Ben Bova - Orion e la morte del tempo

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Orion e la morte del tempo: краткое содержание, описание и аннотация

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Orion non è un uomo come tutti gli altri: tanto per cominciare, è immortale. Scelto dai Creatori per essere il loro campione nei frangenti più pericolosi e contro nemici insidiosissimi, è costretto ad andare alla deriva nel tempo per battersi contro i pericoli che si annidano in epoche e secoli nascosti. Insieme ad Anya, una ragazza che condivide la sua sorte, è costretto questa volta a lottare non solo contro le forze ostili ai Creatori, gli enigmatici esseri che reggono le fila del suo destino, ma contro i Creatori stessi per riconquistare la libertà. E la partita si decide in un’era lontanissima, dove la morte del tempo non è più metafora ma realtà.

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Il drago emise un urlo come di mille demoni e calò la coda massiccia su di me. Non riuscii a portarmi del tutto al di fuori della sua traiettoria e caddi a terra privo di sensi.

La prima cosa che vidi quando mi risvegliai fu Chron inginocchiato sopra di me, gli occhi colmi di lacrime.

— Sei vivo! — disse, con un filo di voce.

— Quasi — gracchiai di rimando. La mia schiena era insensibile, e avevo il braccio e il fianco sinistro feriti.

Con l’aiuto di Chron mi rimisi in piedi. Il ragazzo non aveva riportato ferite, a parte qualche semplice escoriazione. I tre draghi giacevano a terra lì vicino, immense montagne di carne grigia coperte di scaglie. Anche distese a terra, le loro carcasse erano molto più alte di me.

— Li abbiamo uccisi tutti. — La voce di Chron era sbigottita.

— Gli altri — dissi. Avevo la gola in fiamme e la voce rauca.

Chron raccolse le lance e insieme c’incamminammo verso la direzione in cui erano fuggiti i nostri compagni. Non dovemmo allontanarci troppo. I loro corpi, laceri e coperti di sangue, giacevano privi di vita a pochi minuti di cammino.

Chron raccolse le loro lance, inspirando profondamente per controllare le proprie emozioni. I cadaveri dei nostri compagni erano una vista decisamente agghiacciante. Mosche e formiche avevano già cominciato a radunarsi intorno agli squarci nelle loro carni, profondi fino all’osso.

Il giovane sollevò lo sguardo, stringendo gli occhi a fessura. — Dove sono i draghi? Pensi che…

— Se ne sono andati — risposi.

— Potrebbero tornare.

Scrollai il capo. — Non credo. Guarda le loro orme. Guarda la distanza tra un’impronta e l’altra. Si sono allontanati di corsa. Si sono fermati quel poco che serviva per massacrare i nostri amici e poi sono fuggiti verso nord. Non torneranno. Non oggi, almeno.

Riprendemmo la marcia, diretti verso sud. Fu Chron a cacciare la cena, quella sera. Dopo un buon pasto e una notte di riposo mi sentii considerevolmente meglio.

— Le tue ferite stanno guarendo — disse Chron il mattino dopo. — Persino la bruciatura sulla tua schiena è meno grave di quanto non fosse ieri notte.

— Guarisco in fretta — risposi. Grazie a colui che mi aveva creato.

Quando raggiungemmo il villaggio in cui avevamo lasciato Anya, Kraal e gli altri, avevo ripreso le forze quasi del tutto. Le ferite sul mio braccio erano ormai semplici cicatrici.

Non vedevo l’ora di rivedere Anya. E Chron ribolliva dal desiderio di raccontare ai compagni le nostre imprese.

— Abbiamo ucciso dieci draghi, Orion. Dieci! Aspetta che ascoltino questo!

Gli lanciai un sorriso, ma mi chiesi come Kraal e la sua gente avrebbero preso la notizia del massacro del loro villaggio.

Ma prima che riuscissi a parlare, fu Kraal ad avere pessime notizie per me.

— La tua donna non è più qui — disse. — L’hanno presa i draghi.

11

— Anya non è più qui? — Ero allibito. — L’hanno presa i draghi?

Il nostro villaggio era un misero gruppo di capanne di fango situato tra querce e olmi maestosi.

Sedemmo sul terreno dello spiazzo comune sotto i caldi raggi del sole di mezzodì che brillava fra gli alberi. Tutti si raccolsero intorno a noi, fissandoci con occhi spauriti e preoccupati.

— Abbiamo ucciso dieci draghi! — disse Chron, d’impulso.

Cercai gli occhi di Kraal. L’uomo cercava di evitare il mio sguardo, spostando nervosamente il peso del corpo da un piede all’altro come un bambino pescato sul luogo di una marachella. Reeva sedeva dietro di lui e indossava una strana collana di denti d’animale.

