Daeman alzò gli occhi e vide la luce solare come l’effettiva pioggia d’energia: luce solare che colpiva aghi di pino ed era assorbita, luce solare che colpiva il terriccio sotto i piedi e scaldava i batteri che vi si trovavano. Poteva contare gli indaffarati batteri! Il mondo intorno a lui era un torrente d’informazioni, una marea di dati, un milione di microecologie che interagivano tutte nello stesso tempo, energia per energia. Anche la morte era parte della complessa danza di acqua, luce, energia, vita, riciclaggio, crescita, sesso e fame che scorrevano tutt’intorno a lui.
Daeman vide un topo morto, quasi sepolto nel terriccio, dall’altra parte della radura, ormai poco più che pelo e ossa, ma ancora un faro di energia rosso luminoso, mentre i batteri banchettavano e le uova di mosca incubavano larve nella luce solare del pomeriggio e il lento dipanarsi di complesse proteine continuava a livello molecolare e…
Ansimante, quasi soffocato, Daeman si girò di scatto, cercò di spegnere la visione, ma la complessità era dappertutto: il marcato e grondante flusso e riflusso di energia che passava, sostanze nutritive che venivano assorbite, cellule che erano alimentate, molecole danzanti negli alberi trasparenti e nel suolo respirante e il cielo in fiamme con la sua pioggia e la sua marea di luce solare e di messaggi radio dalle stelle.
Daeman si coprì gli occhi, ma troppo tardi: aveva guardato Savi. Una donna vecchia e anche una galassia di vita. Vita annidata negli scintillanti neuroni del cervello dietro il teschio ghignante e scoppiettante come un fulmine nella serie di impulsi lungo il nervo ottico e nei miliardi di miliardi di forme viventi nelle budella, indaffarate e indifferenti tutte e… Nel tentativo di guardare da un’altra parte, Daeman commise l’errore di guardare se stesso, in se stesso, oltre se stesso, il collegamento con l’aria e il terreno e il cielo…
«Spento!» disse Savi; come un’eco, la mente di Daeman ripeté l’ordine.
Daeman ebbe l’impressione che la brillante luce solare di mezzodì, riflessa sugli alberi e sul terreno cosparso d’aghi di pino, fosse scura come la mezzanotte. Sentì che le gambe non gli funzionavano più. Ansimante, si lasciò scivolare lungo la fiancata del sonie e crollò a terra, si rigirò sullo stomaco, a braccia distese, palme piatte contro il suolo, faccia premuta contro gli aghi di pino.
Savi si accoccolò accanto a lui e gli batté dei colpetti sulla spalla. «Passerà in un minuto» disse piano. «Tu resta qui. Vado io a trovare gli altri.»
Quando Harman aveva suggerito di fare due passi, Ada era stata incerta (temeva che Savi si sarebbe arrabbiata o allarmata, tornando nella radura e vedendo che tutti erano spariti) ma Hannah si era già allontanata dietro Odisseo e lei non voleva restare lì accanto al sonie in compagnia di Daeman. Inoltre, non sapeva se avrebbe avuto un’altra occasione di parlare in privato al suo nuovo amante, prima che lei tornasse a villa Ardis e lui volasse con Savi al bacino del Mediterraneo.
Risalirono un’altura, seguirono un ruscello giù dall’altra parte. La foresta era viva del canto di uccelli, ma non videro animali più grossi degli scoiattoli. Harman pareva preoccupato, perso nei suoi pensieri, e toccò Ada solo quando le tese la mano per aiutarla ad attraversare il ruscello, poco sopra una cascata alta tre metri. Ada si chiese se la loro notte insieme non fosse stata un errore, un calcolo sbagliato da parte sua; ma quando si fermarono a riposare ai piedi della cascata, vide che gli occhi di Harman si concentravano su di lei, vide l’affetto e la tenerezza nel suo sguardo e fu felice che fossero diventati amanti.
«Ada» disse Harman «conosci tuo padre?»
Ada non poté non restare sorpresa. La domanda non era poi tanto sconvolgente (la gente, è ovvio, sapeva di avere un padre, in teoria) ma, come altre simili, era posta di rado. «Sapere chi era, intendi?» rispose.
