Là sotto vide la ripida discesa che portava alla base del Crinale. E davanti a lei vide una piattaforma solitaria, vuota, che la aspettava.
Stara si voltò e guardò Fithe che la fissava con sguardo eloquente.
“Sei sicura?” le chiese sottovoce. Stara poteva vedere nei suoi occhi la paura per lei.
Provò una scossa di apprensione scorrerle attraverso il corpo, ma poi pensò a Reece e annuì esitante.
Lui le fece cenno con gentilezza.
“Grazie,” disse Stara. “Non so come potrò mai ripagarti.”
Lui le sorrise.
“Trova l’uomo che ami,” le rispose. “Se non posso essere io, che almeno sia qualcun altro.”
Le prese la mano, la baciò, si inchinò e si voltò allontanandosi. Stara lo guardò andare con il cuore colmo di apprezzamento per lui. Se non avesse amato Reece come lo amava, forse sarebbe stato l’uomo giusto da amare.
Stara si voltò, si fece determinata, si tenne alla criniera del cavallo e fece il primo fatidico passo sulla piattaforma. Cercò di non guardare la Grande Desolazione, il viaggio che sarebbe quasi sicuramente significato la sua morte. Ma lo fece.
Le funi scricchiolarono, la piattaforma oscillò e mentre i soldati abbassavano le funi mezzo metro alla volta, iniziò a scendere, tutta sola, verso il nulla.
Reece, pensò, Può darsi che io muoia. Ma attraverserò il mondo per te.
Erec si trovava a prua sulla sua nave, Alistair e Strom accanto a lui, e scrutava le acque impetuose del fiume dell’Impero sotto di loro. Guardava le correnti che portavano la nave a sinistra dove il fiume si biforcava, lontano dal canale che li avrebbe condotti a Volusia, da Gwendolyn e dagli altri, e si sentiva distrutto. Ovviamente voleva salvare Gwendolyn, ma si sentiva anche in dovere di adempiere al sacro giuramento fatto a quegli abitanti liberati di salvare il villaggio vicino e spazzare via le guarnigioni dell’Impero che si trovavano lì. Dopotutto se non l’avesse fatto i soldati dell’Impero avrebbero presto ucciso gli uomini liberati e tutti gli sforzi di Erec per renderli liberi sarebbero valsi a nulla e il loro villaggio sarebbe finito nuovamente nelle mani dell’Impero.
Erec sollevò lo sguardo e studiò l’orizzonte, cosciente del fatto che a ogni momento che passava, a ogni folata di vento, a ogni colpo di remo, si stavano allontanando sempre più da Gwendolyn, dalla sua originale missione. Eppure a volte sapeva che bisognava staccarsi da una missione per fare ciò che era più onorevole e giusto. Si rendeva conto che a volte la missione non era sempre ciò che si pensava fosse. A volte cambiava di continuo, a volte era un viaggio parallelo lungo un tragitto che terminava in una missione reale.
Eppure Erec si era convinto dentro di sé di sconfiggere la guarnigione dell’Impero il più in fretta possibile e di prendere poi la biforcazione del fiume in direzione di Volusia per salvare Gwendolyn prima che fosse troppo tardi.
“Signore!” gridò una voce.
Erec sollevò lo sguardo e vide uno dei suoi soldati in alto sull’albero maestro che indicava l’orizzonte. Si voltò per guardare e mentre la nave svoltava a un’ansa del fiume e le correnti si facevano più forti, il suo sangue iniziò a scorrere più rapidamente vedendo un forte dell’Impero, pieno zeppo di soldati, arroccato sulla riva del fiume. Era uno scialbo edificio a pianta quadrata, fatto di pietra e di poco alto da terra, con supervisori dell’Impero disposti tutt’attorno, ma con nessuno che guardasse verso il fiume. Stavano invece osservando il villaggio di schiavi sotto di loro, gremito di abitanti che lavoravano sotto la frusta e il bastone dell’Impero. I soldati frustavano senza pietà gli schiavi, torturandoli nelle strade e facendoli lavorare duramente mentre loro guardavano e ridevano alla scena.
