Fritz Leiber - L'ingegner Dolf

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Un racconto sugli universi paralleli con un protagonista d’eccezione ed una Terra dove dirigibili e auto elettriche reggono i trasporti del mondo.
Anche pubblicato come “Fermate quello Zeppelin!”.
Vincitore dei premi Hugo e Nebula per il miglior racconto breve
in 1976.

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— Uno Zeppelin riempito di idrogeno…? ridicolo! Un dirigibile simile sarebbe una bomba volante, pronta a esplodere alla minima scintilla — protestai.

— Non poi tanto ridicolo, papà — mi contraddisse mio figlio. — Scusami se entro nel tuo campo, ma in certi sviluppi industriali vi sono degli imperativi inderogabili. Se è impossibile trovare una strada sicura si sceglie per forza quella pericolosa. Devi ammettere, papà, che, agli inizi, le aeronavi commerciali costituivano un’avventura molto rischiosa. Negli anni «venti» si verificarono i terribili disastri dei dirigibili americani Roma Shenandoha che si spezzò in due, Akron e Macon , dell’inglese R-38 che si schiantò in cielo, del francese Dixmunde che scomparve nel Mediterraneo, dell’ Italia di Mussolini, che si fracassò nel tentativo di raggiungere il Polo Nord, e del russo Maxim Gorky abbattuto da un aeroplano, con una perdita complessiva di non meno di trecentoquaranta persone nei nove incidenti. Se questi incidenti fossero stati seguiti dall’esplosione di un paio di Zeppelin a idrogeno, l’industria mondiale avrebbe forse abbandonato per sempre l’idea di costruire dirigibili di linea, passando invece alla creazione e allo sviluppo di grandi aerei più pesanti dell’aria , a motore.

Aeromobili mostruosi, sempre in pericolo di precipitare per un guasto al motore al posto dei bravi vecchi, inaffondabili Zeppelin?… Impossibile. Scossi la testa, ma senza convinzione, perché in fondo, ripensandoci, l’ipotesi di mio figlio non era poi tanto assurda.

In effetti quei nove disastri si erano realmente verificati e l’ago della bilancia si sarebbe spostato in favore degli aerei a motore per il trasporto di truppe e passeggeri, se non fosse stato per l’elio, la batteria T.S. Edison e il genio tedesco.

Per fortuna, su questi sconfortanti e inquietanti pensieri ebbe il sopravvento l’ammirazione per la profonda e ampia cultura di mio figlio. Quel ragazzo era una meraviglia, degno rampollo del vecchio ceppo… e forse anche migliore!

— E ora, Dolf — proseguì chiamandomi col diminutivo (come faceva a volte senza che io me ne avessi a male) — posso cambiare argomento? O, per essere più precisi, passare a un esempio completamente diverso dalla mia ipotesi sui momenti storici cruciali?

Annuii senza parlare, perché avevo la bocca piena di deliziosi «sauerbraten», piccoli gnocchi tedeschi, mentre le mie narici aspiravano l’aroma ineguagliabile del cavolo rosso in agrodolce. Ero talmente preso dalle spiegazioni di mio figlio che non m’ero nemmeno accorto quando ci avevano portato il piatto. Inghiottii, bevvi un sorso di ottimo Zinfaldel rosso, e dissi: — Va’ avanti, sono tutto orecchi.

— Si tratta delle conseguenze della guerra civile americana, papà — disse, cogliendomi di sorpresa. — Sai che nel decennio successivo a quel sanguinoso conflitto, ci fu il serio pericolo che la causa della libertà dei Negri, per cui era stata combattuta quella guerra, qualunque cosa si possa dire in contrario, venisse completamente annientata? Tutto il lavoro di Lincoln, di Thaddeus Stevens, di Charles Sumner, del Freedmen’s Bureau e della Union League Club distrutto. Immagina se perfino il Ku-Klux-Klan invece di essere represso una volta per tutte avesse potuto rinascere e manifestarsi liberamente? Sì, padre mio, le mie approfondite ricerche mi hanno convinto che tutto questo avrebbe potuto benissimo succedere, col risultato che i Negri sarebbero tornati schiavi o pressappoco, con la prospettiva di un’altra guerra o, nella migliore delle ipotesi, con un rinvio di decine d’anni della Ricostruzione. Non è difficile immaginare quali disastrosi effetti avrebbe avuto tutto questo sul carattere degli americani: la sincera fede nella libertà si sarebbe trasformata in ipocrisia, tanto per dirne una. Ho pubblicato una tesi su questo argomento nel «Journal of Civil War Studies».

