Gesticolai, alzando le mani, mentre le onde del mare paleocenico s’increspavano intorno alle mie caviglie: — Ma… Dannazione, capitano Bond! Siamo cinquanta milioni di anni prima di Cristo! Quale importanza può mai avere, qui, la guerra fugace che l’Inghilterra e la Germania combattono nel futuro remoto?
— Non possiamo abbassare la guardia — rispose Bond, con torva stanchezza. — Non capisce? Dobbiamo braccare i tedeschi fino all’alba della creazione, se necessario.
— E quando cesserà questa guerra? Consumerete forse tutta l’eternità, prima di concluderla? Non capite che questo… — Agitai una mano, per indicare con un solo gesto tutto quel futuro spaventevole di città devastate e di popolazioni affollate nei rifugi sotterranei. — Non capite che tutto questo è impossibile? Oppure intendete continuare fino a quando rimarranno due persone, soltanto due, e l’ultima spaccherà il cranio all’altra con una maceria?
La luce riflessa dal mare accentuò le rughe sul suo viso, quando Bond si girò per allontanarsi, senza replicare.
Il periodo di calma, dopo il nostro primo incontro con Gibson, durò cinque giorni.
Era il mezzodì di una giornata luminosa e senza nubi, e avevo trascorso la mattina ponendo le mie capacità grossolane d’infermiere al servizio del medico gurkha. Con sollievo, accettai l’invito di Hilary Bond a compiere un’altra delle nostre passeggiate fino alla spiaggia.
Attraversammo facilmente la foresta, perché ormai i soldati avevano aperto diversi sentieri che si dipartivano a raggiera dall’accampamento.
Alla spiaggia, mi tolsi gli stivali e le calze, lasciandoli cadere al margine della foresta, e corsi al bagnasciuga. Bond m’imitò, collocando più decorosamente gli stivali sulla sabbia assieme alla sua pistola. Mentre si arrotolava i calzoni, vidi che aveva la gamba sinistra deforme e la pelle corrugata da una vecchia ustione. Infine mi seguì nella risacca schiumeggiante.
Tutti, uomini e donne, eravamo molto informali, in quell’accampamento nella foresta antica, perciò non esitai a togliermi la camicia e ad immergere la testa e il busto nell’acqua trasparente, senza curarmi che i calzoni mi si bagnassero. Inspirai profondamente, godendo del calore del sole sul viso, del luccichio dell’acqua, della morbidezza della sabbia fra le dita dei piedi, degli odori pungenti del sale e dell’ozono.
— È felice di essere qui, vedo — commentò Bond, con un sorriso.
— In verità, sì. — Dopo averle detto di avere trascorso la mattinata ad aiutare il medico, aggiunsi: — Come sa, sono disposto, anzi, più che disposto, ad aiutare. Ma oggi, verso le dieci, ero talmente nauseato dagli odori del cloroformio, dell’etere e di vari antisettici, nonché da fetori ben più umani, che…
La capitana sollevò le mani: — Capisco.
Ci allontanammo dal mare. Mentre mi asciugavo con la camicia, Bond andò a riprendere la propria arma. Lasciando gli stivali al bordo della foresta, passeggiammo sul bagnasciuga. Qualche decina di metri più avanti, notai alcune fossette che tradivano la presenza della corbicula: una bivalve, molto diffusa sulla spiaggia, che si nascondeva nella sabbia. Ci accosciammo, e mostrai a Bond come dissotterrare i molluschi. In pochi minuti, ne raccogliemmo una quantità rispettabile, che ammucchiammo ad asciugare al sole.
Mentre Bond estraeva i molluschi, affascinata come una bambina, il suo viso, con la chioma corta e bagnata che aderiva alla pelle, appariva raggiante di gioia per il successo in quell’impresa semplice. Eravamo soli sulla spiaggia, anzi, avremmo potuto essere gli unici due esseri umani in tutto il mondo paleocenico. Percepivo lo scintillio di ogni goccia di sudore sul mio cuoio capelluto, lo sfregamento di ogni granello di sabbia contro le gambe, e tutto era pervaso dal calore animale della donna accanto a me: era come se la molteplicità dei mondi attraverso la quale avevo viaggiato si fosse contratta in quell’unico momento di vividezza, ossia il qui e l’ora.
