— No? È oltre un decennio che nessuno fa più esplodere ordigni nucleari… e ciò è dovuto almeno in parte all’impegno di chi ha portato innanzi il lavoro di Josh in Greenpeace. Gente come quella è convinta che il genio, nella bottiglia, ci si può mettere.
Heather annuì. — Per essere un matematico, non te la cavi male come psicologo…
— Un quarto di secolo con te sarà pur servito a qualcosa, no? — Tacque un momento, poi continuò. — Quando Josh si uccise, nel novantaquattro, il secondo libro di Penrose sulla natura quantica della coscienza era già in circolazione e Shor aveva appena pubblicato l’algoritmo che avrebbe consentito, a un ipotetico elaboratore quantico, la scomposizione in fattori di numeri molto grandi. A Josh piaceva guardare avanti, vero?… E forse riuscì a cogliere prima di chiunque altro il nesso fra calcolo quantico e coscienza quantica. Però, ci scommetto, era anche perfettamente consapevole che l’umanità non tiene mai conto degli avvertimenti lanciati da visionari, idealisti, scienziati non asserviti alle multinazionali, riguardo a scelte le cui catastrofiche conseguenze si mostreranno solo dopo anni… Fossimo meno ciechi, non ci sarebbe mai stata una crisi ecologica tale da spingere Josh e altri a imbracciare le armi del buon senso e della protesta pacifica. Sì, più ci penso e più mi convinco che Josh decise lucidamente di organizzare le cose in modo che il messaggio diventasse comprensibile proprio quando avremmo avuto più bisogno di conoscerne il contenuto. Purtroppo, però, era anche abbastanza ingenuo da credere che il governo non si sarebbe presa la briga di mantenere segreto un messaggio indecifrabile. E probabilmente si figurò che sarebbe anche stata la prima cosa a venir decifrata da un elaboratore quantico nel corso di una grande dimostrazione pubblica. Ma ve l’immaginate la sorpresa? Nel momento preciso che l’umanità è a un passo dal produrre l’intelligenza artificiale, eccoti svelato, chiaro come il sole, grandioso nella sua semplicità, il messaggio proveniente dalle stelle: “Non fatelo”. Lo scenario perfetto, per un seguace di Alan Turing. Non solo mettere in cifra il messaggio alieno era quel genere di cosa che sarebbe piaciuta anche a Turing… i codici nazisti elaborati col sistema Enigma fu lui a decifrarli… ma lo stesso test di Turing non fa che ribadire quanto le incaute creature di Epsilon Eridani hanno avuto giusto il tempo di comunicarci. La definizione di intelligenza artificiale dovuta a Turing richiede, infatti, che le macchine pensanti manifestino le stesse debolezze, le stesse idiosincrasie, le stesse inefficienze cui sono soggette le forme di vita organiche, le creature in carne e ossa. Altrimenti le loro reazioni sarebbero facilmente distinguibili da quelle dei veri esseri umani.
Heather ci pensò un momento, prima di domandare:
— Che cosa dirai a Cita?
Anche Kyle esitò qualche istante. — La verità. Credo comunque che dentro di sé, in una zona dei suoi processi elaborativi che per noi umani si potrebbe definire “in fondo al cuore”, ne sia già perfettamente consapevole… Ricordi? Intrusi, ha detto, è l’unica definizione corretta.
— Scosse la testa. — E le macchine intelligenti potranno anche sviluppare consapevolezza, ma non certo coscienza. — Poi, ripensando ai mendicanti di Queen Street, soggiunse: — Per lo meno, non più di quanta ne abbiamo mai avuta noi.
Dopo pranzo Heather riattraversò il campus per tornare al lavoro nella sua struttura. Nel frattempo Kyle e Becky, raggiunto il laboratorio, riferirono a Cita quanto Heather aveva scoperto circa il messaggio di Huneker. La SCIMMIA ascoltò imperturbabile, senza fare commenti.
L’ultima dose di psicospazio alla struttura grande l’aveva avuta Becky, quindi adesso era il turno di Kyle. Lasciò Cita in funzione e con l’aiuto di sua figlia si rinserrò nella cavità per vedere di risolvere, una volta per tutte, una certa questione rimasta in sospeso.
