Blake Pierce - Il Killer della Rosa

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Il Killer della Rosa: краткое содержание, описание и аннотация

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I cadaveri di alcune donne, uccise in modi grotteschi, sono ritrovati nelle campagne della Virginia. Non sembrano esserci soluzioni e viene coinvolta l’FBI ma anche i federali sono disorientati. Un pericoloso serial killer è a piede libero e non si vuole fermare. Gli agenti sanno che uno solo, tra loro, è in grado di risolvere il caso: l’Agente Speciale Riley Paige. Riley è in convalescenza dopo l’incontro con il suo ultimo serial killer e, sapendola ancora debole, l’FBI è riluttante a ricorrere alla sua mente brillante. Nonostante tutto, Riley, bisognosa di combattere i suoi stessi demoni, torna in campo; si ritrova a frequentare l’inquietante ambiente dei collezionisti di bambole, entra nelle case di famiglie distrutte e finisce per penetrare nei meandri più oscuri della mente del killer. A poco a poco, Riley capisce di avere di fronte un assassino più complicato di quanto avesse immaginato. In un’incalzante corsa contro il tempo, si ritrova spinta al limite: rischia di perdere il lavoro, la sua famiglia é in pericolo e i suoi nervi rischiano di crollare. Riley Paige ha accettato di seguire di nuovo un caso ed è determinata a risolverlo a qualsiasi costo. Ne è ossessionata, si ritrova ad esplorare gli angoli più oscuri della sua stessa mente, mentre il confine tra cacciatore e preda si assottiglia sempre di più. Con una serie di incredibili colpi di scena, il suo istinto la guidano ad una soluzione, che nemmeno Riley avrebbe mai immaginato. Giallo psicologico che lascia senza fiato, IL KILLER DELLA ROSA segna il debutto di una nuova affascinante serie – e di un nuovo amato personaggio – che vi terrà attaccati alle pagine fino a tardi. Il Libro #2 nella serie di Riley Paige sarà presto disponibile.

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La donna allentò di nuovo il corpo. Scivolò di pochi centimetri e allungò il piede, finché il coltello non fu abbastanza vicino. Afferrò la lama lercia tra i pollici, la puntò sul pavimento e la sollevò attentamente con il piede, finchè non si trovò il manico nel palmo della sua mano. Lo strinse forte con le dita intorpidite e lo fece girare intorno, puntando lentamente alla corda che le legava i polsi. Il tempo parve fermarsi, mentre lei tratteneva il fiato, sperando, pregando di non fallire. Che lui non arrivasse.

Finalmente, sentì uno strappo e, quasi si stupì di sentire le sue mani libere. Immediatamente, col cuore in gola, sciolse le corde intorno ai polsi.

Libera. Non riusciva quasi a crederci.

Per un istante, tutto ciò che riuscì a fare fu rannicchiarsi lì, con il formicolio a mani e piedi, dovuto al pieno ritorno della circolazione. Picchiettò le lenti a contatto con le dita, resistendo alla necessità di toglierle. Le spostò lentamente su un lato, pizzicandole e togliendole. Gli occhi le dolevano terribilmente, e fu un sollievo averle tolte. Guardando i due dischetti di plastica nel palmo della sua mano, il loro colore le diede la nausea. Erano infatti di un blu scuro piuttosto innaturale. Li gettò via.

Col cuore in gola, Reba si tirò su e raggiunse rapidamente la porta. Afferrò la maniglia, ma non la girò.

Che cosa faccio se lui è qua fuori?

Non aveva altra scelta.

Reba girò la maniglia e aprì silenziosamente la porta. Davanti a sé vide un lungo corridoio vuoto, illuminato soltanto da un'apertura ad arco posta sulla destra. Percorse il corridoio, nuda, scalza e in silenzio; procedendo vide che l'arco si apriva in una stanza scarsamente illuminata. Si fermò a guardare. Era una semplice sala da pranzo, composta da tavolo e sedie, insomma una stanza completamente ordinaria, come se una famiglia sarebbe presto giunta al suo interno, per cenare. Alle finestre, erano appese delle vecchie tende in pizzo.

Una nuova ondata d'orrore la investì. La grande ordinarietà di quel luogo era inquietante, una prigione non avrebbe dovuto essere così.

Attraverso le tende, vide che fuori era buio e se ne rallegrò pensando che l'oscurità le avrebbe reso più semplice la fuga.

Tornò nel corridoio, percorrendolo tutto fino ad una porta, che semplicemente sembrava condurre all'esterno. Zoppicando raggiunse la porta e mosse il freddo catenaccio di ottone. La porta si aprì pesantemente verso di lei, rivelandole la notte esterna.

La porta si apriva su una piccola veranda, oltre la quale c'era un giardino. Il cielo notturno era senza luna e illuminato dalle stelle. Non c'era alcuna altra fonte di luce, nessun segno della presenza di case nelle vicinanze. La donna uscì lentamente sulla veranda e raggiunse il giardino, secco e privo d'erba. La fresca brezza le inondò i polmoni doloranti.

Provò un misto di panico e sollievo. La gioia della libertà.

Reba fece il primo passo, preparandosi a correre, quando, improvvisamente, sentì una mano stringerle il polso.

