Ursula Le Guin - L’isola del drago

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L’isola del drago: краткое содержание, описание и аннотация

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L’Arcipelago di Earthsea è una terra lontana dove la magia è ancora potente e capace di sottili e misteriosi incantesimi che legano (o separano) gli esseri umani e dove, talvolta, giungono i draghi per ricordare a tutti che, nella notte dei tempi, non c’era distinzione tra uomo e drago. E a Gont, una delle isole di Earthsea, vive Tenar, una donna che pur essendo stata l’allieva prediletta del potente Arcimago Ogion, ha sorprendentemente rinunciato ai Poteri della magia per condurre una vita tranquilla accanto all’uomo che ama. Ma quel destino che Tenar ha rifiutato non ha mai cessato di albergare nei ricordi, nei pensieri e nei gesti della donna, e ora ritorna a lei sotto forme diverse e inquietanti: una bambina martoriata nel corpo e nello spirito (ma dotata di immani capacità soprannaturali), un vecchio amico che ha smarrito i Poteri dopo un viaggio nella terra delle Tenebre, l’antico maestro che la chiama per confidarle un segreto che solo lei può comprendere. Tornare sul sentiero che pensava abbandonato per sempre non sarà facile per Tenar, eppure solo lei conosce quel luogo dove — fra streghe, draghi, premonizioni e sortilegi — si deciderà l’esito della lotta tra il giovane e coraggioso re di Gont e le forze delle Tenebre che hanno scagliato contro l’isola una maledizione letale…

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E laggiù nella Valle di Mezzo, a Goha, moglie di Selce, le donne avevano sempre dato il benvenuto; certo, lei era una straniera dalla pelle bianca, che parlava in modo bizzarro, ma era anche una buona padrona di casa, bravissima a filare, con dei figli robusti e bene educati, e una fattoria ricca: una persona rispettabile. E per gli uomini lei era la moglie di Selce, che faceva quel che doveva fare una donna: letto, figli, torte, minestre, pulizia, filatura, cucito, lavare i piatti e servire in tavola. Un’ottima donna. La approvavano. Selce, dopotutto, non aveva sbagliato, dicevano. Come sarà fatta, una donna bianca? Sarà bianca dappertutto? dicevano i loro occhi, quando la guardavano, finché non raggiunse la mezza età e gli uomini non le badarono più.

Ma ora, nella casa di Ogion, le cose erano diverse. Da quando lei e Muschio avevano vegliato insieme il morto, la vecchia le aveva fatto capire di volerle essere amica, seguace, serva, qualsiasi cosa Tenar le chiedesse. Tenar non sapeva bene in quale veste preferire la strega, che era una donna imprevedibile, inaffidabile, misteriosa, collerica, ignorante, astuta e sporca. Ma Muschio voleva bene alla bambina. E forse era proprio merito di Muschio il cambiamento avvenuto in Therru, quel rilassamento appena percettibile. All’inizio, quando era con la strega, Therru si comportava come sempre: era assente, non reagiva, era docile come può esserlo un oggetto inanimato, una pietra. Ma la vecchia aveva continuato a blandirla, offrendole dolci e altri tesori, pregandola e supplicandola. «Vieni con Zia Muschio, cara! Vieni, e Zia Muschio ti mostrerà la cosa più bella che hai mai visto…»

Muschio aveva un naso lungo lungo, labbra sottili ed era sdentata; su una guancia spiccava una verruca grossa come un nocciolo di ciliegia; i suoi capelli grigi erano un solo, indescrivibile garbuglio di ricci e di nodi magici; e aveva un afrore forte e pungente, profondo e complesso come quello di una tana di volpe. «Carina, vieni con me nella foresta!» dicevano le vecchie streghe nelle favole che si raccontavano ai bambini di Gont. «Vieni con me, che ti mostrerò qualcosa di bello!» E poi la strega ficcava la bambina nel forno, la arrostiva ben bene e se la mangiava, o la trasformava in mostro e la gettava nel pozzo, dove poi la poverina gracidava e saltava, triste e disperata, per tutta l’eternità, o la metteva a dormire per cent’anni dentro una grande pietra, finché non giungeva il Figlio del Re, il Principe Mago, che con una sola parola spezzava la pietra, con un bacio ridestava la giovane e poi uccideva la strega cattiva…

«Vieni con me, cara!» E portava la bambina nei campi e le mostrava un nido di allodola in mezzo al verde del grano, la portava nella palude per raccogliere funghi, menta selvatica e mirtilli. Non aveva bisogno di chiudere la bambina nel forno, di trasformarla in un mostro o di sigillarla nella pietra. Gliel’avevano già fatto.