Non c’era alcun segno di battaglia nel villaggio. Nessuno fra i suoi abitanti era ferito. Tutti gli uomini della tribù erano presenti.

— Dimmi cos’è successo — dissi a Kraal.

Il suo volto si contorse in una smorfia di dolore.

— O lei o noi — disse Reeva. — Se non gliel’avessimo data ci avrebbero uccisi tutti.

— Dimmi cos’è successo — ripetei, mentre la rabbia cominciava a ribollire nelle mie vene.

— Sono venuti i draghi — mormorò Kraal, abbassando lo sguardo per la vergogna e il rincrescimento. — E i loro padroni. Hanno detto che volevano te e la tua donna. Se vi avessimo consegnati a loro, ci avrebbero lasciati in pace.

— E voi avete fatto così?

— Anya non si è opposta — rispose Reeva, con tono quasi furibondo. — Ha compreso la saggezza della decisione.

— E avete lasciato che la prendessero senza contrastarli?

— Erano draghi, Orion — lamentò Kraal. — Molto grossi. Erano in sei, cavalcati dai padroni.

Reeva si fece avanti verso di me. — Sono io la sacerdotessa, adesso. I poteri di Anya sono passati dentro di me.

Avrei voluto afferrarla per il collo e strozzarla. Questa era la ricompensa per tutto ciò che Anya le aveva insegnato. I miei sospetti su di lei erano fondati. Non era la protezione quella che cercava, ma il potere.

La ignorai e mi rivolsi a Kraal. — E credi che adesso i draghi vi lasceranno in pace?

Annuì in silenzio.

— Certo che lo faranno — disse Reeva, con tono di sfida. — Perché procureremo loro nuovi schiavi. Non ci faranno alcun male. I padroni ci ricompenseranno!

La mia rabbia sfociò in una sensazione di totale disfatta. Tutto ciò che Anya e io avevamo insegnato a questa gente si sarebbe ritorto contro altri esseri umani. Invece di stringersi in alleanza contro Set, avevano ceduto al primo segno di pericolo, accettando di collaborare con i demoni.

— Dove l’hanno portata?

— A nord — rispose Kraal.

L’amarezza che provai era come acido che bruciava dentro di me. — Allora andrò a nord. Non mi vedrete mai più.

— Io vengo con te — disse Chron.

Gli occhi scuri di Reeva scintillarono. — Andrai a nord, Orion. Questo è sicuro.

Da dietro una fila di capanne di fango uscirono un paio di esseri dall’aspetto di rettili. La folla si aprì in silenzio di fronte a loro.

Erano simili a Set ma più piccoli, quasi umani nella forma. Quasi. I loro piedi erano muniti di artigli, e i loro corpi erano coperti di scaglie rosse scintillanti sotto la luce del sole che filtrava attraverso gli alberi. E avevano lunghe code sottili in continuo movimento. Volto da rettile e occhi con pupille a fessura. Al posto del naso avevano un paio di buchi, e non erano visibili orecchie.

Sfoderai il pugnale, e Chron sollevò le lance contro di loro.

— No — dissi al giovane. — Non immischiarti.

Allora un paio di dozzine di lance puntarono verso di me. Gli uomini del villaggio mi fissavano con aria minacciosa, imbracciando le armi.

— Ti prego, Orion — disse Kraal con voce triste e soffocata. — Se ti opporrai ci distruggeranno tutti.

Il tradimento era completo. Compresi che Reeva aveva convinto Kraal a passare al nemico. Lui era il capotribù, ma adesso lei era la sua sacerdotessa, e poteva manovrarlo a suo piacimento.

Udii un rumore di passi pesanti attraverso il fogliame. Dietro le misere capanne di fango emersero le teste di due draghi carnivori.

I padroni superarono Kraal e Reeva, portandosi di fronte a me. Erano alti quanto me, più alti degli uomini della tribù di tutta la testa. I loro volti da rettile non manifestavano emozione alcuna, ma in quegli occhi da serpente brillava un odio profondo nei miei confronti.

Silenziosamente, quello alla mia destra stese una mano. Gli consegnai il pugnale. L’avevo vinto sulle pianure di Ilio, davanti alle mura di Troia; Odisseo in persona me l’aveva donato come ricompensa del mio comportamento in battaglia. In quel momento non poteva servirmi a nulla. Eppure separarmi da esso era ugualmente un dolore.

Il padrone produsse un sibilo, quasi un sospiro, e porse a Kraal il mio pugnale. L’uomo lo prese con imbarazzo.

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