Stephen Baxter - Il secondo viaggio

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Il Viaggiatore del Tempo nel grande capolavoro di H.G. Wells “La macchina del tempo” pensa con rimpianto a “come sia stato breve il sogno dell’intelletto umano”. Ma Stephen Baxter sa quello che Wells non poteva sapere, cioè proiettandosi nel tempo il Viaggiatore ha cambiato il futuro e sarà destinato a cambiarlo ancora. Svegliandosi nella sua casa di Richmond, il Viaggiatore non riesce a soffocare i rimorsi. Ha abbandonato la bella e indifesa Weena, del mite popolo degli Eloi, alle brame cannibalesche dei Morlock, la razza umana degenerata da cui è stato costretto a fuggire. Decide cosi di ripartire prontamente per un nuovo viaggio nell’anno 802.701 d.C., ma scopre con sgomento di essere entrato in un altro futuro. Approda infatti nell’anno 657.208 all’interno di una sfera di Dyson costruita da una razza di Morlock infinitamente più evoluta: il suo viaggio ha inevitabilmente innescato ramificazioni temporali che si aprono su nuovi universi paralleli. Non rimane quindi che tornare nel passato, affrontare una versione di se stesso più giovane e impedire l’invenzione della macchina del tempo. Ma non è cosi semplice, perché ecco apparire un’enorme e misterioso congegno, costruito per difendere a tutti i costi la macchina del tempo, che nel frattempo è diventata un’irrinunciabile arma segreta in una guerra futura... Ormai è chiaro, il destino del Viaggiatore non è solo quello di affrontare una sequela di avventure mozzafiato, ma di risolvere una catena di paradossi che si stanno moltiplicando attorno a lui. E soprattutto non ha abbandonato l’idea di ritrovare e salvare la sua Weena. Stephen Baxter reinterpreta le idee di Wells alla luce delle più recenti scoperte sulla natura dello spazio, del tempo e della meccanica quantistica, ma soprattutto, con estrema fedeltà e vigore narrativo, riscopre e rilancia verso nuovi orizzonti l’emozione che La macchina del tempo aveva saputo regalare.

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Un giorno, mentre passeggiava con me lungo il margine della foresta, vicino alla spiaggia, nel folto sottobosco, con andatura zoppicante, ma risoluta e vigorosa, Bond mi narrò come si era svolta la guerra dopo il 1938.

— Credevo che la distruzione delle Cupole avesse posto fine al conflitto — dichiarai. — Non capite… Voglio dire, che cosa resta per cui combattere, dopo quello che accadde?

— Intende dire che la guerra avrebbe dovuto concludersi così? Oh, no! Il bombardamento ha posto fine temporaneamente alla vita cittadina, e la popolazione ha sofferto molto, però esistono ancora i Bunker, dove si trovano i nostri organi di governo e gran parte delle nostre industrie. Direi proprio che non è un gran secolo per le città…

Ricordando la campagna primitiva che avevo visto intorno a Londra, cercai d’immaginare come fosse vivere sempre in un rifugio sotterraneo: bambini dagli occhi vacui che giocavano nelle gallerie buie, una popolazione che il terrore aveva ridotto alla servitù e alla barbarie…

— E che cosa è successo al fronte? — chiesi. — L’assedio all’Europa…

— Be’ — Bond scrollò le spalle — le chiacchieratrici parlano parecchio di grandi avanzate qua e là: “ancora un ultimo sforzo”, e discorsi di questo genere. — E abbassò la voce. — Tuttavia, e non credo che abbia grande importanza discuterne qui, gli aviatori vedono parecchio dell’Europa, anche se volano di notte, alla luce dei bombardamenti, e le voci si diffondono… Ebbene, io personalmente credo che le trincee fangose non si siano spostate di un centimetro dal 1935. Siamo in stallo: ecco qual è la situazione.

— Non riesco proprio a immaginare per quale scopo stiate combattendo. Tutti i paesi sono devastati, prostrati industrialmente ed economicamente. Di sicuro, nessuno è più in grado di costituire una grave minaccia per gli altri, e nessuno può più avere risorse che valga la pena conquistare.

— Forse questo è vero — concesse Bond. — Credo che, una volta finita la guerra, la Gran Bretagna avrà soltanto le forze per ricostruire il paese: per parecchio tempo non potremo più dedicarci a nessuna conquista. E dato che si trova più o meno nella nostra stessa situazione, Berlino deve avere un punto di vista molto simile.

— Allora perché continuare a combattere?

— Perché non possiamo permetterci di smettere. — L’abbronzatura sviluppata nelle profondità temporali del paleocene non riusciva a nascondere le tracce dell’antico, stanco pallore di Bond. — Riceviamo rapporti d’ogni genere. Talvolta si tratta soltanto di voci, ma in alcuni casi, come ho sentito dire, si tratta di notizie fondate, a proposito di certi progressi tecnici dei tedeschi…

— Progressi tecnici? Armi, vorrà dire.

In silenzio, ci allontanammo dalla foresta per scendere al mare, nell’aria calda che scottava la pelle, e lasciammo che le onde ci lambissero gli stivali.

