Senza capirne il motivo, nella sua testa si accesero dei campanelli d’allarme. Tuttavia, tentò di sconfiggere la propria paura con la logica. O è davvero fuori di testa, oppure questa non è casa sua. Magari vive con la madre.
“Va bene se ci mettiamo lì?” disse lei indicando il tavolino davanti al divano.
“Sì, va bene lì” disse l’uomo. Le sorrise mentre chiudeva la porta.
Nell’istante in cui la porta si chiuse, Susan avvertì qualcosa agitarsi dentro di sé. Era come se la stanza si fosse fatta gelida e i suoi sensi si fossero messi in allerta. C’era qualcosa di sbagliato. Era una sensazione bizzarra. Guardò la statuetta di ceramica più vicina a lei – un ragazzo che tirava un carretto – come in cerca di una risposta.
Cercò di distrarsi aprendo la valigetta-espositore. Tirò fuori alcune bustine di Proteine in Polvere dell’Università del Miglioramento e il mini frullatore in omaggio (del valore di 35$, ma completamente gratis per te al primo acquisto!).
“Allora” disse, cercando di restare calma e ignorare i brividi che avvertiva. “Le interessa di più perdere peso, aumentare di peso oppure mantenere il suo peso attuale?”
“Non saprei” disse l’uomo osservando gli oggetti restando in piedi davanti al tavolino. “Lei cosa dice?”
Susan faticava a parlare. Adesso aveva paura e senza un motivo preciso.
Guardò la porta, col cuore che le martellava in petto. L’aveva forse chiusa a chiave? Da dove si trovava non riusciva a capirlo.
Poi realizzò che l’uomo aspettava ancora una risposta. Cercò di riprendersi e tornare in modalità di venditrice.
“Be’, non saprei” gli disse.
Voleva guardare di nuovo la porta. Improvvisamente, le sembrò che tutte le statuine nella stanza la fissassero con in loro occhi di porcellana, come se fosse una preda.
“Non mangio poi così male” disse l’uomo. “Però ho un debole per la torta al limone. Se seguo il vostro programma potrei continuare a mangiare torta al limone?”
“Forse sì” rispose lei. Si mise a spulciare tra i documenti nella valigetta, stringendola a sé. Dieci minuti, pensò, sentendosi sempre più a disagio man mano che i secondi passavano. Ha detto di avere dieci minuti. Posso farcela.
Trovò l’opuscolo che spiegava cosa l’uomo avrebbe potuto mangiare se avesse seguito il programma e glielo porse guardandolo in faccia. Quando lui lo prese, le sfiorò la mano per un istante.
Ancora una volta, nella sua mente scattarono gli allarmi. Doveva andarsene da lì. Non le era mai capitato di avere una simile reazione entrando nella casa di un potenziale cliente, ma adesso si sentiva così sopraffatta da non riuscire a pensare ad altro.
“Mi dispiace” disse raccogliendo tutto il materiale e rimettendolo nella valigetta. “Mi sono appena ricordata di avere una riunione tra meno di un’ora, dall’altra parte della città.”
“Ah” disse lui, osservando l’opuscolo che aveva in mano. “Certo, capisco. Spero che non faccia tardi.”
“Grazie” disse lei frettolosamente.
Le porse l’opuscolo, che lei prese con mano tremante. Lo sistemò nella valigetta e andò alla porta d’ingresso.
Era davvero chiusa a chiave.
“Mi scusi” disse l’uomo.
Susan si voltò, la mano ancora sulla maniglia.
Notò a malapena il pugno arrivare verso di lei. Tutto ciò che vide quando la colpì alla bocca fu un lampo bianco. Sentì subito il sangue scorrere, avvertendone anche il sapore sulla lingua. Cadde all’indietro sul divano.
Aprì la bocca per gridare, ma la parte destra della mascella era come bloccata. Mentre cercava di rimettersi in piedi, l’uomo le si parò davanti e stavolta le sferrò una ginocchiata allo stomaco. Tutta l’aria le uscì dai polmoni e riuscì solo a rannicchiarsi, annaspando in cerca d’aria. Si rese debolmente conto dell’uomo che la sollevò e se la mise in spalla, come se fosse un primitivo che riportava la sua donna nella caverna.
