Considerò brevemente di indossare la protesi che teneva accanto al letto. Avrebbe dovuto avvolgere il moncone in una fodera in tessuto sintetico, sistemare un paio di calze sulla fodera, per compensare il restringimento del moncone, poi stringere la protesi a dovere, appoggiando tutto il suo peso sopra, finché non fosse andato tutto a posto.
Non le sembrava che ne valesse la pena al momento, specialmente se avesse avuto fortuna, e il dolore fosse scemato da solo, così da poter tornare a letto e provare a dormire ancora un po’.
Perciò, indossò una vestaglia, raggiunse le stampelle, infilò i polsi nelle grucce e si aggrappò alle impugnature, poi zoppicò fuori dalla camera da letto e raggiunse la cucina.
Una pila di documenti l’attendeva lì sul tavolo dal rivestimento in formica.
Si era portata a casa un’enorme quantità di poesie e racconti brevi da leggere, consegne per Sea Surge, la rivista letteraria per cui lavorava come vice caporedattrice. Aveva letto più della metà degli scritti la sera precedente, prima di andare a letto, selezionandone alcuni che considerava degni di pubblicazione, mentre aveva rifiutato la maggior parte degli altri, reputandoli inadatti allo scopo.
Adesso era intenta a leggere un gruppo di cinque poesie particolarmente brutte, composte da uno scrittore alquanto privo di talento: erano il genere di composizione da bigliettini d’auguri che la rivista riceveva fin troppo spesso. Esplose in una piccola risata, mentre accantonava le poesie sulla pila di composizioni rifiutate.
Le successive composizioni erano completamente diverse, ma si trattava del tipico componimento che spesso doveva scorrere in queste occasioni. Queste poesie la colpirono immediatamente perché apparivano aride, spietate, oscure e pretenziose. Mentre provava a cogliere il senso di alcune di esse, la sua mente cominciò a vagare, e si trovò a pensare a come si fosse ritrovata a vivere da sola in affitto in quella piccola casa economica, ma confortevole.
Fu triste ricordare come il suo matrimonio fosse finito così in fretta quell’anno. Subito dopo l’incidente e l’amputazione, il marito Duane si era dimostrato attento, amorevole e di supporto. Ma, col passare del tempo, era diventato sempre più distante, finché aveva cessato di dimostrarle accenni di intimità o affetto.
Duane non lo avrebbe mai ammesso ma Robin si era resa conto che il marito semplicemente non la trovava più fisicamente attraente.
Lei sospirò, ricordando quanto fossero stati follemente innamorati durante i primi quattro anni del loro matrimonio.
Le si formò un nodo in gola, chiedendosi se avrebbe mai più conosciuto quel tipo di felicità. Ma sapeva di essere ancora una donna bella, affascinante ed intelligente. Sicuramente, c’era un uomo meraviglioso là fuori, che l’avrebbe considerata una persona nella sua interezza, e non come una mutilata.
Eppure, la superficialità dell’amore di Duane per lei era stato un colpo per la sua autostima e per la sua fiducia nei confronti degli uomini in generale. Era difficile non provare amarezza per il suo ex-marito. Rammentò a se stessa come spesso faceva …
Ha fatto il meglio che poteva.
Almeno, il loro divorzio era stato amichevole e restavano ancora amici.
Drizzò le orecchie ad un suono familiare all’esterno, il camion della nettezza urbana si stava avvicinando. La donna sorrise, attendendo un piccolo rituale che aveva sviluppato durante le mattine insonni come questa.
Si alzò dal tavolo, prese le stampelle, zoppicò fino alla finestra del soggiorno, e aprì le tende.
Il camion stava accostando di fronte alla sua casa proprio in quel momento e l’enorme braccio robotico afferrò il suo bidone, sollevandolo e gettando il contenuto nel camion. E, come previsto, c’era uno strano giovane che camminava accanto al camion.
Come sempre, Robin trovò qualcosa di affettuosamente sincero in lui, mentre seguiva il veicolo lungo la via, osservando attentamente in ogni direzione, come se assolvesse ad un compito di vigilanza.
