Emilio Salgari - I misteri della jungla nera

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– Largo! largo! – gridò egli, girando intorno sguardi feroci.

Si raccolse su se stesso come una tigre e saltando sopra le teste degl’indiani cercò dirigersi verso la porta, ma gli mancò il tempo.

Due corde gli strinsero le braccia, percuotendolo dolorosamente colle palle di piombo e lo atterrarono.

Egli gettò un urlo terribile. Gl’indiani in un baleno gli furono sopra come una torma di cani attorno al cinghiale, e malgrado la sua forte resistenza venne solidamente legato e ridotto all’impotenza.

– Aiuto! aiuto! – rantolò egli.

– A morte! a morte! – gridarono gli indiani.

Con uno sforzo erculeo spezzò due corde, ma fu tutto quello che poté fare. Nuovi lacci lo strinsero, e così fortemente, che le carni divennero nere.

Suyodhana, che aveva assistito impassibile a quella disperata lotta di un uomo solo contro ventidue, gli si avvicinò e lo contemplò per alcuni istanti con gioia satanica. Tremal-Naik nulla potendo fare, gli sputò contro.

– Empio! – esclamò il figlio delle sacre acque del Gange .

Afferrò con mano solida il suo pugnale e l’alzò sul prigioniero che lo guardava sdegnosamente.

– Figli miei, – disse l’indiano, – qual pena merita quest’uomo?

– La morte! – risposero gl’indiani.

– E la morte sia.

Tremal-Naik emise un ultimo grido.

– Ada! Povera Ada!

La lama del vendicatore che penetravagli nel petto, gli spense la voce. Sbarrò gli occhi, li chiuse, uno spasimo violento agitò le sue membra e si irrigidì. Un rivo di sangue caldo scorreva per le sue vesti, disperdendosi per le pietre.

– Kâlì! – disse Suyodhana, volgendosi verso la statua di bronzo.– Scrivi sul tuo nero libro, il nome di questa nuova vittima.

Ad un cenno due indiani sollevarono l’infelice Tremal-Naik.

– Gettatelo nella jungla a pasto delle tigri, concluse il terribile uomo. – Così periscono gli empi!…

VII. Kammamuri

Kammamuri, dopo l’avvenuta separazione, aveva preso la via che conduceva al fiume, cercando di seguire le traccie dell’indiano che lo precedeva. Però, bisogna dirlo, il bravo maharatto si allontanava dal suo padrone a malincuore, e quasi con rimorso.

Egli, con ragione, temeva che Tremal-Naik commettesse qualche pazzia, sapendo che voleva rivedere la misteriosa visione e perciò ogni dieci passi s’arrestava titubante, più disposto ad indietreggiare, malgrado il divieto, che di andare innanzi.

Come ritornare alla capanna, sapendo che il padrone trovavasi nella jungla maledetta, dove i nemici pullulavano come i bambù? Gli sembrava una enormità, una cosa assolutamente impossibile, quasi un delitto.

Non aveva ancor percorso mezzo miglio, quando si decise di ritornare sui propri passi a costo di far andare in bestia Tremal-Naik.

– Infine, – disse il bravo maharatto, – un compagno potrà servirgli a qualche cosa. Animo, Kammamuri, coraggio ed occhi aperti.

Fece una piroetta sui talloni e si diresse nuovamente verso l’ovest, non ponendo più mente all’indiano che fino allora lo aveva preceduto.

Non aveva fatto ancor venti passi, che udì una voce disperata a gridare:

– Aiuto! aiuto!

Kammamuri fece un salto indietro.

– Aiuto! – mormorò egli. – Chi chiama aiuto?

Stette in ascolto, con una mano all’orecchio: il venticello notturno che spirava dall’ovest, portò a lui un fischio acuto.

– Succede qualche cosa laggiù, – borbottò il maharatto, inquieto.– Il vento porta, chi ha gridato deve essere a mezzo miglio da qui, nella direzione presa dal mio padrone. Che assassinino qualcuno?

La paura di cadere nelle mani degli indiani era forte, ma la curiosità la vinse.

Si pose la carabina sotto il braccio e si diresse verso l’ovest, scostando i bambù con precauzione. Proprio in quell’istante echeggiò una detonazione.

