Nel descrivere quell’essere a Nebogipfel, mi resi conto che assomigliava al mio strano compagno del secondo viaggio temporale: l’essere che si librava nello spazio, illuminato di verde, che avevo battezzato l’Osservatore. Tacqui, pensando: È mai possibile che l’Osservatore fosse soltanto un’apparizione proveniente dalla fine del tempo?
— E così — conclusi, — rimontai a bordo della macchina, perché avevo paura di rimanere là, indifeso, in quel freddo terribile, e tornai nel mio secolo.
Mentre parlavo sottovoce, Nebogipfel mi fissò con i grandi occhi, in cui scorsi le vestigia di quel guizzo di curiosità e meraviglia che caratterizza l’umanità.
I pochi giorni trascorsi all’interno della capsula non ebbero un gran rapporto con il resto della mia vita. A volte rammento quell’esperienza come una pausa fugace nell’arco della mia esistenza, mentre altre volte ho l’impressione di aver trascorso un’eternità alla deriva fra i pianeti. Mi sembrò di essere disincarnato e di poter osservare la mia vita dall’esterno, come se si trattasse di un romanzo incompiuto.
Rividi me stesso da giovane, intento a compiere esperimenti, a costruire apparecchi, a maneggiare la plattnerite, a disprezzare ogni occasione per socializzare, per conoscere la vita, l’amore, la politica, l’arte, disdegnando persino il sonno, nella ricerca di un’irraggiungibile perfezione della conoscenza. Ebbi persino l’impressione di vedermi alla fine di quel viaggio interplanetario, intenzionato a ingannare i Morlock e a fuggire nella mia epoca. Ero deciso a mettere in pratica questo piano, però mi sembrava di osservare le azioni di un’altra persona, avulsa e lontana da me.
Ebbi un sospetto: stavo forse diventando estraneo non soltanto al mondo in cui ero nato, bensì a tutti i mondi, nonché allo spazio e al tempo? Che cosa sarei diventato, nel mio futuro, se non un granello di coscienza in balìa dei Venti del Tempo?
Solo quando la Terra mi apparve più vicina, un’ombra più scura sullo sfondo dello spazio, con la luce delle stelle riflessa nel ventre dell’oceano, mi sentii nuovamente coinvolto dalle preoccupazioni dell’umanità.
Ancora una volta nel mio cervello si erano rimessi in moto i meccanismi da cui dipendevano i miei progetti, nonché le mie speranze e i miei timori per il futuro.
Non ho mai dimenticato quel breve interludio interplanetario: talvolta, quando sono tra la veglia e il sonno, immagino di essere di nuovo alla deriva tra la Sfera e la Terra, con un Morlock paziente come unica compagnia.
Dopo aver meditato sulla mia visione del lontano futuro, Nebogipfel osservò: — Hai detto di aver viaggiato per trenta milioni di anni…
— Anche più — risposi. — Forse riuscirò a ricordare più precisamente, se…
Con un gesto noncurante, Nebogipfel m’interruppe: — C’è un errore. La tua descrizione dell’evoluzione del sole è plausibile, ma secondo la nostra scienza la sua fine è prevista non prima di migliaia di milioni di anni.
— Ho riferito ciò che ho visto — mi difesi, — con sincerità e precisione.
— Non dubito, ma l’unica conclusione possibile è che nell’altra storia, come nella mia, l’evoluzione del sole sia stata modificata.
— Vuoi dire…
— Voglio dire che è stato compiuto qualche goffo tentativo di alterare l’intensità del sole, o la sua longevità, o forse si è persino tentato, come abbiamo fatto noi, di ricavare materia o energia dalla stella.
Il mio compagno stava ipotizzando che, in quell’altro tempo, la storia dell’umanità non si fosse esaurita con gli Eloi e con i Morlock che avevo conosciuto. Forse una razza dotata di una tecnologia molto avanzata aveva abbandonato la Terra e aveva cercato di modificare il sole, come avevano fatto gli antenati di Nebogipfel.
— Però — conclusi, atterrito — il tentativo è fallito.