Muschio era gentile con Therru e la viziava; quando erano insieme, le parlava a lungo. Tenar non sapeva che cosa la strega raccontasse o insegnasse alla bambina, e se dovesse permetterle di riempirle la testa dei suoi insegnamenti. Debole come la magia delle donne, perfido come la magia delle donne , le avevano detto centinaia di volte. E in effetti Tenar aveva visto quanto la magia di donne come Muschio o Edera avesse, spesso, poco senso e a volte fosse addirittura malvagia, intenzionalmente o per ignoranza. Le streghe di villaggio, anche se conoscevano molte formule e molti incantesimi e alcuni dei grandi canti, non conoscevano mai le Grandi Arti e i princìpi della magia. Nessuna donna riceveva quel genere di insegnamenti. L’alta magia era un lavoro per uomini, richiedeva capacità maschili; l’alta magia era fatta da uomini. Non c’era mai stato un mago di sesso femminile. Anche se alcune donne si erano date il nome di maga o incantatrice, il loro Potere non era addestrato, era una forza priva di arte e conoscenza, per metà superficiale, per l’altra metà pericolosa.

Le comuni streghe di villaggio, come Muschio, campavano su alcune parole della Lingua Vera tramandate come un grande tesoro da streghe più anziane, o comprate a caro prezzo dai maghi, oltre che su un certo numero di incantesimi banali per trovare e per riparare, e molti rituali inutili che servivano solo a fare impressione sugli altri, una buona esperienza come levatrici, come conciaossa, e nel curare le malattie degli uomini e degli animali, una buona conoscenza delle erbe unita a un mucchio di superstizioni… il tutto in aggiunta a eventuali doti naturali di curare, incantare, cambiare forma o fare fatture. Una simile miscela poteva essere indifferentemente buona o cattiva. Alcune streghe erano donne cattive e amareggiate, pronte a fare del male e prive di ragioni che impedissero loro di farne. In genere erano levatrici e guaritrici con in più qualche pozione amorosa, qualche incantesimo per la fertilità e contro l’impotenza, e un fondamento di recondito cinismo. Alcune, quelle che disponevano di una certa dose di saggezza istintiva, usavano il loro dono solamente per fare del bene, anche se non avrebbero saputo spiegare, diversamente da qualsiasi apprendista mago, il motivo delle loro azioni, e ciarlavano dell’Equilibrio e della Via del Potere per giustificare le loro azioni o le loro rinunce. «Io seguo il mio cuore», aveva detto una di queste donne a Tenar, che allora era l’allieva e la protetta di Ogion. «Lord Ogion è un grande mago. Vi fa un grande onore, insegnandovi. Ma guardate dentro di voi, bambina, e vedrete che quel che vi insegna è, in fondo, seguire il vostro cuore.»

Tenar già allora aveva pensato che la donna avesse ragione, ma non del tutto; oltre a quello, ci doveva essere anche dell’altro, e ne era tuttora convinta.

Ora, mentre guardava Muschio e Therru, pensò che Muschio seguiva il proprio cuore, ma che era un cuore scuro, selvatico, strano come quello di un corvo: un cuore che badava comunque ad assecondare i propri interessi. E pensò che ad attrarre Muschio non era solo la compassione per Therru, ma la sventura della bambina, il male che le era stato fatto con la violenza e con il fuoco.

Nulla di ciò che Therru faceva o diceva, però, sembrava frutto degli insegnamenti di Zia Muschio, se non il modo per scoprire il nido dell’allodola o individuare il luogo in cui raccogliere i mirtilli, oppure la maniera per fare il ripiglino con una mano sola. La mano destra di Therru era stata talmente consumata dal fuoco che, quando si era rimarginata, le era rimasto solo il pollice, e lei lo usava come una chela di granchio. Ma Zia Muschio aveva una sorprendente quantità di figure di ripiglino per quattro dita e un pollice, ciascuna con la sua poesiola:

Batti batti abbatti tutto!

Brucia brucia interra tutto!

Vieni, drago, vieni!

e il cordino formava quattro triangoli che si trasformavano in un quadrato… Therru non cantava mai i versetti, ma Tenar glieli sentiva bisbigliare mentre giocava da sola, con il cordino, seduta sulla soglia della casa di Ogion.

E, si chiedeva Tenar, quale legame univa lei, lei stessa, alla bambina, oltre alla pietà e al dovere di aiutare gli infelici? Se non l’avesse presa Tenar, Lodola l’avrebbe voluta con sé. Ma Tenar l’aveva presa con sé senza neppure chiedersene la ragione. Aveva seguito il proprio cuore? Ogion non le aveva chiesto niente della bambina, ma aveva detto: «Impareranno a temerla…» E Tenar aveva risposto: «La temono già adesso», ed era vero. Forse lei stessa aveva temuto la bambina, perché temeva la violenza e il fuoco. Era il timore, il legame che la univa a lei?

«Goha», disse Therru, seduta sui calcagni, sotto il pesco, lo sguardo fisso sul punto dove aveva piantato il nocciolo di pesca nel duro terreno estivo. «Che cosa sono i draghi?»

«Grandi creature», spiegò Tenar, «simili alle lucertole, ma lunghe più di una nave, più di una casa. Hanno le ali come gli uccelli, e soffiano fuoco dalla bocca.»

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