Il primo giorno avevano pensato soltanto al viaggio, ma ora dovevano arrivare a Re Albi. Tenar pensò molto a Zia Muschio, chiedendosi che cosa le fosse successo, e se fosse davvero in punto di morte. Ma con il procedere della giornata, a mano a mano che il villaggio si avvicinava, faceva sempre più fatica a pensare a Muschio, o a qualsiasi altra cosa. Era stanca. Non le piaceva l’idea di rifare quel tragitto verso un moribondo. Arrivarono a Fontana delle Querce, scesero nella valle e poi risalirono. Ma nell’ultimo pezzo in salita, lungo e ripido, verso il Grande Precipizio, Tenar muoveva le gambe con fatica e aveva la mente confusa: pensava a una parola o a un’immagine finché questa non perdeva ogni significato, per esempio l’armadio con i piatti e le tazze, nella casa di Ogion, o le parole «delfino d’osso» (che le erano venute in mente nel vedere il sacchetto di fili d’erba contenente i giocattoli di Therru) e che continuavano a ripetersi all’infinito.
Ged aveva il passo regolare della persona abituata a camminare, e Therru gli teneva dietro, senza difficoltà: la stessa Therru che, un anno prima, era rimasta senza forze poco dopo avere iniziato la salita, e si era fatta portare in braccio. Ma quella volta aveva camminato molte più ore. E non era ancora guarita bene dalle ferite della punizione.
Tenar cominciava a sentirsi troppo vecchia per camminare così in fretta e in salita. Alla sua età, una donna doveva stare a casa, vicino al fuoco. Delfino d’osso, delfino d’osso. L’uomo d’osso e l’animale d’osso. Erano davanti a lei. La stavano aspettando. Lei era lenta e stanca. Risalì a fatica l’ultimo tratto e li raggiunse dove la strada toccava l’orlo del Precipizio. A sinistra c’erano i tetti di Re Albi, che declinavano verso il Precipizio stesso. A destra la strada che saliva al castello. «Da questa parte», disse Tenar.
«No», disse la bambina, indicando a sinistra il villaggio.
«Da questa parte», ripeté Tenar, e prese la strada di destra. Ged la seguì.
Salirono tra alberi di noce e prati verdi. Nel tardo pomeriggio il clima era caldo, quasi estivo; dagli alberi si levò il richiamo degli uccelli. Da quelli vicini, ma anche da quelli lontani. L’uomo uscito dal grande castello venne verso di loro: l’uomo di cui Tenar non riusciva a ricordare il nome.
«Benvenuti!» disse, e si fermò sorridendo.
Anch’essi si fermarono.
«Che grandi personalità sono venute a onorare la casa del signore di Re Albi», disse. Tuaho? No, non si chiamava così. Delfino d’osso, animale d’osso, bambina d’osso.
«Lord Arcimago!» Gli rivolse un profondo inchino, e Ged si inchinò a sua volta.
«E Lady Tenar di Atuan!» Davanti a lei, fece un inchino ancor più profondo, e la donna si inginocchiò sulla strada, abbassò la testa e posò prima le mani sulla terra e poi anche la faccia.
«Adesso, striscia», disse l’uomo, e lei cominciò a strisciare verso di lui.
«Fermati», disse l’uomo, e lei si fermò.
«Puoi parlare?» chiese l’uomo, e lei non rispose, perché non le venne alle labbra alcuna parola, ma Ged rispose, con il suo solito tono pacato:
«Sì».
«Dov’è il mostro?»
«Non lo so.»
«Pensavo che la strega portasse con sé il suo demone familiare. Ma ha portato te, invece. Il Lord Arcimago Sparviero. Che meraviglioso sostituto! L’unica cosa che posso fare a mostri e streghe è liberare il mondo della loro presenza. Ma a te, che una volta eri un uomo, posso parlare; tu sei in grado di parlare razionalmente, almeno. E puoi capire la tua punizione. Ti credevi al sicuro, suppongo, con il tuo re sul trono, e il mio padrone — il nostro padrone — sconfitto. Pensavi di averla avuta vinta, e di avere distrutto la promessa di una vita eterna, vero?»
«No», disse Ged.
Tenar non poteva vederli. L’unica cosa che vedeva era la terra, davanti ai suoi occhi; la stessa terra di cui sentiva il sapore in bocca. Udì Ged rispondere: «’Nella morte è vita’».