Io mi limitai ad annuire. Questo argomento era terra incognita per me, tuttavia quel poco che sapevo di storia americana bastava a farmi capire che mio figlio aveva indubbiamente trovato un altro punto critico, e più che mai rimasi colpito dalla sua multiforme erudizione. Indubbiamente era un degno rappresentante della grande tradizione culturale tedesca, un pensatore profondo e di ampie vedute. Com’ero fortunato ad essere suo padre! Non per la prima volta, ma con lo stesso sincero fervore, ringraziai Dio e le Leggi di Natura, per avermi indotto a trasferire tanti anni prima la mia famiglia da Brunau, in Austria, dov’ero nato nel 1889, a Baden-Baden dove mio figlio era cresciuto nell’ambiente della grande, nuova università ai margini della Foresta Nera e a solo 150 chilometri dalla fabbrica di dirigibili del Conte Zeppelin, a Friedrichschafen, sul Lago di Costanza.

Alzai il mio bicchiere di «Kirschwasser» in un solenne e silenzioso brindisi, senza quasi rendermene conto stavamo finendo di pranzare, e ingollai d’un sorso il robusto, infocato, trasparente cherry brandy.

Chinandosi verso di me, mio figlio continuò: — E ora vorrei aggiungere un altro argomento alla mia teoria, che sono deciso a esporre in un libro intitolato «Se le cose si fossero volte al peggio» o «Se le cose fossero andate male», e che illustrerò con dozzine di esempi… Bene, questo nuovo argomento forse ti addolorerà, Dolf, voglio avvertirti prima.

— Non temere — gli risposi con indulgenza — parla pure.

— Va bene. Nel novembre del millenovecentodiciotto quando i britannici avevano sfondato la Linea Hindenburg e l’esausta armata germanica scavava trincee lungo il Reno come estrema sfida, proprio immediatamente prima che gli Alleati al comando del maresciallo Foch lanciassero l’ultima, decisiva offensiva che insanguinò la nostra patria fino a Berlino…

Avevo capito fin dalle prime parole il motivo del suo avvertimento. I ricordi mi balzarono vividi alla mente come i lampi abbaglianti del campo di battaglia col suo fragore assordante. La compagnia che io comandavo era stata una delle più disperatamente audaci di quelle ricordate da mio figlio, decisa a difendere fino alla morte l’ultima trincea. E poi Foch aveva sferrato l’offensiva, e noi ci eravamo ritirati, sempre più indietro, più indietro, schiacciati dal numero e dalla potenza del nemico coi suoi fucili, i suoi carri armati e le sue autoblindo, ma soprattutto la sua imponente flotta aerea al comando di De Haviland e Handley-Page, i bombardieri scortati dai ronzanti Spads e altri apparecchi, che avevano distrutto tutti i nostri Fokker e Pfalze e avevano provocato in Germania distruzioni molto maggiori di quante non ne avessero provocate in Inghilterra e in Francia i nostri Zeppelin. Indietro, indietro, sempre più indietro, combattendo, disperandoci, riaggruppandoci attraverso la terra germanica devastata, decimati ma decisi a resistere ancora, fin quando non giunse la fine tra le rovine di Berlino, e allora anche il più audace di noi fu costretto ad ammettere che eravamo sconfitti e ad accettare la resa incondizionata…

Questi brucianti ricordi mi si affollavano nella mente, mentre mio figlio proseguiva: — Nel momento cruciale, in quel novembre millenovecentodiciotto, si presentò la possibilità, i miei studi lo hanno dimostrato al di là di ogni dubbio, che i nemici ci offrissero un armistizio e noi lo accettassimo. Il presidente Wilson era incerto, i francesi stanchi, e così via. E se questo si fosse verificato, Dolf, ascoltami bene, la Germania sarebbe entrata nella decade del millenovecentoventi con uno stato d’animo completamente diverso. Convinta di esser stata vinta ma non battuta, avrebbe favorito la recrudescenza del militarismo pan-germanico. E l’umanismo scientifico tedesco non avrebbe riportato una vittoria netta e decisiva sulla Germania degli, sì, diciamolo pure, degli Unni.

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