Il padrone di casa si avvicinò al Morlock e si curvò in avanti, posandosi le mani sulle ginocchia: — Cos’è questo? Sembra una specie di scimmia, o un bimbo deforme… E quella che indossa è forse la sua giacca?
Il suo tono, con mia stessa sorpresa, m’irritò: — “Questo” è in realtà “costui”, cioè una persona. E sa parlare.
— Davvero? — Il giovane si girò di nuovo a guardare il Morlock. — Accidenti! — E continuò a scrutare la faccia villosa del povero Nebogipfel, mentre io, in piedi sul tappeto della sala da pranzo, cercavo di non tradire l’impazienza, per non dire l’imbarazzo, che tanta scortesia suscitavano in me. Finalmente, rammentò i doveri dell’ospitalità: — Oh! Scusate… Accomodatevi, prego: sedete.
Impacciato dalla giacca, Nebogipfel rimase in piedi al centro del tappeto, davanti al caminetto, a osservare il pavimento, e poi la stanza. Notai che sembrava in attesa di qualcosa, e alla fine capii: era talmente abituato alla tecnica morlock della sua epoca, che aspettava di veder spuntare mobili e strumenti dal tappeto. Anche se in seguito si sarebbe dimostrato intelligente, sensibile e di mentalità aperta, in quel momento rimase tanto sconcertato quanto lo sarei stato io cercando un impianto a gas in una caverna dell’età della pietra.
— Nebogipfel — spiegai, — questa è un’epoca primitiva: le forme sono fisse. — E indicai il tavolo e le sedie, maitre il giovane me stesso ascoltava e osservava con evidente curiosità. — Devi scegliere una di queste.
Dopo breve esitazione, Nebogipfel si avvicinò a una delle sedie più robuste.
Ma io lo precedetti: — Per la verità, non questa — aggiunsi, gentilmente. — Non credo che la troveresti comoda: potrebbe cercare di farti un massaggio, però non è progettata per una persona del tuo peso…
Sbalordito, il padrone di casa mi fissò.
Sentendomi come un genitore imbarazzato, aiutai Nebogipfel a montare su una semplice sedia, dove rimase con le gambe ciondolanti come un bambino villoso.
— Come sapeva delle mie sedie attive? — chiese il giovane me stesso. — Le ho mostrate soltanto a pochi amici. Non ho neppure brevettato il progetto…
Mi limitai a scrutarlo negli occhi per un lungo momento, in silenzio, rendendomi conto che la risposta sbalorditiva alla sua domanda si stava già formando nella sua mente.
Infine, il padrone di casa distolse lo sguardo: — Si sieda, prego. Vado a prendere il brandy.
Mi accomodai accanto a Nebogipfel, ben consapevole di essere nuovamente seduto al tavolo della mia sala da pranzo in compagnia di un Morlock, e mi guardai nuovamente attorno. In un angolo, sul treppiede, stava il telescopio che avevo portato dalla casa dei miei genitori: benché fosse uno strumento molto rozzo, che consentiva di scorgere soltanto immagini confuse, nella mia fanciullezza era stato una finestra sui mondi portentosi del cielo e sulle meraviglie affascinanti della fisica ottica. Poiché le porte che si aprivano sul corridoio buio erano state lasciate negligentemente aperte, intravidi gli oggetti allettanti che stavano nel laboratorio: gli apparecchi sui banchi, i disegni sparsi sul pavimento, gli attrezzi più diversi.
Al ritorno, il nostro ospite portò goffamente un vassoio con tre bicchieri da brandy e una caraffa. Mentre versava tre dosi generose, il liquore scintillò alla luce delle candele: — Ecco… avete freddo? Volete che riaccenda il fuoco?
— No, grazie — risposi. Sollevai il bicchiere, fiutai il brandy, e bevvi un sorso, trattenendolo per un poco sulla lingua.
Anziché prendere il bicchiere, Nebogipfel intinse un dito pallido nel liquore, ne leccò una goccia sul polpastrello, e sembrò rabbrividire. Cautamente, allontanò il bicchiere, come se fosse pieno fino all’orlo della bevanda più nociva che si potesse immaginare.
Dopo aver osservato la scena con curiosità, il padrone di casa con uno sforzo evidente si rivolse a me: — Lei è in vantaggio: io non la conosco, ma lei, a quanto pare, conosce me.
— Sì — sorrisi. — Tuttavia, mi sento imbarazzato: non so come chiamarti.
