Italo Svevo - Senilità

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Ella toscaneggiava con affettazione e ne risultava un accento piuttosto inglese che toscano. – Prima o poi – diceva Emilio, – le leverò tale difetto che m’infastidisce. – Ella portava la testina eternamente inclinata sulla spalla destra. – Segno di vanità, secondo il Gall – osservava Emilio, e con la serietà di uno scienziato che fa degli esperimenti, aggiungeva: – Chissà che le osservazioni del Gall non sieno meno errate di quanto generalmente si creda? – Era golosa, amava di mangiare molto e bene; poveretto colui che se la sarebbe addossata! Qui poi mentiva sfacciatamente perché egli amava altrettanto di vederla mangiare che di vederla ridere. Derideva tutte le debolezze ch’egli specialmente amava in lei. S’era molto commosso un giorno in cui Angiolina, parlando d’una donna molto brutta e molto ricca, era uscita nell’esclamazione: – Ricca? Allora non brutta. – Ci teneva tanto alla bellezza e l’abbassava dinanzi a quell’altra potenza. – Donna volgare – rideva ora col Balli.

Così, fra il suo modo di parlare col Balli e quello da lui usato con Angiolina, nel Brentani s’erano andati formando addirittura due individui che vivevano tranquilli l’uno accanto all’altro, e ch’egli non si curava di mettere d’accordo. In fondo egli non mentiva né al Balli né ad Angiolina. Non confessando il proprio amore a parole, si sentiva sicuro come lo struzzo che crede d’eludere il cacciatore non guardandolo. Quando invece si trovava con Angiolina, egli si abbandonava tutto al proprio sentimento. Perché avrebbe dovuto diminuirne la forza e la gioia con una resistenza che non aveva alcuna ragione d’essere dove non c era alcun pericolo? Egli amava, non solo desiderava! Sentiva muoversi nell’animo anche qualche cosa che somigliava a un affetto paterno, al vederla così inerme come per loro stessa natura certi disgraziati animali. La mancanza d’intelligenza era una debolezza di più, che chiedeva carezze e protezione.

S’incontrarono al Campo Marzio proprio allorché ella, adirata di non averlo trovato al posto, stava per andarsene. Era la prima volta ch’egli l’avesse fatta attendere, ma con l’orologio alla mano egli le provò di non aver tardato. Raddolcita l’ira, ella confessò che quella sera aveva avuto una speciale premura di vederlo, per cui era stata dessa ad anticipare; aveva da raccontargli delle cose tanto strane che le accadevano. Si appese affettuosamente al suo braccio: – Ho pianto tanto ieri – e si asciugò le lagrime che nell’oscurità egli non poté vedere. Non volle dirgli niente finché non fossero giunti sulla terrazza, e vi salirono a braccetto pel lungo viale oscuro. Egli non aveva alcuna premura d’arrivarci. La notizia che aveva da sentire non poteva essere cattiva visto che Angiolina ne veniva resa più affettuosa. Si fermò più volte per baciarla sulla veletta.

La fece sedere sul muricciolo, si appoggiò lievemente con un braccio sulle sue ginocchia e, per difenderla dalla pioggerella penetrante che continuava a cadere da parecchie ore, la coperse col proprio ombrello.

– Sono fidanzata – disse essa, nella voce un tentativo di nota sentimentale, rotta subito da una grande voglia di ridere.

– Fidanzata! – mormorò Emilio per un istante incredulo tanto che subito si rivolse a indagare la ragione per cui ella gli diceva quella bugia. La guardò in faccia e, ad onta dell’oscurità, vide nell’atteggiamento la sentimentalità che dalla voce era scomparsa. Doveva essere vero. A quale scopo gli avrebbe raccontato una bugia? Avevano dunque trovato il terzo di cui abbisognavano! – Sarai contento ora? – domandò ella carezzevole.