Intanto, immaginai l’Europa del 1944: le città demolite, milioni di uomini e di donne che, dall’Olanda alle Alpi, tentavano d’infliggersi a vicenda danni irreparabili… Nella tranquillità tropicale, sembrava tutto assurdo: un incubo suscitato da una febbre!

— Ma che cosa potete sperare d’inventare — ripresi — che sia in grado di produrre danni più gravi di quelli che avete già arrecato?

— Si parla di bombe di nuovo tipo, più potenti di qualunque altra sia mai esistita: bombe, si dice, che contengono il carolinum.

Ricordai i progetti di quel genere di cui mi aveva parlato Wallis nel 1938.

— E naturalmente — aggiunse Bond — c’è sempre la guerra di dislocamento cronotico. Capisce? Non possiamo smettere di combattere, perché ciò significherebbe lasciare ai tedeschi il monopolio di tali armi. — La sua voce assunse un tono di disperazione pacata: — Riesce a capire, vero? Ecco perché c’è stata la corsa alla costruzione delle pile atomiche e alla produzione di carolinum, in modo da procurare altra plattnerite. Ed ecco perché sono state investite tante risorse nella fabbricazione dei corazzati temporali.

— E tutto ciò allo scopo di precedere i tedeschi nel passato, e di aggredire loro prima che loro aggrediscano voi?

La capitana protese il mento in atteggiamento di sfida: — O per riparare ai danni che infliggono. Questo potrebbe essere un altro punto di vista.

A differenza di quanto avrebbe forse fatto Nebogipfel, non discussi della vanità fondamentale dell’impresa, giacché era evidente che i filosofi del 1944 non erano ancora giunti a comprendere la molteplicità della storia, come avevo potuto fare io grazie agli insegnamenti del Morlock.

— Però il passato è vasto — protestai comunque. — Siete venuti a cercare noi… Ma come sapevate che eravamo finiti in quest’epoca? E come avete potuto individuare la nostra ubicazione con esattezza, anziché con un’approssimazione di un milione di anni?

— Disponevamo di alcuni indizi.

— Che genere d’indizi? Si riferisce forse alle tracce lasciate all’Imperial College?

— In parte. Ma disponevamo anche d’indizi archeologici.

— Archeologici?

Scherzosamente, Bond mi guardò: — Senta… Non sono certa che voglia sapere…

Naturalmente, ciò fece divampare la mia curiosità, perciò insistetti affinché la capitana parlasse.

— Benissimo. Gli scienziati, naturalmente, sapevano da quale zona eravate partiti per il passato, ossia dall’Imperial College, quindi hanno compiuto una ricerca archeologica sistematica, scavando…

— Accidenti! Cercavate i miei resti fossili!

— E quelli di Nebogipfel. Si pensò che se si fossero trovate anomalie, come ossa o attrezzi, sarebbe stato possibile, in base allo strato geologico, individuare l’epoca con precisione sufficiente…

— E avete trovato qualcosa? Di nuovo, Bond tacque.

Fui costretto a insistere affinché rispondesse: — Hilary…

— Fu trovato un teschio. — Umano?

— In un certo senso. — Bond esitò. — Era piccolo e alquanto deforme, situato in uno strato di cinquanta milioni di anni più remoto dell’epoca in cui avrebbero dovuto trovarsi le vestigia umane più antiche. E sembrava che fosse stato spaccato in due da un morso.

Piccolo e deforme, pensai. Compresi che doveva essersi trattato del teschio di Nebogipfel. Era mai possibile che il Morlock fosse stato ucciso dal Pristichampus, in un’altra storia, in cui Gibson non era intervenuto?

E le mie ossa giacevano forse nel futuro, frantumate e fossilizzate, in qualche altro luogo non lontano, senza essere state scoperte?

Benché il sole mi scaldasse la testa e la schiena, fui scosso da un brivido gelido. D’improvviso, il mondo fulgido del paleocene parve sbiadire in una trasparenza che lasciava filtrare la luce spietata del tempo.

— Dunque ci avete trovati dopo avere individuato le tracce della plattnerite… Immagino però che siate rimasti delusi nel trovare, ancora una volta, soltanto me, e nessuna orda di prussiani guerrafondai. Comunque, non le sembra di scorgere un paradosso? Avete costruito i corazzati temporali nel timore che i tedeschi facessero lo stesso… Benissimo. La situazione, tuttavia, è simmetrica: dal loro punto di vista, i tedeschi temono sicuramente che voi inventiate per primi le macchine temporali. Ciascuna delle due parti si comporta precisamente in modo tale da provocare la reazione peggiore da parte dell’avversario. E dunque entrambe scivolano verso la situazione peggiore per tutti.

— Può darsi — convenne Bond. — Ma il possesso della tecnica temporale da parte dei tedeschi sarebbe catastrofico per la causa degli Alleati. La nostra spedizione ha lo scopo d’individuare i viaggiatori temporali tedeschi e d’impedire che infliggano qualunque danno alla storia.

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