La cooperativa popolare, testa dura. Dove altro? Abbandonando il vassoio pieno, uscì e si guardò intorno. Naturalmente: c’era un albergo associato con il ristorante. O viceversa. Condividevano l’edificio. Facciata nuda, a piastrelle verdi; un ingresso separato, ascensore per la portineria, al secondo piano. In una grande hall bassa e vuota, troppo illuminata, uno schermo offriva i dati essenziali sui residenti dell’albergo. Macy aggrottando la fronte guardò sulla M. Moore, Lissa? Niente da fare. Guardò la L , e sì, trovò una "Lisa". Niente cognome. Arrivata il 3 giugno alle undici di sera, stanza 1114. C’è una ragazza di sopra che ha bisogno di aiuto. E come arrivarci di sopra?
Una porta alla sua sinistra si aprì, ed entrò un cieco, muovendosi con sicurezza fra tavolo, sedie e altri ostacoli. Il sonar montato sulla sua testa che faceva boing boing boing. Giacca marrone chiaro, pantaloni gialli, faccia grassoccia, occhi semichiusi che mostravano solo il bianco. — Mi scusi — disse Macy — può dirmi dove si trova il pozzo? — Il cieco, senza fermarsi, indicò sopra la sua spalla destra e disse: — L’ascensore è laggiù — e sparì attraverso una porta alla destra di Macy. Macy entrò nell’altra porta. Ascensore. Undicesimo piano.
Stanza 1114.
Niente raffinati sistemi di comunicazione o scanner, lì. Solo una semplice porta di legno. Bussò e non ottenne risposta. Bussò ancora. — Lissa? Sono io, Paul. — Toc toc. Silenzio. Mentre stava lì, incerto sul da farsi, una ragazza uscì dalla porta di fronte, una ragazza magra e ossuta, nuda, un asciugamano gettato sulla spalla, le costole in evidenza, le anche prominenti, piccoli seni appuntiti. — Cerchi Lisa? — chiese, e quando Macy annuì, la ragazza disse: — È dentro. Entra.
— Ho bussato. Non risponde.
— Non risponde mai. Entra.
— La porta…
— Non ci sono serrature qui , fratello. — La ragazza gli strizzò l’occhio e si avviò lungo il corridoio. La spina dorsale che risaltava sotto la pelle. Aprì un’altra porta; rumore di acqua che scorreva: le docce, presumibilmente. Non ci sono serrature qui, fratello. Okay. Provò la maniglia della stanza 1114, e scoprì che in effetti era aperta.
— Lissa? — disse.
Una cella doveva avere più o meno quell’aspetto. La sua stanza al Centro Riab era stata di gran lusso, al confronto. Un lungo letto stretto, una brandina più che altro. Una sedia in plastica verde. Un basso cassettone marrone. Un lavandino scheggiato, bianco-giallastro. Una fessura di finestra, dai vetri sporchi. Pavimento spoglio, luci nude e intense. Anche Lissa era nuda, sul letto, le ginocchia sollevate, strette fra le braccia. Sembrava emaciata, quasi fragile, come se avesse perso quattro o cinque chili nelle trentasei ore in cui non la vedeva. I capelli erano una massa arruffata, gli occhi arrossati. La stanza puzzava di sudore. I suoi vestiti erano gettati in un mucchio accanto alla finestra; l’armadio, con l’anta spalancata, era vuoto; accanto al lavandino c’era la valigia verde e malconcia che aveva usato per portare le sue cose dal vecchio appartamento. I fianchi erano rigonfi; non si era data la pena di disfarla. Quando lui entrò, mosse lentamente la testa dalla sua parte, e lo guardò senza guardarlo. Poi tornò a fissare il cassettone marrone.
Macy passò accanto al letto e cercò di aprire la finestra, ma non c’era modo di farlo. Pronunciò ancora una volta il suo nome; lei non diede segno di averlo sentito. Inginocchiandosi accanto a lei, le prese in mano uno dei piedi, lo sollevò di una decina di centimetri, lo guardò ricadere pesantemente, fece scivolare la mano fino alla parte carnosa del polpaccio. La pelle bruciava. La febbre la stava consumando. Arrivò con la mano sulla coscia. Le sue dita si fermarono appena al di sotto del cespuglio castano dorato, ma lei sembrò non accorgersene. Le scosse la coscia. Niente. Le accarezzò i seni, ne strinse uno nella mano. Niente. Strofinò con il pollice il capezzolo. Zero. Le passò le dita davanti agli occhi. Lei sbatté le palpebre una volta. — Lissa? — disse per la terza volta. Lei era persa, avvolta in un bozzolo di introspezione. Al di là dei suoi richiami. Chiunque poteva farle qualsiasi cosa, e probabilmente lei non avrebbe reagito. Come raggiungerla? Non c’era nessun modo, nessun modo.