Ella era ben lontana dal sospettare quello che avveniva nell’anima sua ed egli, per pudore, non disse le parole che gli bruciavano le labbra. Ma come avrebbe potuto simulare la gioia cui ella s’attendeva! Era stato tanto violento il suo dolore che gli era occorso di sentirsi ricordare da lei che altre volte egli aveva amato di udirla parlare di quel progetto. Ma quel progetto in bocca d’Angiolina gli era sembrato una carezza. Di più egli si era baloccato con quel piano, ne aveva sognata l’attualizzazione e la conseguente felicità. Ma quanti piani non erano passati per il suo cervello senza lasciar traccia? Aveva sognato in sua vita persino il furto, l’omicidio e lo stupro. Del delinquente aveva sentito il coraggio e la forza e la perversità, e dei delitti aveva sognati i risultati, l’impunità prima di tutto. Ma poi, soddisfatto del sogno, egli aveva ritrovati immutati gli oggetti che aveva voluto distruggere, e s’era chetato, la coscienza tranquilla. Aveva commesso il delitto ma non v’era danno. Ora invece il sogno s’era fatto realtà ed egli, che pur l’aveva voluto, se ne sorprendeva, non ravvisava il suo sogno perché prima aveva avuto tutt’altro aspetto.

– E non mi domandi chi sia lo sposo?

Con improvvisa risoluzione egli si rizzò:

– Lo ami tu?

– Come puoi farmi una simile domanda! – esclamò ella veramente stupefatta. Per unica risposta baciò la mano con la quale egli teneva alto l’ombrello.

– Allora non sposarlo! – impose lui. Spiegò le proprie parole a se stesso. Egli la possedeva già; non la desiderava più. Perché per possederla altrimenti avrebbe dovuto concederla ad altri? Vedendola sempre più sorpresa, cercò di convincerla: – Con un uomo che non ami, non potresti essere felice.

Ma ella non conosceva le sue esitazioni. Per la prima volta si lagnò della propria famiglia. I fratelli non lavoravano, il padre era malato; come si faceva ad andare avanti? E non era lieta casa sua, ch’egli aveva vista alla luce del sole quando non c’erano gli uomini. Non appena venuti si bisticciavano fra di loro e con la madre e le sorelle. Certo, il sarto Volpini, quarantenne, non era il marito che s’era augurato, ma era a modo, buono, dolce, ed ella, col tempo, forse gli avrebbe voluto bene. Di meglio non avrebbe potuto trovare: – Tu, certo, mi vuoi bene, nevvero? Eppure non ammetti la possibilità di sposarmi. – Egli si commosse al sentirla parlare senz’alcun risentimento del suo egoismo.

Infatti. Forse ella faceva un buon affare. Con la consueta debolezza, non potendo convincere lei, per andare d’accordo egli procurò di convincere se stesso.

Ella raccontò. Aveva conosciuto il Volpini dalla signora Deluigi. Era un omino. – Mi arriva qui, – e accennò ridendo alla spalla. – Uomo allegro. Dice d’essere piccolo ma pieno di un grande amore. – Forse sospettando – oh, quale torto gli faceva, – ch’Emilio potesse venir morso dalla gelosia, s’affrettò ad aggiungere: – Brutto assai. Ha la faccia piena di peli del colore della paglia secca. La barba gli arriva agli occhi, anzi agli occhiali. – La sartoria del Volpini si trovava a Fiume, ma egli aveva detto che, dopo il matrimonio, le avrebbe permesso di venir a passare ogni settimana un giorno a Trieste e intanto, poiché la maggior parte del tempo egli era assente, essi avrebbero potuto continuare a vedersi tranquillamente.

– Saremo però molto prudenti – pregò lui. – Molto, molto prudenti! – ripeté. Se quella era una fortuna per lei, non sarebbe stato meglio di rinunciare addirittura a vedersi, per non comprometterla? Per tranquillare la propria coscienza inquieta, egli sarebbe stato capace di qualunque sacrificio. Prese una mano d’Angiolina, vi appoggiò la fronte e in quella posa d’adoratore disse tutto il suo pensiero: – Per non farti del male saprei rinunziare a te.

Forse essa comprese: non fece più allusioni al tradimento ch’essi avevano concertato e, per questo solo fatto, fu quella la serata in cui si fossero amati più dolcemente. Per un momento, per una sola volta, apparì portata all’altezza del sentimento d’Emilio. Non ebbe nessuna nota stonata; non gli disse neppure d’amarlo. Egli andava accarezzando il proprio dolore. La donna ch’egli amava non era soltanto dolce e inerme; era perduta. Si vendeva da una parte, si donava dall’altra. Oh, egli non poteva dimenticare la voglia di ridere ch’ella aveva manifestata al principio del loro colloquio. Se faceva a quel modo il passo più importante della sua vita, come si sarebbe comportata accanto ad un uomo che non amava?

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