Provò a divincolarsi, ma non riusciva ancora a respirare bene. Si sentiva come paralizzata, come se stesse annegando. Tutto il suo corpo era molle, anche la testa. Il sangue le colava dalla bocca finendo sulla camicia dell’uomo, e fu tutto ciò che vide mentre lui la trascinava per casa.
Ad un certo punto si accorse che l’aveva portata in un’altra casa, che era in qualche modo collegata a quella dove si era trovata fino a poco prima. La lasciò cadere come un sacco di patate, facendole sbattere la testa sul pavimento di linoleum consunto. Quando infine riuscì ad inspirare, il dolore le fece comparire tanti puntini luminosi davanti agli occhi. Si rigirò sul pavimento, ma quando riuscì a rimettersi in piedi, l’uomo era di nuovo lì.
Le si stava annebbiando la vista, ma riuscì comunque a vedere che l’uomo aveva aperto una specie di porticina nel muro, nascosta da un falso pannello di legno. Dietro la porta c’era uno spazio buio e polveroso, con uno strato di materiale isolante rigonfio che cadeva a pezzi. Il cuore prese a batterle in petto furiosamente, come a cercare di sfondarle le cassa toracica, quando capì che era lì che l’avrebbe portata.
“Qui sarai al sicuro” le disse l’uomo, chinandosi e trascinandola nel nascondiglio.
Si ritrovò al buio, sdraiata sulle rigide assi di legno del pavimento. L’uomo... sapeva il suo nome, ma non riusciva a ricordarlo. Il suo mondo si era ridotto a dolore e sangue, mentre continuava a respirare a fatica.
Infine riuscì a trarre un respiro profondo, e pensò di usarlo per gridare aiuto. Invece, lasciò che le riempisse i polmoni, portando un po’ di sollievo al suo corpo. In quel breve istante di tregua, udì la porta del nascondiglio chiudersi da qualche parte dietro di sé, poi si ritrovò nella completa oscurità.
L’ultima cosa che aveva sentito prima che il mondo si tingesse di nero era la risata dell’uomo, appena fuori dalla porta.
“Non preoccuparti” disse. “Presto sarà tutto finito.”
La pioggia cadeva incessantemente, abbastanza forte da impedire a Mackenzie White di udire i suoi stessi passi. Bene. Questo significava che anche l’uomo che stava seguendo non li avrebbe sentiti.
Doveva però procedere comunque con cautela. Non solo pioveva, ma era anche notte fonda. Il sospettato avrebbe potuto facilmente sfruttare l’oscurità a proprio vantaggio, esattamente come lei. E i lampioni dalle luci fioche e tremolanti non le erano certo d’aiuto.
Con i capelli quasi zuppi e l’impermeabile così bagnato che le stava incollato al corpo, Mackenzie attraversò la strada deserta a passo sostenuto. Più avanti, il suo partner aveva già raggiunto l’obiettivo. Riusciva a vedere la sua sagoma accovacciata sul fianco del vecchio edificio in cemento. Mentre gli si avvicinava, illuminata soltanto dalla luna e da un lampione lontano, rafforzò la presa sulla Glock datale in dotazione dall’Accademia.
Iniziava a piacerle tenere una pistola in mano. Non era soltanto una questione di sicurezza, era qualcosa di più, una sorta di relazione. Quando teneva in mano una pistola e sapeva che l’avrebbe usata, avvertiva un legame intimo. Non aveva mai sperimentato nulla del genere mentre lavorava in Nebraska come detective sottovalutata; era qualcosa di nuovo che le aveva tirato fuori l’Accademia dell’FBI.
Raggiunse l’edificio e si appostò sul fianco con il suo partner. Lì, almeno, la pioggia non la raggiungeva.
Il suo partner si chiamava Harry Dougan. Ventidue anni, muscoloso, arrogante in modo sottile e quasi rispettabile. Fu sollevata di constatare che anche lui pareva un po’ nervoso.
“Hai avuto una visuale?” gli domandò Mackenzie.
“No, ma la stanza all’ingresso è libera. Si vede dalla finestra” disse indicando davanti a loro. C’era una sola finestra, irregolare e coi vetri rotti.
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