Nel silenzio che seguì, la mia simpatia per Nebogipfel aumentò. Mi domandai come avrei reagito io se avessi avuto a disposizione un solo istante per cogliere una simile opportunità, com’era accaduto a lui.
Mentre le lancette dei cronometri continuavano a spostarsi all’indietro, mi resi conto che ci stavamo avvicinando al mio secolo. Il mondo intorno a noi assunse una conformazione più familiare, con il Tamigi che scorreva risolutamente fra le sue antiche sponde, e la comparsa fugace di ponti che mi sembrava di riconoscere.
Tirai le leve per rallentare. Il sole divenne visibile come un oggetto distinto che volava sopra di noi, simile a un proiettile luminoso, e le notti divennero percettibili come un tremolio. Le lancette di due cronometri si fermarono: restavano da percorrere soltanto alcune migliaia di giorni, ossia pochi anni.
Intanto, Richmond Hill si solidificò in una forma molto simile a quella della mia epoca. Poiché la velocità del viaggio riduceva gli alberi a una trasparenza fugace, mi fu possibile osservare i prati di Petersham e di Twickenham, cosparsi di boschetti antichi. Era tutto rassicurante e familiare, nonostante la nostra velocità fosse tale da non permetterci di distinguere le persone, o i cervi, o le vacche, o altri abitanti della collina, dei prati o del fiume. Il pulsare delle notti e dei giorni immergeva tutto il paesaggio in una luminosità innaturale. Comunque, ero quasi a casa.
Osservai il cronometro delle migliaia, con la lancetta che si avvicinava allo zero: ero a casa. E mi fu necessaria tutta la determinazione di cui disponevo per non fermare subito la macchina, tanto era smodato il mio desiderio di ritornare all’anno da cui ero partito. Tuttavia, continuai a premere sulle leve, osservando le lancette dei cronometri passare nel settore negativo.
Intorno a me, i giorni e le notti pulsarono sulla collina, chiazzata dalle macchie sparse di colore dei gruppi di gitanti che facevano picnic sull’erba, indugiando a sufficienza per essere percepibili. Infine, con i cronometri che indicavano seimilacinquecento sessanta giorni prima della mia partenza, tirai le leve.
Fermai la macchina del tempo nel cuore di una notte nuvolosa e senza luna. Se i miei calcoli erano esatti, ci trovavamo nel luglio del 1873. Per mezzo degli occhiali morlock, osservai il versante della collina e la sponda del fiume, l’erba luccicante di rugiada, e scoprii che, sebbene i Morlock avessero trasportato la macchina su un tratto sgombro del versante, a mezzo miglio da casa mia, nei dintorni non vi era nessuno ad assistere al mio arrivo. Fui felice di essere assalito dai rumori, dagli odori e dalle immagini del mio secolo, deliziosi e familiari: il profumo acre del fumo di legna proveniente da qualche graticola; il mormorio lontano del Tamigi; lo stormire della brezza tra le fronde degli alberi; i chiarori di nafta delle carrette degli ambulanti.
Con circospezione, Nebogipfel si alzò. Aveva indossato la giacca, che gli pendeva addosso, troppo grande, come se fosse un bambino: — È questo il 1891?
— No.
— Che cosa vuoi dire?
— Voglio dire che sono tornato ancora più indietro nel tempo. — Guardai la collina, in direzione della mia casa. — In un laboratorio, lassù, un giovane impetuoso sta conducendo una serie di esperimenti che alla fine lo condurrà a creare la macchina del tempo…
— Stai dicendo…
— Che questo è l’anno 1873, e che prevedo d’incontrare, fra poco, me stesso da giovane.
Sbalordito, il Morlock girò verso di me il volto occhialuto e senza mento.
— Forza, Nebogipfel, aiutami a trovare un nascondiglio per la macchina.
Non so descrivere quanto mi parve strano passeggiare per Petersham Road nell’aria notturna, tornando finalmente a casa mia, con un Morlock accanto.