Harman scosse la testa. «Voglio dire, l’hai conosciuto? L’hai mai incontrato?»
«No. Mia madre mi disse il nome, a un certo punto, ma credo che lui… sia arrivato alla quinta Ventina alcuni anni fa.» Era stata sul punto di dire: "… passato agli anelli", l’eufemismo più comune per indicare l’ascensione corporea nel cielo dei post-umani. Col cuore in subbuglio si chiese perché Harman le facesse una domanda così bizzarra. Aveva forse pensato alla possibilità di essere lui suo padre? Accadeva, ovviamente. Giovani donne facevano l’amore con uomini più anziani che avrebbero potuto essere il loro anonimo "padre di sperma" (non esisteva il tabù dell’incesto, perché da una simile unione non potevano nascere figli, e non esistevano fratelli e sorelle, perché ogni donna poteva concepire una volta sola) ma si provava un bizzarro turbamento, a pensarci.
«Non so chi fosse mio padre» disse Harman. «Savi ha detto che in un certo periodo, perfino dopo l’Età Perduta, il padre era importante per i figli quasi quanto lo è ora la madre.»
«È difficile da immaginare» disse Ada, ancora perplessa. Cosa cercava di dirle? Che era troppo vecchio per lei? Che sciocchezza!
Harman riprese a camminare e Ada lo seguì sotto gli alberi. Faceva più fresco, all’ombra, ma l’aria era più densa. Alle loro spalle, la cascata produceva un rumore attenuato. All’improvviso Ada si guardò intorno, allarmata.
«Cos’hai sentito?» disse Harman, fermandosi accanto a lei.
«Niente, ma… c’è qualcosa che non quadra.»
«Niente servitori. Niente voynix.»
Ecco cos’era, capì Ada. Erano soli. Per gli ultimi due giorni l’assenza degli onnipresenti servitori e dei voynix era stata come un rumore di fondo mancante, ma diventava più evidente adesso che erano soli, loro due. All’improvviso, senza una ragione, rabbrividì. «Riesci a trovare la strada per tornare al sonie?»
Harman annuì. «Ho preso nota del terreno e ho osservato il sole.» Indicò col ramo che usava da bastone. «La radura è proprio al di là di quell’altura.»
Ada sorrise, ma non era del tutto convinta. Controllò l’indicatore sulla palma, ma vide che era bianco, come da quando avevano lasciato il domi antartico. Era già stata nei boschi, di solito nella proprietà di villa Ardis, mai però senza un servitore librato nelle vicinanze per mostrarle la strada di casa e senza un voynix a proteggerla. Questa, comunque, era una tensione secondaria rispetto all’ansia centrale che riguardava la strana domanda di Harman.
«Perché chiedi dei padri?» disse.
Harman la guardò, mentre bighellonavano lungo il pendio e si addentravano nella foresta di sequoie: lì era quasi buio, anche se raggi di sole filtravano qua e là nel silenzio da cattedrale. «Un commento fatto da Savi stamattina» rispose. «Sul fatto che sono tanto vecchio da poter essere tuo padre. Sul fatto che mi sono imbarcato in questa cerca dello spedale… e mi sono trovato coinvolto con te… per una sorta di rifiuto della mia Ventina finale.»
La prima reazione di Ada fu di collera, seguita immediatamente da una fitta di gelosia. La collera era per lo sciocco commento di Savi (non era affare della vecchia chi dormisse con Ada né quanti anni avesse); la gelosia derivava dal fatto che Harman aveva lasciato il letto all’alba per andare a parlare con la vecchia. Ada si era limitata a dargli un bacio di saluto, quando quel mattino lui si era alzato dal letto, si era ripulito con gli ultrasuoni e si era vestito; era rimasta un po’ delusa perché il suo nuovo amante non voleva trascorrere con lei un’altra ora prima che tutti scendessero per colazione, ma aveva rispettato la sua scelta, pensando che fosse solo un tipo abituato ad alzarsi presto.
Cosa c’era di tanto importante da spingerlo a lasciarla all’alba per parlare con Savi? Non aveva in programma di passare con la vecchia i prossimi giorni, nella stupida ricerca di una nave spaziale? In realtà, capì Ada, Savi faceva le veci di lei, in quella ricerca.
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