Nell’udirla, il maharatto sentì gelarsi il sangue nelle vene. La carabina di Tremal-Naik, che tante e tante volte aveva udito rombare nella jungla nera , la conosceva troppo bene perché potesse ingannarsi.

– Grande Siva! – mormorò coi denti stretti. – Il padrone si difende.

L’idea che Tremal-Naik corresse un pericolo, gl’infuse un coraggio straordinario.

Disprezzando ogni precauzione, dimenticando che forse gl’indiani lo spiavano, si mise a correre verso il luogo dal quale sembrava essere partita la detonazione.

Un quarto d’ora dopo giungeva ad una specie di radura, nel mezzo della quale contorcevasi un oggetto lungo lungo, sparso di macchie. Quel corpo emetteva dei sibili acuti, particolari ai serpenti, allorché sono irritati.

– To’, un pitone! – esclamò Kammamuri il quale, famigliarizzato a simili rettili, non provava paura alcuna.

Stava per allontanarsi, per evitare il pericolo di venire assalito e stritolato, quando s’accorse che il rettile non era più intero e che a lui vicino giaceva un corpo umano.

Sentì rizzarsi il ciuffo di capelli che crescevagli sulla nuca.

– Che sia il padrone, – mormorò.

Afferrò la carabina per la canna, affrontò il rettile che contorcevasi rabbiosamente perdendo sangue e gli schiacciò la testa.

Liberatosi del mostro, corse a quel corpo umano che non dava più segno di vita.

– Visnù sia benedetto! – esclamò, emettendo un sospirone. – Non è il padrone.

Infatti era un indiano, quello stesso che per lanciarsi contro Tremal-Naik era caduto fra le spire del pitone. Il povero diavolo non era più riconoscibile, dopo la terribile stretta del rettile.

Era una massa di carne contorta, stritolata, inondata di sangue.

Aveva la bocca smisuratamente aperta e lorda d’una spuma sanguinosa, gli occhi fuori delle orbite, punte di ossa infrante che gli uscivano dal petto orrendamente sfondato e le membra spezzate in dieci diversi luoghi.

Kammamuri si curvò su di lui per udire se respirava ancora, ma quelle carni erano già fredde.

– Il pover’uomo non ha potuto resistere alla potente stretta, – disse.– Tanto peggio per lui: quest’indiano non può essere che uno di quelli che ci davano la caccia, poiché vedo sul suo petto il misterioso tatuaggio. Orsù, qui non c’è ormai più nulla da fare e corro il pericolo di venire scoperto.

Un leggiero strofinìo di bambù scossi, lo inchiodò sul suolo. Si piegò prontamente e si distese in mezzo alle erbe, rimanendo immobile come il cadavere che aveva vicino.

Se non era stato ancora veduto, poteva sfuggire allo sguardo di colui o di coloro che avevano smosso i bambù, essendo le canne alte.

Lo strofinìo era subito cessato, ma non bisognava fidarsi. Gli indiani sono pazienti come le pelli-rosse dell’America e spiano la preda per delle ore, anzi per delle giornate, e Kammamuri, indiano pur lui, non le ignorava.

Stette così parecchio tempo, poi ardì alzare il capo e guardare all’intorno.

Un sibilo lamentevole fendé l’aria e si senti strozzare da un laccio, che una mano abile aveva gettato attorno al suo collo.

Rattenne il grido che stava per uscirgli dalle labbra, afferrò con pugno solido la corda impedendo così che lo strangolasse e ricadde fra le erbe dibattendosi come un agonizzante. L’astuzia riuscì pienamente.

Lo strangolatore, che tenevasi imboscato dietro ad un gruppo di canne da zucchero selvatiche, credendo che la vittima fosse per spirare, balzò fuori per finirla a colpi di pugnale. Kammamuri aveva afferrata una delle pistole e l’aveva armata drizzandola su di lui.

– Sei morto! – gli gridò.

Un lampo ruppe le tenebre, seguito da una detonazione. Lo strangolatore barcollò, portò le mani al petto e cadde di peso fra le erbe.

Kammamuri gli fu sopra colla seconda pistola.

– Dov’è Tremal-Naik? – gli chiese.

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