Aveva già tutto il piano ben congegnato in mente, ogni particolare di come le cose si sarebbero svolte. Avrebbe atteso nel vialetto sotto Lawrence West: aveva costeggiato in auto l’edificio abbastanza volte per conoscerne bene la conformazione esterna. Sapeva che Lydia Gurdjieff lavorava ogni sera fino alle nove o giù di lì. Avrebbe aspettato che la donna lasciasse il vecchio immobile ristrutturato e s’incamminasse per il vialetto sul lato est. Poi sarebbe sbucato dall’ombra.
— La signora Gurdjieff? — avrebbe domandato.
La donna avrebbe sollevato lo sguardo, allarmata. — Sì?
— Lydia Gurdjieff? — avrebbe insistito Kyle, quasi a fugare ogni eventuale dubbio.
— Sono io.
— Mi chiamo Kyle Graves. Sono il padre di Mary e Becky.
La donna avrebbe preso a indietreggiare. — Mi lasci in pace — avrebbe detto. — Altrimenti chiamo la polizia.
— Prego, si accomodi, faccia pure — avrebbe replicato Kyle. — E anche se non è iscritta a nessun albo, già che ci siamo sarà bene far intervenire anche l’Associazione Psichiatrica e la Commissione Sanitaria.
La Gurdjieff avrebbe continuato a indietreggiare. Guardandosi alle spalle avrebbe veduto un’altra figura profilarsi in fondo al vialetto.
— Quella è mia moglie Heather — le avrebbe detto Kyle cogliendo il gesto. — Se non sbaglio vi conoscete già.
— Si… signora… Davis? — avrebbe balbettato la Gurdjieff, se, pur avendola incontrata una sola volta, fosse riuscita a ricordarne il volto e il nome. Poi: — Vi avverto che ho un allarme antistupro.
Kyle avrebbe annuito, quasi con indifferenza. Il suo tono di voce si sarebbe mantenuto assolutamente calmo.
— E senza dubbio sarebbe pronta a usarlo anche se non vi fosse alcuno stupro, vero?
A questo punto sarebbe intervenuta Heather. — Così come non ha avuto scrupoli ad accusare mio padre di avermi usato violenza, sebbene egli fosse morto prima della mia nascita.
La donna si sarebbe fermata, esitante.
— Non intendiamo farle alcun male, signora Gurdjieff — avrebbe detto Heather avvicinandosi e allargando leggermente le braccia. — Anche mio marito non le torcerà un capello. Ma lei deve ascoltarci. Deve sapere che cosa ha fatto a Kyle e a tutta la nostra famiglia.
— Heather avrebbe sollevato la mano, mostrando il camcorder che celava in pugno. — Come vede ho portato una videocamera. Voglio registrare questo incontro, in modo che quando sarà finito non vi sia posto per ambiguità o fraintendimenti o distorsioni o manipolazioni di alcun genere. — Poi, in tono più tagliente, avrebbe aggiunto: — E neppure per falsi ricordi.
— Non potete farlo — avrebbe protestato la Gurdjieff.
— Dopo quello che ha causato a me e alla mia famiglia — avrebbe replicato Kyle cercando di controllare la propria voce — credo proprio che potremo fare tutto quello che ci pare… compreso divulgare la registrazione di questo incontro insieme a ogni altra prova contro di lei. Mia moglie ultimamente è diventata un po’ una celebrità, le televisioni se la contendono. È in condizione di rivelare al mondo intero in che razza di immonda degenerata imbrogliona abbiamo avuto la sfortuna di imbatterci. Se non ha la licenza non gliela potranno togliere, comunque possiamo sempre rovinarle la piazza e impedirle di fare altre vittime.
La Gurdjieff avrebbe guardato a destra e a sinistra come un animale in trappola, cercando una via di scampo. Poi sarebbe tornata a rivolgersi a Kyle. — Avanti, su, vi ascolto — si sarebbe infine rassegnata, incrociando insolente le braccia sul petto.
— Lei non ha idea di quanto io ami le mie figlie — avrebbe ripreso Kyle scandendo bene le parole. — Quando nacque Mary, ero l’uomo più felice del pianeta. Stavo lì le ore intere semplicemente a guardarla. Era così piccola, così minuscola. I ditini delle mani e dei piedi… mi sembrava impossibile che potesse esistere qualcosa di tanto piccolo e delicato. Dal primo istante che la vidi, seppi che avrei dato la vita, per lei. Capisce, signora Gurdjieff? Per Mary mi sarei preso volentieri una pallottola nel cuore, per Mary non avrei esitato a entrare in una casa in fiamme. Significava tutto per me. Io non sono un credente, ma per la prima volta in vita mia mi sentivo davvero santificato.
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