Andò alla finestra, rivolgendole le spalle.
Molto tempo dopo, lei disse, con voce sottile e lontana: — Le voci nella testa mi facevano impazzire. Rimbalzavano dalle pareti. Non potevo restare.
Macy si voltò. Il volto di Lissa era del tutto inespressivo. Fissava sempre il cassettone. Le sue parole avrebbero potuto essere quelle di un ventriloquo. — Non dovevi scappare — disse. — Io cercavo di aiutarti.
— Non potevi darmi nessun aiuto. E neppure io potevo aiutarti. Ci stavamo distruggendo a vicenda.
— No.
— Ti ho aperto ad Hamlin.
— Non importa. Abbiamo bisogno l’uno dell’altra.
— Dovevo andarmene — disse lei. — Mi sentivo soffocare, dovevo uscire. Così me ne sono andata. Sono venuta qui.
— Perché?
— Per nascondermi. Per riposare. — Parole mormorate, come soffi di vento. — Adesso vattene. Sento di nuovo le voci. La pressione che aumenta. Non la senti? La pressione. La pressione che aumenta.
Lui le prese la mano. La febbre la consumava. I muscoli del braccio erano completamente rilassati. Come tenere in mano un pezzo di corda. — Sei ammalata Lissa, fisicamente ammalata. Lascia che chiami un dottore. — Non era sicuro che l’avesse sentito. Stava allontanandosi di nuovo da lui. — Chiamo il dottore — disse. — Va bene.
Gli occhi di Lissa erano come sfere di vetro. Galleggiava su una marea che la portava al largo. La scosse, l’accarezzò, le parlò. Zero. Le riversò addosso un fiume di parole, cercando di riportarla in contatto con lui. Forza, esci da questo torpore. Le parlò di amore, di bisogno, di una nuova vita, di un futuro migliore, di pene condivise, della fine dell’autocommiserazione e della vulnerabilità. Qualsiasi cosa. Parole ispirate. Le vecchie banalità ottimistiche. E perché no? Pur di raggiungerla. Andremo lontano e ci faremo una nuova vita, tu e io, io e te. Un mondo di felicità. Dimmi qualcosa, Lissa. Parla.
Sapendo che la sta perdendo, attimo dopo attimo. L’ha persa. Un milione di chilometri lontana, sul suo planetoide di ghiaccio. Eppure continuò a parlare. Sforzandosi di riversare la sua frenetica energia dentro di lei, di riempirla della forza necessaria a tornare e a sollevarsi. Visioni di speranza, sogni a occhi aperti di salute e di gioia. Un arcobaleno scintillante che si curvava nella stanza dalla porta alla finestra. Parlava, parlava, la voce che si faceva roca e disperata. Lissa che non prestava alcuna attenzione; il ghiaccio adesso la chiudeva come in una tomba, la si poteva appena vedere attraverso la parete rilucente del ghiacciaio. Macy si stava stancando. Perché andare avanti? Lei non voleva ascoltarlo.
Cominciò ad arrabbiarsi con lei, diventò ostile, irritato, rimproverandole le risorse di energia che prelevava da lui. E a che scopo tutti quegli sforzi? A che servivano? Qualunque cosa le desse, la febbre la divorava. Lei era il condotto attraverso cui le sue energie si riversavano senza posa in un mare senza rive. Adesso sorse forte dentro di lui la voce della tentazione, che gli diceva di lasciarla finché ancora poteva, di dimenticarla, di farsi la sua difficile strada nel mondo senza trasportarla sulla sua schiena.
Non le devi niente. Hai già i tuoi guai, molti dei quali provocati da lei. Perché questo donchisciottesco desiderio di salvarla e guarirla? Lascia che affondi. Lascia che si congeli. Lasciala bollire nel suo brodo. Vai. Te l’ha detto lei di andar via: allora vai. Questa povera ragazza bruciata con la sua implausibile malattia, la sua ESP. Le sue voci irate. La collana di sporco sul petto. Vuoti occhi vitrei. Vai.
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