Dunque tentai di comunicare almeno in parte tale sentimento alla mia compagna: — Hilary…
Di scatto, Bond alzò la testa, volgendo il viso al mare: — Ascolti!
Perplesso, osservai il bordo della foresta, le onde che si rompevano sulla spiaggia, la vacuità sconfinata del cielo, mentre si udivano soltanto il fruscio della brezza tra le fronde e il fragore gentile della risacca: — Che cosa?
Il volto di Bond aveva assunto un’espressione dura e sospettosa, ridiventando quello, intelligente e allarmato, della guerriera: — Un motore singolo — dichiarò, con evidente concentrazione. — È un Daimler-Benz DB: un dodici cilindri, credo. — Balzò in piedi, accostando le mani alla fronte per ombreggiarsi gli occhi.
Allora anche le mie vecchie orecchie percepirono il rumore udito dalla giovane capitana: un ronzio lontano, simile a quello di un insetto gigantesco, che giungeva a raffiche dal mare.
— Guardi — indicò Bond. — Là! Lo vede?
Scrutai nella direzione indicata, e fui ricompensato intravedendo una sorta di distorsione che si librava sul mare, lontano, ad oriente: era una chiazza di alterità, un disco non più grande della luna piena, una sorta di rifrazione scintillante tinta di verde.
Poi ebbi l’impressione di qualcosa di solido, al centro dell’apparizione, che si condensava e roteava. D’improvviso, un oggetto pesante e fosco, a forma di croce, sbucò a gran velocità dal cielo orientale, dalla direzione di quella parte del mondo che un tempo sarebbe diventata la Germania. Il ronzio divenne molto più forte.
— Mio Dio — esclamò Bond. — È un Messerschmitt: un’Aquila. Sembra un Bf 109F…
— Messerschmitt… È un nome tedesco… — commentai, alquanto stupidamente.
La capitana mi guardò: — Certo che è un nome tedesco. Non capisce?
— Cosa?
— Quello è un aereo tedesco: die Zeitmaschine, venuta a cercare noi!
Nell’avvicinarsi alla costa, l’aeroplano s’inclinò come un gabbiano in volo, quindi proseguì parallelamente alla spiaggia. Con uno spostamento d’aria rumoroso, tanto celermente che Bond ed io fummo costretti a ruotare di scatto sulla sabbia per seguirlo con lo sguardo, passò sopra le nostre teste, a meno di trenta metri di quota.
Era lungo circa nove metri, e aveva un’apertura alare di poco superiore. Sul muso roteava un’elica. La parte superiore era dipinta a chiazze verdi e marroni, quella inferiore, invece, d’azzurro-grigio, inclusa la bomba appesa al ventre liscio, lunga circa un metro e ottanta. Sulla fusoliera e sulle ali erano dipinti sgargianti simboli militari, fra cui una testa d’aquila e una spada brandita, nonché torve croci nere, che simboleggiavano il paese d’origine.
Per alcuni istanti, Bond e io restammo immobili, storditi da quell’apparizione improvvisa come da una visione mistica.
Il giovane entusiasta che era sepolto in me, lo spettro del povero Mosè perduto, si esaltò alla vista della macchina elegante. Che avventura, Per il pilota di quell’aereo! Che visione gloriosa! E quale coraggio straordinario doveva essere stato necessario per salire, nel cielo annerito dal fumo della Germania del 1944, tanto in alto da ridurre il cuore dell’Europa a una sorta di mappa, un piano coperto di terra, di mare e di foreste, popolato di persone piccole come soldatini, e allora fare scattare l’interruttore che lanciava l’aeroplano nel tempo. Immaginai il sole che si trasformava in un arco luminoso come la traiettoria di un meteorite sopra il velivolo, mentre, al di sotto, il paesaggio si scioglieva e si trasformava, rimodellato dal tempo.
Intanto, le ali scintillanti s’inclinarono di nuovo e il fragore del motore si abbatté su di noi. L’aereo s’innalzò e si allontanò sulla foresta, verso l’accampamento del corpo di spedizione.
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