— Non capisco come ciò possa essere un problema — replicò il giovane, accigliato, a disagio. — Il mio nome è…
Alzai una mano, colto da un’ispirazione: — No. Se me lo permetti, ti chiamerò Mosè.
Bevve un lungo sorso di brandy e mi scrutò con gli occhi grigi colmi di autentica rabbia: — Come lo sa?
Da quando avevo lasciato la casa dei miei genitori, tenevo segreto il mio primo nome, Mosè, che odiavo, perché a scuola mi aveva causato tormenti infiniti.
— Non importa — risposi. — Con me, il tuo segreto è al sicuro.
— Senta… mi sto stancando di questi giochetti… Lei arriva qui, con il suo… compagno, si prende la libertà di denigrare il mio abbigliamento, e io non conosco ancora il suo nome!
— Forse sì, invece.
Il giovane serrò le lunghe dita intorno al bicchiere. Era consapevole che stava succedendo qualcosa di strano e di portentoso, ma non sapeva che cosa. Gli vedevo in viso, chiaro come il giorno, il misto di entusiasmo, d’impazienza e di timore, che avevo provato tanto spesso nell’affrontare l’ignoto.
— Ascolta… sono pronto a dirti tutto quello che vuoi sapere, come promesso. Ma prima…
— Sì?
— Sarei lieto di visitare il tuo laboratorio. E anche Nebogipfel, ne sono certo. Parlaci di te, e intanto imparerai qualcosa su di me.
Per un poco, Mosè rimase seduto con il bicchiere in mano, poi con gesti bruschi rimise i bicchieri sul vassoio, si alzò, e prese la candela dalla mensola del caminetto: — Seguitemi.
Tenendo alta la candela, Mosè ci guidò lungo il gelido corridoio fino al laboratorio. Quei pochi secondi sono ancora vividi nella mia memoria: l’ombra gettata dalla testa grande di Mosè nella luce incerta, la giacca e gli stivali che luccicavano, i passi silenziosi di Nebogipfel che mi seguiva, il nauseabondo e dolciastro fetore morlock che lo spazio chiuso accentuava…
Spostandosi fra i banchi, Mosè accese le candele e le lampade a incandescenza per illuminare il laboratorio. Le pareti erano imbiancate e prive di ornamenti, a eccezione di alcuni foglietti appuntati e una libreria zeppa di riviste, testi scientifici, volumi di tavole matematiche e dati di fisica. Era freddo, per me, che ero in maniche di camicia: tutto tremante, mi strinsi le braccia intorno al busto.
Avvicinatosi alla libreria, Nebogipfel si accosciò a osservare i dorsi malmessi dei volumi. Poiché sulla Sfera non avevo visto libri né carta, e non avevo riconosciuto nulla di familiare nelle lettere sugli schermi azzurri presenti ovunque, mi domandai se sapesse leggere l’Inglese.
— Non sono molto interessato — dichiarò Mosè — a fornirvi un resoconto succinto della mia vita. — Poi in tono più tagliente, aggiunse: — Inoltre, non capisco perché siete tanto interessati a me. Però sono disposto a stare al vostro gioco. Vi interessano i risultati dei miei esperimenti più recenti?
Sorrisi. Era davvero in accordo con il mio, e il suo, carattere, concentrare l’attenzione esclusivamente sull’ultimo problema che lo assillava.
— Vi sarei grato se non toccaste nulla — riprese Mosè, avvicinatosi a un banco su cui storte, lampade, reticoli e lenti sembravano disposti a casaccio. — Vi sembrerà una gran confusione, però vi assicuro che tutto è disposto in un ordine ben preciso. Posso aggiungere che fatico tremendamente a tenere alla larga da qui la signora Penforth, i suoi stracci e le sue scope.
La signora Penforth? pensai. Fui sul punto di chiedere che cosa ne fosse stato della signora Watchet, quindi rammentai che quest’ultima era stata preceduta appunto dalla signora Penforth. L’avevo licenziata una quindicina d’anni prima di partire per il primo viaggio nel tempo, dopo averla sorpresa a rubare dalla mia piccola riserva di diamanti industriali. Rinunciai a preavvisare Mosè, perché tutto sommato i furti non erano stati gravi. Inoltre, spinto da una sorta di strano sentimento paterno nei confronti del giovane me stesso, decisi che probabilmente avrebbe giovato a Mosè seguire maggiormente la conduzione della casa, una volta tanto, invece di lasciare tutto al caso.
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