— Sì. Quella razza d’ingegneri non è più tornata sulla Terra, dove si è consumata la lenta tragedia degli Eloi e dei Morlock. Ma la vita del sole è stata comunque abbreviata.
Disgustato, non sopportai di discutere oltre su quell’argomento. Mi chiusi in me stesso, aggrappato a un sostegno, e ripensai alla spiaggia desolata e agli orrendi esseri degradati, che, pur essendo privi d’intelligenza, avevano conservato qualcosa di umano. Quella realtà mi era parsa raccapricciante già quando l’avevo giudicata come la vittoria finale del processo inesorabile dell’evoluzione e della regressione del sogno dell’intelligenza umana. Adesso mi sembrava ancor più spaventosa, perché forse la causa era l’umanità medesima, che con la sua arrogante ambizione aveva creato uno squilibrio tra forze opposte, accelerando il proprio annientamento.
Non fu semplice farsi catturare dalla Terra. La cabina doveva rallentare la propria velocità di svariati milioni di miglia orarie per essere pari a quella con cui la Terra percorreva la sua orbita attorno al sole.
Scivolammo in cerchi sempre più stretti intorno al ventre del pianeta. Nebogipfel mi spiegò che ci stavamo adeguando al campo gravitazionale e a quello magnetico della Terra, un processo facilitato dai materiali con cui era costruita la capsula, nonché dalla correzione degli effetti naturali compiuta dalle lune artificiali che orbitavano intorno alla Terra. In sostanza, la nostra velocità fu scambiata con quella del pianeta, che di conseguenza avrebbe deviato e accelerato lievemente la propria orbita intorno al sole.
Addossato alla parete della capsula, osservai il paesaggio buio della Terra, interrotto qua e là dal chiarore dei grandi pozzi di riscaldamento dei Morlock. Notai inoltre alcune enormi torri che sembravano spuntare dall’atmosfera. Nebogipfel mi spiegò che venivano usate per lanciare capsule dalla Terra alla Sfera.
Su di esse vidi muoversi dei puntolini di luce: capsule interplanetarie che trasportavano Morlock diretti alla Sfera. Mi resi conto che proprio per mezzo di una di quelle torri ero stato lanciato nello spazio, ancora tramortito, ed ero stato trasportato sulla Sfera. Le torri servivano a far salire le capsule oltre l’atmosfera, dopodiché con una serie di manovre di appaiamento simili a quelle che avevamo compiuto le scagliavano nello spazio.
In questo caso il lancio non riusciva a imprimere un’accelerazione uguale a quella provocata dalla rotazione della Sfera, perciò il viaggio di andata durava più a lungo di quello di ritorno. Ma nei pressi della Sfera, i campi magnetici agganciavano facilmente le capsule e le guidavano a un perfetto rendez-vous.
Infine, scivolammo nell’atmosfera terrestre. Quando per effetto dell’attrito la capsula si surriscaldò e sussultò, risvegliando dentro di me una sensazione di movimento da giorni sopita, ero saldamente aggrappato ai sostegni perché Nebogipfel mi aveva preavvisato.
Con la fiammata di una meteora, esaurimmo la velocità residua. Osservai con una certa inquietudine il paesaggio avvolto nell’oscurità che si stendeva sotto di noi durante la caduta. Mi parve di scorgere il nastro largo e sinuoso del Tamigi, e cominciai a domandarmi se davvero, dopo un viaggio tanto lungo, vi fosse il rischio di schiantarsi sulle rocce implacabili della Terra.
Poi…
Ho un ricordo confuso e parziale dell’ultima fase della nostra discesa. Vagamente intravidi un aeromobile simile a un immenso uccello, che scese dal cielo e in un attimo ci inghiottì nel suo ventre. Nel buio, sobbalzai, mentre l’aeromobile rallentava, quindi la discesa continuò con estrema delicatezza.
Quando rividi le stelle, non vi era traccia dell’aeromobile a forma d’uccello. La capsula era adagiata sul suolo arido e senza vita di Richmond Hill, a meno di cento metri dalla Sfinge Bianca.
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