’esercito Amico stava avanzando e la situazione stava diventando incandescente. I soldati si affrettavano a ritirarsi, ma Dave cercò di trasportarmi perché, pensò, gli Amici mi avrebbero disintegrato prima di accorgersi che non ero un soldato. Così fu che — presi un altro respiro — fummo catturati entrambi e portati in una specie di campo di prigionia dove c’erano molti altri prigionieri. Dopo un po’ di tempo venne un Sergente, uno di quei fanatici alti e allampanati. Aveva l’ordine di raggruppare tutti i soldati utili per un nuovo attacco.

Mi fermai per bere ancora, ma non sentii il sapore.

— Non potevano più permettersi di tenere dei soldati a occuparsi dei prigionieri, ma non erano autorizzati a lasciarli andare, non era un comportamento onorevole; dovevano accertarsi che i prigionieri non avrebbero potuto nuocere.

Graeme stava ancora fissandomi.

— Non capii subito. Non ci arrivai neanche quando gli altri Amici, tutti soldati semplici, si opposero. — Appoggiai gli occhiali sulla scrivania e fissai la parete dell’ufficio, senza vederla, come se in quel punto ci fosse una finestra. — Mi ricordo come il Sergente si inalberò, vidi i suoi occhi come se fosse stato insultato, iniziò a urlare: “Sono forse questi dei Prescelti da Dio? Sono Prescelti?”.

Guardai Kensie Graeme e vidi che non si era mosso; mi fissava ancora e i suoi occhiali sembravano piccoli nelle sue grandi mani.

— Capisce? — dissi. — I prigionieri non erano considerati umani, solo perché non erano Amici. Per lui appartenevano a un ordine inferiore che era giusto uccidere. — Rabbrividii di colpo. — E lo fece, mentre io, grazie alla mia uniforme da corrispondente, rimanevo seduto in salvo vicino a un albero e lo guardavo ucciderli uno per uno. Tutti. Ero seduto lì e fissavo Dave; lui mi fissava, seduto a soli pochi passi, anche nel momento in cui il Sergente gli sparò.

Tacqui all’improvviso. Non avevo intenzione di tirare fuori tutto in quel modo. Mi era sempre sembrato che non sarei mai stato in grado di spiegarmi, né di trovare qualcuno che potesse capire quanto mi fossi sentito impotente. Ma qualcosa in Graeme mi aveva suggerito che egli avrebbe capito.

— Sì — disse dopo un momento, riempiendomi ancora il bicchiere. — Sono cose molto brutte. È stato poi ritrovato quel Sergente e giudicato secondo il Codice dei Mercenari?

— Dopo era comunque troppo tardi, non crede?

Annuì e distolse lo sguardo. — Naturalmente, non sono tutti così.

— Ce ne sono abbastanza per crearsi una reputazione.

— Sfortunatamente sì. Comunque — e mi sorrise leggermente — cercheremo di tenere questo genere di cose fuori da questa campagna.

— Mi dica una cosa — aggiunsi, mettendomi gli occhiali. — Questo genere di cose, come le chiama lei, sono mai state fatte agli Amici?

Qualcosa avvenne e l’atmosfera della stanza cambiò. Ci fu una breve pausa, prima che rispondesse, e il mio cuore si mise a battere più lentamente, tre volte, nell’attesa che lui parlasse.

E infine disse: — No, certamente.

— Perché no? — chiesi.

L’atmosfera divenne più spessa e mi resi conto di essere andato troppo in fretta. Ero stato seduto a parlargli da uomo a uomo, dimenticandomi che lui era anche qualcos’altro, un Dorsai, un individuo umano quanto me, ma allenato per tutta la vita e allevato da generazioni per essere diverso.

Non si mosse, né cambiò il tono di voce, o altro; ma in qualche modo sembrò prendere una distanza da me ed entrò in un universo più elevato, più freddo e più duro nel quale mi potevo avventurare solo a mio rischio e pericolo.