La casa, l’ultima della fila, aveva ampi balconi chiusi a vetrate, la cornice della porta scolpita in maniera assai poco ambiziosa, e un portico con colonne in stile neoclassico. Lungo la facciata, una scala con una sottile ringhiera dipinta di nero scendeva al seminterrato. Nell’insieme, sembrava un’imitazione delle ville di Green, o Terrace, in cima alla collina. Comunque, era un’abitazione spaziosa e comoda, che avevo acquistato a buon prezzo da giovane, e da cui non avevo mai avuto intenzione di trasferirmi.
Superata la porta principale, girai verso il retro della casa, dove i balconi dalle delicate ringhiere in ferro dipinte di bianco erano rivolti a occidente. Nel vedere che le finestre della sala da fumo e della sala da pranzo erano buie, mi resi conto di non sapere che ora fosse. Mi accorsi che presso la sala da fumo mancava qualcosa, ma poiché un’ assenza inaspettata è più difficile da individuare di una presenza incongrua, tardai un poco a ricordare che si trattava del bagno che avrei fatto costruire in seguito. Nel 1873, ero ancora obbligato a lavarmi in un semicupio, che un domestico mi portava in camera da letto.
Con un brivido di emozione, vidi che nel laboratorio, ricavato dalla serra sproporzionata che sporgeva dal retro della casa, brillava ancora una luce. Gli ospiti, se ne avevo avuti a cena, se n’erano andati, i domestici si erano ormai ritirati da tempo, ma il padrone di casa, cioè io, era ancora al lavoro.
Ero in preda a una ridda di emozioni che nessuno, credo, aveva mai provato prima: quella era la mia casa, eppure non potevo reclamarne la proprietà.
Tornai alla porta principale. Un po’ in disparte dalla strada deserta, Nebogipfel sembrava maldisposto ad avvicinarsi alla scala, che scendeva in un’oscurità molto fitta persino per gli occhiali morlock.
— Non devi avere paura — spiegai. — È del tutto consueto, in case come questa, avere le cucine nel seminterrato. I gradini e le ringhiere sono abbastanza solidi.
Impassibile, con gli occhi celati dagli occhiali, Nebogipfel esaminò sospettosamente i gradini. Immaginai che tale diffidenza derivasse dall’ignoranza sulla robustezza degli oggetti prodotti nel diciannovesimo secolo: non avevo tenuto conto di quanto dovesse sembrargli strana la mia epoca primitiva. Nondimeno, vi era nel suo atteggiamento qualcosa che mi turbava.
Ricordai, sconcertato, uno strano episodio della mia fanciullezza. La casa in cui ero cresciuto era vasta e labirintica, scomoda, in verità, con corridoi sotterranei che conducevano alle stalle, alla dispensa, e così via, com’era consueto negli edifici di quell’epoca. Grate rotonde, dipinte di nero, chiudevano i condotti di ventilazione che salivano dai sotterranei. In quel momento ricordai dunque la paura che i pozzi avevano suscitato in me quand’ero fanciullo. Benché ne conoscessi la funzione, l’immaginazione mi aveva indotto a chiedermi che cosa sarebbe accaduto se una mano ossuta fosse spuntata dalle sbarre larghe ad afferrarmi una caviglia…
Oltre a suscitare tale ricordo, qualcosa nell’atteggiamento circospetto di Nebogipfel mi fece notare una somiglianza tra i pozzi della mia fanciullezza e quelli, sinistri, dei Morlock: era forse per tale motivo, alla fin fine, che avevo aggredito con tanta violenza i piccoli Morlock nell’anno 657.208?
Non sono uomo tale da gioire di siffatte analisi del proprio carattere, perciò, del tutto ingiustamente, aggiunsi, in tono tagliente: — Comunque, pensavo che a voi Morlock piacesse il buio! — E mi allontanai, salendo i gradini che conducevano alla porta principale.
Tutto era familiare, eppure al tempo stesso diverso in maniera sconcertante. Persino a un primo sguardo individuai mille piccole differenze rispetto alla mia epoca, diciotto anni nel futuro: per esempio, l’architrave cadente che avrei sostituito in seguito, e lo spazio vuoto in cui, esortato dalla signora Watchet, avrei fatto installare un lampioncino arcuato.
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