«Bla, bla, cita i canti, Maestro di Roke… maestrino di scuola! Che divertente spettacolo, il grande Arcimago vestito da pastore, e non una briciola di magia dentro di lui… non una sola parola di Potere. Puoi fare un incantesimo, Arcimago? Uno piccolissimo, un piccolo incantesimo di illusione? No? Neppure una parola? Il mio padrone ti ha sconfitto. Adesso l’hai capito? Non l’hai vinto. Il suo Potere è vivo! Potrei tenerti vivo qui, per un po’ di tempo, per mostrarti quel Potere… il mio Potere. Per mostrarti il vecchio in cui ho vinto la morte… e potrei usare la tua vita per continuare a farlo, se ne avessi bisogno… e per vedere che il tuo re ficcanaso farà la figura del pagliaccio, con i suoi cortigiani pieni di smancerie e i suoi maghi idioti che cercano una donna. Farci comandare da una donna! Ma il comando è qui, il Potere è qui, in questo castello. Per tutto l’anno ho raccolto intorno a me uomini, gente che conosce il vero Potere. Alcuni vengono da Roke, da sotto il naso dei maestri. E da Havnor, da sotto il naso di quel cosiddetto Figlio di Morred, che vuole farsi comandare da una donna: il nostro re, che si crede talmente al sicuro da potersi chiamare con il suo nome vero. Conosci il mio nome, Arcimago? Ti ricordi di me, quattro anni fa, quando tu eri il grande Maestro dei Maestri, e io ero un umile studente di Roke?»
«Ti chiamavi Pioppo», rispose la voce paziente.
«E il mio nome vero?»
«Non conosco il tuo nome vero.»
«Oh, non lo conosci! E non puoi trovarlo? I maghi non conoscono tutti i nomi?»
«Io non sono un mago.»
«Oh, ridimmelo!»
«Io non sono un mago.»
«Mi piace sentirtelo dire. Ripetilo.»
«Io non sono un mago.»
«Ma io lo sono.»
«Sì.»
«Dillo bene!»
«Tu sei un mago.»
«Ah! È davvero meglio di quanto sperassi! Ho gettato l’amo per pescare l’anguilla, e invece ho preso la balena! Vieni, allora, vieni a conoscere i miei amici. Tu puoi camminare, lei può strisciare.»
E così salirono al castello del Signore di Re Albi e oltrepassarono la sua soglia, e Tenar percorse tutta la strada sulle mani e sulle ginocchia, e così rimase salendo i gradini di marmo davanti alla porta, e lungo i pavimenti di marmo dei corridoi e delle stanze.
L’interno del castello era buio, e quel buio entrò anche nella mente di Tenar, che capì sempre meno di quel che veniva detto. Solo alcune parole e alcune voci le giunsero chiaramente. Capiva quel che diceva Ged: quando Ged parlava, lei pensava al suo nome, e si afferrava mentalmente a esso. Ma Ged non parlava che raramente, solo per rispondere all’uomo che non si chiamava Tuaho. Questi, di tanto in tanto, si rivolgeva anche a lei, chiamandola cagna. «È la mia nuova cagna», diceva agli altri — numerosi altri, laggiù nell’oscurità, dove le candele proiettavano ombre -, «e guardate com’è addestrata bene! Rotola, cagna!» Lei rotolò su se stessa, e gli uomini risero.
«Aveva anche un cucciolo, una femmina», disse l’uomo, «e volevo darle il resto della sua giusta punizione, perché è bruciata solo da una parte. Ma invece mi ha riportato un uccello che ha catturato, uno sparviero. Domani gli insegneremo a volare.»
Altri parlarono, ma Tenar non era più in grado di capire le parole.
Le legarono qualcosa al collo, e la fecero salire a quattro zampe su un’altra scala, finché non entrò in una stanza che puzzava di orina, di carne andata a male e di fiori dolciastri, marci. Una mano gelida, simile a una pietra, la colpì debolmente sulla testa, mentre qualcuno rideva: «Eh, eh, eh», come il cigolio di una vecchia porta spinta avanti e indietro. Poi le diedero un calcio e le fecero percorrere a quattro zampe altri corridoi. Non riusciva a muoversi abbastanza in fretta, e allora le diedero altri calci, sul petto e sulla bocca. Una porta si chiuse pesantemente, e da allora in poi scese il silenzio. E il buio. Sentì piangere qualcuno, e pensò che fosse la bambina, la sua bambina. Pregò che la bambina non piangesse più. Finalmente non sentì più nulla.
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