Mi ricordai che cosa si diceva di quel popolo venuto da un Mondo piccolo, freddo e montagnoso: se i Dorsai scegliessero di ritirare le loro truppe in servizio sugli altri Mondi e li sfidassero tutti, nemmeno la potenza congiunta di tutte le altre civiltà potrebbe fermarli. Non ci avevo creduto molto, fino a quel momento, né tantomeno pensato a lungo. Ma in quel preciso istante, la sensazione di ciò che stava accadendo nella stanza mi convinse, come un pensiero freddo, simile a un vento che scende da un ghiacciaio, che tutto questo era vero. Subito dopo udii la risposta.

— Perché questo genere di cose è specificatamente proibito dall’Articolo Due del Codice dei Mercenari.

Improvvisamente sorrise e tutte le sensazioni strane scomparvero. Ripresi a respirare.

— Bene — disse, togliendosi gli occhiali — che ne dice di unirsi a noi per mangiare qualcosa alla mensa degli ufficiali?

Cenai con loro e il pasto fu molto piacevole. Volevano che mi fermassi per la notte, ma me la sentivo di tornare al campo freddo e triste di S. Giuseppe, dove tutto quello che mi aspettava era una specie di amara soddisfazione per essere in mezzo ai miei nemici.

Tornai dagli Amici.

Erano circa le ventitré quando entrai dal cancello del presidio, parcheggiai, e vidi una figura uscire dall’ingresso dell’ufficio di Jamethon. La piazza non era ben illuminata e la luce delle poche lampade si perdeva sul selciato umido di pioggia. Non lo riconobbi subito; poi mi accorsi che era Jamethon.

Sarebbe passato un po’ distante da me, ma io scesi e gli andai incontro. Si fermò, non appena gli fui davanti.

— Signor Olyn — disse, senza scomporsi. Nell’oscurità non potevo raffigurarmi l’espressione della sua faccia.

— Dovrei farle una domanda — dissi, sorridendo, anche se non visto.

— È tardi per le domande.

— Non ci vorrà molto. — Cercai di cogliere il suo sguardo, ma era in ombra. — Sono stato al campo degli Esotici. Hanno un Generale Dorsai, come lei probabilmente sa.

— Lo so. — Quasi non vedevo le sue labbra muoversi.

— Abbiamo parlato e ne è sorta una domanda che vorrei farle, Colonnello. Ha mai ordinato ai suoi uomini di uccidere dei prigionieri?

Ci fu un breve, curioso silenzio fra noi, poi rispose, senza tradire emozioni: — L’uccisione o la tortura dei prigionieri di guerra sono vietate dall’Articolo Due del Codice dei Mercenari.

— Ma voi qui non siete mercenari. Siete truppe al servizio dei vostri Anziani e delle vostre Chiese Unite.

— Signor Olyn — disse, mentre continuavo a cercare di cogliere una qualche espressione sul suo viso in ombra. Le parole mi sembrarono più lente, anche se il tono della voce era sempre calmo. — Il mio Dio mi ha fatto diventare un capo di soldati per servirLo e io non deluderò mai le sue aspettative.

E con questa frase concluse, si voltò e, senza esporsi alla luce, proseguì.

Raggiunsi il mio alloggio, mi spogliai e mi distesi sul duro e piccolo lettino che mi avevano dato. La pioggia era finalmente cessata e, dalla finestrella senza vetri, potevo scorgere qualche stella.

Cercavo di addormentarmi, elencando mentalmente le cose che avrei dovuto fare il giorno dopo. L’incontro con Padma, il Governatore Aggiunto, mi aveva molto scosso. Avevo alcune riserve sui cosiddetti calcoli delle azioni umane, ma ero rimasto scosso dall’apprenderne l’esistenza. Avevo intenzione di saperne di più su quanto la scienza ontogenetica conoscesse e potesse predire. Anche dallo stesso Padma, se necessario, ma avrei iniziato con fonti meno importanti.

Nessuno, a mio parere, poteva neanche lontanamente pensare che un uomo come me potesse distruggere una cultura che coinvolgeva le popolazioni di due Mondi. Nessuno, eccetto Padma. Lui, con i suoi calcoli, poteva aver sopportato ciò che sapevo e cioè che i Mondi Amici di Armonia e Cooperazione erano di fronte a una decisione che avrebbe significato la vita o la morte del loro sistema di vita. Anche un piccolissimo dettaglio poteva far pendere la bilancia da una parte o dall’altra.

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