Poi, giunse la familiare e orrenda risata.

L'ultima cosa che sentì fu un oggetto pesante, forse di metallo, colpirle la testa, e infine precipitò nei più profondi abissi dell'oscurità.

Capitolo 1

Almeno il tanfo non si è manifestato, pensò l'Agente Speciale Bill Jeffreys.

Ancora piegato sul corpo, non riuscì a fare a meno di trovarne delle tracce. Si mescolava con il fresco odore di pino e la leggera foschia sollevatasi dal ruscello, odore di cadavere che doveva essere lì da molto tempo. Ma non era così.

Il corpo nudo della donna era stato disposto con cura su un grosso macigno, sulla riva del ruscello. Era stata messa seduta e giaceva contro un altro macigno, aveva le gambe divaricate e allargate, con le mani lungo i fianchi. Vide una strana piega nel braccio destro, che gli suggerì l'esistenza di un osso rotto. I capelli mossi erano ovviamente quelli di una parrucca, malconcia, con qualche ciocca di biondo. Un sorriso beffardo era disegnato col rossetto sulla sua bocca.

L'arma del delitto le stringeva ancora il collo; era stata strangolata con un nastro rosa. Una rosa rossa sintetica giaceva sulla roccia di fronte a lei, ai suoi piedi.

Bill provò gentilmente a sollevarle la mano sinistra. Non si mosse.

“E' ancora in rigor mortis” Bill disse all'Agente Spelbren, accovacciato sull'altro lato del cadavere. “E' morta da non più di ventiquattro ore.”

“Che cos'hanno i suoi occhi?” Spelbren chiese.

“Cuciti con del filo nero, in modo che restassero spalancati” lui rispose, senza neanche osservare più da vicino.

Spelbren lo guardò incredulo.

“Controlla tu stesso” Bill esclamò.

Spelbren sbirciò gli occhi.

“Accidenti” mormorò tranquillamente. Bill notò che non indietreggiava disgustato e lo apprezzò. Aveva lavorato con altri agenti, alcuni dei quali avevano molta esperienza come Spelbren, che avrebbero vomitato in quel momento.

Bill non aveva mai lavorato con lui prima di allora. Avevano affidato il caso a Spelbren, chiamato da un ufficio della Virginia. Era stata infatti una sua idea ingaggiare qualcuno dall'Unità di Analisi Comportamentale di Quantico. Ecco perché Bill era lì.

Mossa intelligente, pensò Bill.

Bill vide che Spelbren era più giovane di lui, di pochi anni, ma, nonostante ciò, aveva uno sguardo segnato, vissuto, che gli piacque abbastanza.

“Indossa le lenti a contatto” Spelbren notò.

Bill osservò più da vicino. L'altro aveva ragione. Un blu inquietante e artificiale che gli fece distogliere lo sguardo. Faceva freddo laggiù, lungo il ruscello a quell'ora tarda del mattino, ma, nonostante questo, gli occhi erano appiattiti nelle orbite. Sarebbe stato difficile risalire all'ora esatta del decesso. Tutto ciò di cui Bill fu certo, era che il corpo era stato portato lì durante la notte, e disposto in quel modo con cura.

Sentì una voce vicina.

“Fottuti federali.”

Bill sollevò lo sguardo e vide tre poliziotti del luogo, a pochi metri di distanza da lui. Ora stavano sussurrando qualcosa, con un tono che gli rendeva impossibile ascoltare, e allora Bill comprese che quelle due parole erano state pronunciate deliberatamente in modo da essere sentire. I poliziotti erano della vicina Yarnell, e non erano chiaramente felici di avere l'FBI tra i piedi. Pensavano di potersela sbrigare da soli.

Il ranger a capo del Mosby State Park era stato di diverso avviso. Non era abituato a cose peggiori di vandalismo, abbandono di rifiuti, pesca e caccia illegali, e sapeva che la gente di Yarnell non era capace di gestire una storia del genere.

Bill aveva fatto un viaggio di quasi 200km in elicottero, per poter arrivare sul posto prima che il cadavere fosse rimosso. Il pilota aveva seguito le coordinate, che lo avevano condotto fino ad un prato su una collina nei paraggi, dove il ranger e Spelbren lo avevano incontrato. Avevano percorso pochi chilometri, lungo una strada sterrata, e Bill, appena giunto a destinazione aveva visto la scena del delitto, già dalla strada. Era a poca distanza in basso, verso il ruscello.

I poliziotti attendevano impazienti nelle vicinanze, ed erano già stati sulla scena. Bill sapeva esattamente quello che stavano pensando. Intendevano risolvere il caso da soli; un paio di agenti dell'FBI erano l'ultima cosa che avrebbero voluto vedere.

Spiacente, contadinotti, Bill pensò, ma siete fuori dai giochi.

“Lo sceriffo crede che si tratti di traffico di droga” Spelbren disse. “Ma si sbaglia.”

“Perché lo pensi?” chiese. Conosceva lui stesso la risposta, ma voleva avere un'idea sul funzionamento della mente di Spelbren.

“Ha sui trent'anni, non così giovane” Spelbren disse. “Segni di allentamento della pancia, quindi ha avuto almeno un figlio. Non è affatto il tipo classico, implicato nel traffico di droga.”

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