Erec arrossì di indignazione, avvampando per l’ingiustizia di tutto questo. Si sentiva giustificato nell’aver portato i suoi uomini da questa parte del fiume ed era determinato a punire i torti e a fargliela pagare. Poteva benissimo trattarsi di una goccia nell’oceano della farsa dell’Impero, ma non si poteva mai sottovalutare, Erec lo sapeva bene, ciò che significasse la libertà anche per pochi uomini.
Erec vide le coste piene di navi dell’Impero, sorvegliate con noncuranza dato che nessuno si aspettava un attacco. Ovviamente non si aspettavano nulla: non c’erano eserciti ostili nell’Impero, niente che il vasto contingente dell’Impero potesse temere.
Cioè, niente tranne Erec.
Erec sapeva che sebbene lui e i suoi uomini fossero in minoranza numerica, avevano ancora il vantaggio della sorpresa. Se fossero riusciti ad andare a segno abbastanza velocemente, forse avrebbero potuto batterli.
Si voltò verso i suoi uomini e vide Strom in piedi vicino a lui in trepidante attesa di un suo ordine.
“Prendi il comando della nave vicino a me,” comandò Erec al fratello minore e prima ancora che avesse finito di pronunciare le parole lui era già scattato in azione. Attraversò il ponte di corsa, balzò oltre il corrimano portandosi nella nave che stava navigando vicino alla loro e si diresse velocemente a prua prendendo il comando.
Erec si voltò poi verso i suoi soldati che gli si erano affollati attorno aspettando delle indicazioni.
“Non voglio che si allarmino per la nostra presenza,” disse. “Dobbiamo avvicinarci il più possibile. Arcieri, ai vostri posti!” gridò. “E voi, prendete tutti le vostre lance e inginocchiatevi!”
I soldati presero tutti posizione accucciandosi lungo il corrimano, tutti disposti in file, con lance e archi pronti, tutti ben disciplinati e in paziente attesa di un ulteriore ordine. Le correnti incrementarono ed Erec vide le forze dell’Impero farsi minacciosamente più vicine. Sentì nelle vene una sensazione familiare: c’era battaglia nell’aria.
Si avvicinarono sempre più, ora si trovavano ad appena cento metri, e il cuore di Erec stava battendo rapidamente nella speranza che non li vedessero, sentendo l’impazienza di tutti i suoi uomini attorno a lui che aspettavano di attaccare. Dovevano solo arrivare a distanza di tiro e sapeva che ogni spinta dell’acqua, ogni metro che guadagnavano era di altissimo valore. Avevano solo una possibilità con le loro lance e frecce e non poteva andare a vuoto.
Dai, pensò Erec. Solo un po’ più vicino.
Il cuore di Erec sprofondò vedendo però un soldato dell’Impero che improvvisamente si voltava ed esaminava l’acqua, strizzando poi gli occhi confuso. Stava per vederli, ma era troppo presto. Non erano ancora a tiro.
Anche Alistair accanto a lui lo vide. Prima che Erec potesse dare l’ordine di iniziare la battaglia troppo presto, Alistair si alzò improvvisamente in piedi e con un’espressione serena e sicura sollevò la mano destra. Apparve una sfera gialla e lei la scagliò in avanti.
Erec guardò con meraviglia la sfera di luce che galleggiava in aria su di loro e poi scendeva come un arcobaleno avvolgendoli nella nebbia e oscurando la visuale, proteggendoli quindi dagli occhi dell’Impero.
Il soldato dell’Impero ora guardava nella nebbia, confuso, non vedendo nulla. Erec si voltò e sorrise ad Alistair sapendo che, ancora una volta, senza di lei sarebbe stato perduto.
La flotta di Erec continuò a navigare, ora perfettamente nascosta, ed Erec guardò Alistair con gratitudine.
“La tua mano è più forte della mia spada, mia signora,” le disse inchinandosi.
Lei gli sorrise.
“La tua battaglia deve ancora essere vinta,” gli rispose.
Il vento li portò più vicini, sempre avvolti dalla nebbia, ed Erec poté vedere tutti i suoi uomini trepidanti di scoccare le frecce e di scagliare le lance. Capì: anche la sua lancia gli prudeva in mano.
“Non ancora,” sussurrò.
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