Lei immaginò che dovesse lavorare per l’assessorato alla nettezza urbana della città, sebbene non sapesse identificare quale fosse il suo lavoro. Non sembrava aver altro da fare che camminare ed assicurarsi che il grande veicolo svolgesse il proprio lavoro e non gettasse in strada dei rifiuti.
Come sempre faceva quando lo vedeva lì fuori sulla strada illuminata, sorrise, tirò fuori un braccio dalla gruccia, e gli fece un cenno di saluto. Lui la guardò negli occhi, come faceva sempre. Lei trovò strano che non rispondesse mai al saluto, limitandosi a starsene lì con le braccia lungo i fianchi, a ricambiare lo sguardo.
Ma, stavolta, fece qualcosa che non aveva mai fatto prima.
Sollevò un braccio e indicò nella direzione della donna.
Che cosa sta indicando? si chiese.
Poi, ebbe un brivido, ricordando il momento in cui si era svegliata …
Pensavo di aver sentito un suono.
Aveva pensato che fossero stati dei vetri infranti.
E adesso capì …
Sta indicando qualcosa alle mie spalle.
Prima che potesse voltarsi a guardare, sentì una mano afferrarle forte la spalla destra.
Robin s’immobilizzò dalla paura.
Provò un improvviso dolore acuto, come se qualcosa l’avesse punta nell’orecchio, e il mondo intorno a sé si dissolse rapidamente.
Nell’arco di un istante, non sentì più nulla.
Nell’istante in cui Riley si lasciò cadere sul divano in soggiorno, dopo essersi tolta le scarpe, il campanello suonò. Abbozzò un gemito. Immaginava che fosse qualcuno che promuovesse una causa, intenzionato a chiederle di firmare una petizione o firmare un assegno, o una cosa del genere.
Non è ciò che mi serve adesso.
Aveva appena accompagnato a scuola le sue figlie, April e Jilly, per il loro primo giorno dell’anno scolastico. Non vedeva l’ora di rilassarsi un po’.
Proprio allora, sentì Gabriela, la sua governante guatemalteca, dire dalla cucina …
“No te muevas, señora. Vado io ad aprire.”
Mentre ascoltava il suono dei passi di Gabriela, che si recava alla porta, Riley si appoggiò contro lo schienale del divano e mise i piedi sul tavolino da caffè.
Poi, sentì Gabriela chiacchierare allegramente con la persona alla porta.
Una visita? Riley si chiese.
Si infilò velocemente le scarpe, mentre sentiva i passi avvicinarsi.
Quando la governante accompagnò il visitatore nella stanza, Riley fu sorpresa e felice, vedendo chi era.
Si trattava di Blaine Hildreth, il suo splendido compagno.
O è il mio fidanzato?
In quei giorni non ne era affatto sicura, e apparentemente neanche Blaine. Un paio di settimane prima, le aveva più o meno fatto la proposta di matrimonio, poi soltanto la settimana precedente le aveva detto di voler fare le cose con calma. Non lo vedeva ormai da qualche giorno, e non si aspettava la sua visita quella mattina.
Quando Riley accennò ad alzarsi dal divano, Blaine disse: “Ti prego, resta seduta. Vengo a sedermi con te.”
Blaine le si sedette accanto, mettendosi comodo nel vecchio divano del soggiorno. Riley sorrise e si tolse di nuovo le scarpe, calciandole via.
Abbozzando una risata, anche Blaine lo fece, ed entrambi appoggiarono i piedi sul tavolino da caffè.
Sentirsi così a suo agio con lui faceva sentire molto bene Riley, anche se non sapeva ancora stabilire a che punto fosse la loro relazione.
“Com’è andata la mattinata?” Blaine chiese.
“BENE” Riley rispose. “Ho appena accompagnato le ragazze a scuola.”
“Sì, anch’io ho appena accompagnato Crystal.”
Come sempre, Riley avvertì la nota di affetto che si manifestava ogni qualvolta Blaine menzionava la propria figlia sedicenne. Le piaceva questo di lui.
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