Ursula Le Guin - L’isola del drago

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L’Arcipelago di Earthsea è una terra lontana dove la magia è ancora potente e capace di sottili e misteriosi incantesimi che legano (o separano) gli esseri umani e dove, talvolta, giungono i draghi per ricordare a tutti che, nella notte dei tempi, non c’era distinzione tra uomo e drago. E a Gont, una delle isole di Earthsea, vive Tenar, una donna che pur essendo stata l’allieva prediletta del potente Arcimago Ogion, ha sorprendentemente rinunciato ai Poteri della magia per condurre una vita tranquilla accanto all’uomo che ama. Ma quel destino che Tenar ha rifiutato non ha mai cessato di albergare nei ricordi, nei pensieri e nei gesti della donna, e ora ritorna a lei sotto forme diverse e inquietanti: una bambina martoriata nel corpo e nello spirito (ma dotata di immani capacità soprannaturali), un vecchio amico che ha smarrito i Poteri dopo un viaggio nella terra delle Tenebre, l’antico maestro che la chiama per confidarle un segreto che solo lei può comprendere. Tornare sul sentiero che pensava abbandonato per sempre non sarà facile per Tenar, eppure solo lei conosce quel luogo dove — fra streghe, draghi, premonizioni e sortilegi — si deciderà l’esito della lotta tra il giovane e coraggioso re di Gont e le forze delle Tenebre che hanno scagliato contro l’isola una maledizione letale…

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Lui non disse niente; non aveva niente da offrire, ed era incapace di accettare. Stava per alzarsi, quando entrò Therru. Scintilla la fissò, immobilizzandosi. «Che cosa le è successo?» chiese.

«L’hanno bruciata. Questo è mio figlio, Therru. Te ne ho parlato: il marinaio, Scintilla. Therru è tua sorella, Scintilla.»

«Sorella!»

«Adottiva.»

«Sorella!» ripeté di nuovo Scintilla, e si guardò attorno, come per cercare un testimone, poi tornò a fissare la madre.

Lei lo fissò a sua volta.

Scintilla uscì, tenendosi lontano da Therru, che era rimasta immobile. Si sbatté la porta alle spalle.

Tenar fece per parlare a Therru e non ci riuscì.

«Non piangere», disse la bambina che non piangeva mai; si avvicinò a lei e le toccò il braccio. «Ti ha fatto male?»

«Oh, Therru! Abbracciami!» Si sedette con Therru sulle ginocchia, anche se la bambina cominciava a diventare un po’ pesante e non aveva mai imparato a stare bene in quella posizione. Ma Tenar la strinse e pianse, e Therru appoggiò la gota sfregiata a quella di Tenar, che gliela riempì di lacrime.

Ged e Scintilla fecero ritorno al crepuscolo, da lati opposti della fattoria. Scintilla aveva evidentemente parlato con Rivochiaro e doveva avere riflettuto sulla situazione, e Ged stava cercando di capire che cosa fosse successo. A cena si dissero poche parole, e anche quelle in tono cauto. Scintilla non si lamentò di non poter riavere la sua stanza, ma, da buon marinaio, salì agilmente la scaletta che portava in soffitta, e dovette trovare di sua soddisfazione il letto preparatogli dalla madre, perché non si fece più rivedere fino all’indomani mattina tardi.

Quando scese, volle fare colazione, convinto che qualcuno dovesse servirgliela. Suo padre era sempre stato servito da madre, moglie, figlia. Ed era forse da meno di lui? Tenar lasciò perdere; gli servì la colazione e poi sparecchiò, per tornare infine al frutteto, dove lei, Therru e Prunella erano intente a eliminare col fuoco un’invasione di bruchi che minacciava i frutti ancora verdi.

Scintilla si recò da Rivochiaro e da Tiff. E rimase quasi sempre con loro, con il passare dei giorni. I lavori pesanti, che richiedevano forza, e quelli con gli animali e nei campi, che richiedevano abilità, vennero svolti da Ged, Prunella e Tenar, mentre i due vecchi che erano vissuti lì per tutta la vita, gli aiutanti di suo padre, portarono in giro Scintilla, raccontandogli che facevano tutto loro, convinti di farlo e convincendo anche lui.

In casa, Tenar era sempre più triste. Solo quando era fuori, al lavoro, dimenticava la collera, la vergogna che le suscitava la presenza di Scintilla.

«È il mio turno», disse a Ged, con amarezza, nella loro stanza, debolmente illuminata dalla luce delle stelle che filtrava dalla finestra. «È il mio turno di perdere la cosa di cui andavo maggiormente orgogliosa.»

«Perché, che cosa hai perduto?»

«Mio figlio. Il figlio di cui non sono riuscita a fare un uomo. Ho fallito. Ho tradito me e lui.» Si morse il labbro, con lo sguardo perso nel buio.

Ged non cercò di discutere con lei, né di convincerla che si sbagliava. Chiese: «Credi che resterà qui?»

«Si. Ha paura di tornare in mare. Non mi ha detto tutta la verità sulla sua nave. Era terzo ufficiale. Suppongo che fosse implicato nel trasporto di merce rubata. Pirateria di bassa lega, ma la cosa non mi preoccupa più di tanto. Tutti i marinai di Gont sono dei mezzi pirati. Ma lui mi ha mentito sulla sua attività. È un bugiardo. È geloso di te. Un uomo disonesto e invidioso.»

«Un uomo spaventato, mi pare», disse Ged. «Ma non cattivo. E poi, la fattoria è sua.»

«Allora, che se la tenga! E che sia generosa con lui come lui lo è con sua…»

«No, cara», disse Ged, posandole la mano sulla bocca, «non dire parole cattive.» Ed era così sincero, cosi preoccupato, che la collera di Tenar ritornò a essere quello che era fondamentalmente, cioè amore.

«No», riprese Tenar, «non volevo maledire né lui né questo posto! Solo, mi vergogno, Ged! Sono desolata!»

«No, no. Cara, non m’importa di quel che pensa di me. Ma ti tratta molto male.»

«E anche Therru. La tratta come se… Mi ha detto: ‘Ma che cosa ha fatto, per avere un aspetto simile?’ Che cosa ha fatto lei , capisci!»

Ged le accarezzò lentamente i capelli, come faceva sempre: un gesto affettuoso che riusciva a dare serenità a tutt’e due.

«Potrei andare di nuovo in montagna con le capre», disse infine. «Cosi, qui le cose diventerebbero più semplici, almeno per te. Ma ci sarebbe il problema del lavoro.»

«Preferirei venirci anch’io.»

Lui continuò ad accarezzarle i capelli e parve riflettere sulla proposta. «Si potrebbe, penso», disse. «C’erano un paio di famiglie che pascolavano le pecore, sopra Lissu. Ma quando si arriva all’inverno…»

«Potremmo andare a lavorare in qualche altra fattoria. Io conosco il lavoro, e le pecore; tu conosci le capre, e sei svelto…»

«’Abile con il forcone’», mormorò Ged, e Tenar soffocò una risata.

L’indomani mattina, Scintilla si alzò presto perché andava a pescare con il vecchio Tiff. Fece colazione con loro, poi si alzò dal tavolo e disse, con più garbo del solito: «Vi porterò un mucchio di pesci per la cena».

Tenar, nel corso della notte, aveva preso alcune decisioni. Lo fermò: «Aspetta, dacci una mano a sparecchiare, Scintilla. Metti i piatti nel lavandino e versaci dell’acqua sopra. Li laveremo con i piatti della cena».

Lui la fissò per un momento e disse: «Quello è un lavoro da donne», e s’infilò il cappello.

«È un lavoro di tutti quelli che mangiano in questa cucina.»

«Non mio», disse lui, seccamente, e uscì.

Lei lo seguì. Si fermò sulla soglia. «È lavoro di Falco, ma non tuo?» chiese.

Lui si limitò a fare un cenno d’assenso, e si allontanò.

«Troppo tardi», disse Tenar, ritornando in cucina. «Ho fallito, ho fallito!» Si accorse di avere serrato le labbra e corrugato la fronte. «Puoi bagnare un sasso finché vuoi», commentò. «Ma non crescerà mai.»

«Bisogna cominciare quando sono giovani e teneri», disse Ged. «Come me.»

Questa volta, Tenar non riuscì a ridere.

Quando fecero ritorno a casa dai lavori della giornata, videro che Scintilla era accanto al cancello, e parlava con un uomo.

«Non è quell’uomo di Re Albi?» chiese Ged, che aveva la vista acuta.

«Vieni, Therru», disse Tenar, perché la bambina si era bloccata. «Che uomo?» Aveva la vista un po’ corta, e strinse le palpebre per guardare. «Ah, è lui, il sensale di pecore. Townsend. Che cosa sarà tornato a fare, quell’avvoltoio?»

Per tutto il giorno, Tenar aveva avuto un diavolo per capello, e Ged e Therru, saggiamente, rimasero zitti.

Tenar raggiunse i due uomini fermi accanto al cancello.

«Venite per quegli agnelli, Townsend? Siete in ritardo di un anno; ma nel recinto ce n’è ancora qualcuno di quest’anno.»

«Così mi diceva il padrone», rispose Townsend.

«Se lo dice lui», fece Tenar.

Nel sentire il tono di Tenar, la faccia di Scintilla si fece più scura che mai.

«Allora non voglio interrompere voi e il padrone», concluse lei, e stava per andarsene, quando Townsend disse:

«Ho un messaggio per voi, Goha».

«La terza volta è quella buona.»

«La vecchia strega, la conoscete, la vecchia Muschio, sta male. Quando ha saputo che venivo alla Valle di Mezzo mi ha detto: ‘Di’ alla signora Goha che vorrei vederla prima di morire, se può passare di qui’.»

Proprio un avvoltoio, pensò Tenar, guardando con odio quel portatore di brutte notizie.

«Sta male?»

«È moribonda», disse Townsend, con una specie di smorfia che voleva passare per cordoglio. «Si è ammalata questo inverno e continua a peggiorare, e così vorrebbe vedervi, prima di morire.»

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