Se non avessi appena visto la scena, avrei pensato che il vecchio bastardo bluffasse. Ora so come stanno le cose.
Atena si rialza, a non più di un metro dal bordo del Tartaro, e dice: «Padre nostro, figlio di Crono, che sei nel più alto trono dei cieli, conosciamo il tuo potere. Chi può resisterti? Non noi…».
Tutti gli immortali sembrano trattenere il fiato. L’umore di Atena è leggendario, come la sua frequente mancanza di diplomazia: se ora dice la cosa sbagliata…
«Tuttavia» continua la glaucopide figlia di Zeus «ci muoviamo a pietà per quei mortali, io per i miei condannati lancieri argivi, che recitano la loro piccola parte sul loro piccolo palcoscenico, muoiono di orribile morte, annegano nel proprio sangue alla fine della loro piccola vita.»
Muove altri due passi, tanto che la punta dei sandali sporge sopra il nero abisso. Da qualche parte, migliaia di metri sotto di lei, nelle tenebre lacerate da fulmini del Tartaro, una grossa creatura mugghia di dolore e di paura. «Sì, Zeus» continua Atena «ci terremo alla larga dalla guerra, come tu ordini. Ma concedici almeno il permesso di consigliare ai nostri mortali preferiti le tattiche che potrebbero salvarli, in modo che non cadano sotto il fulmine della tua immortale collera.»
Zeus guarda a lungo la figlia. Non riesco a interpretare la sua espressione: è infuriato? divertito? spazientito?
«Cara tritogeneia… figlia terzogenita» dice Zeus «il tuo coraggio mi ha sempre fatto venire il mal di testa. Ma non perderti d’animo, perché la lezione che vi ho dato oggi non proviene affatto dalla collera, ma vuole solo mostrare a tutti i presenti quali risultati avrà la loro disobbedienza.»
Detto ciò, Zeus scende dal trono; fra le gigantesche colonne entra in volo il suo cocchio personale, con una pariglia di cavalli dagli zoccoli di bronzo, criniera dorata svolazzante (cavalli veri, vedo, non ologrammi) e atterra accanto a lui. Zeus si affibbia la corazza dorata, prende dal sostegno la frusta, sale sul carro da guerra, fa schioccare lo sverzino; pariglia e cocchio corrono sul marmo, si alzano in aria, fanno un giro della sala, trenta metri sopra la testa di dèi e dee, poi passano fra le colonne e scompaiono in un rombo di tuono quantico.
A poco a poco gli dèi e le dee e gli immortali di minore importanza escono dalla sala, mormorando e tramando fra loro, senza (ci potrei giurare) la minima intenzione di ubbidire al loro signore e sovrano.
E io… io me ne sto lì per un poco, invisibile e ben felice di esserlo. Sono ancora a bocca aperta e con il fiato corto, come un cane frustato in un giorno troppo caldo. Ho l’impressione di sbavare un poco.
A volte, qui su Olimpo, è difficile credere del tutto al rapporto di causa ed effetto e al metodo scientifico.
25
FORESTA DI SEQUOIE, TEXAS
Daeman adesso era solo, accanto al sonie, nella radura della foresta e la cosa non gli piacque.
Dopo che Savi si era allontanata, Odisseo aveva raccontato quella interminabile, inutile storia e alla fine si era inoltrato fra gli alberi. Hannah aveva aspettato un minuto e poi era andata dietro al vecchio. (Daeman aveva capito subito, al mattino, che Hannah e il barbuto avevano dormito insieme quella notte: il suo radar sessuale non sbagliava quasi mai.) Qualche minuto più tardi, Ada e l’altro vecchio, Harman, avevano detto che sarebbero andati a fare due passi ed erano scomparsi sotto gli alberi nella direzione opposta. (Daeman sapeva che anche loro avevano fatto sesso quella notte. Evidentemente solo lui e la vecchia strega, Savi, erano rimasti in bianco.)
Così adesso Daeman, tutto solo nella radura, appoggiato allo scafo del sonie, ascoltava il fruscio di foglie e lo scricchiolio di rami spezzati nel buio fra gli alberi… e quei rumori non gli piacevano proprio per niente. Se avesse visto comparire un allosauro, era pronto a balzare nel sonie… e poi? Non sapeva neppure come accedere agli ologrammi di comando, altro che attivare il campo di forza a bolla o volare via. Sarebbe stato un hors d’oeuvre su un piatto d’argento, per il dinosauro.
Pensò di gridare fra gli alberi, di chiamare Savi o qualcuno degli altri perché tornassero, ma subito cambiò idea. E se il rumore avesse attirato i dinosauri o altri predatori? Non aveva intenzione di fare l’esperimento per scoprirlo. Intanto provava un forte disagio… non solo per l’ansia, ma per la necessità di andare al gabinetto. Forse gli altri erano sgattaiolati nella foresta, con la carta igienica fornita da Savi, ma Daeman era un essere umano civilizzato; non era mai andato al gabinetto senza… be’… un gabinetto e non avrebbe cominciato ora. Naturalmente non sapeva quante ore sarebbero passate prima di arrivare a villa Ardis e Savi parlava come se volesse fermarsi solo il tempo per scaricare Hannah, Ada e quel ridicolo impostore che si faceva chiamare Odisseo, per poi puntare sul bacino del Mediterraneo o chissà dove. Daeman sapeva di non poter aspettare tutto quel tempo!
Si rese conto d’essere scoraggiato, più che spaventato. Tutti erano sembrati sorpresi, il giorno prima, quando si era offerto volontario per andare con la vecchia e Harman nella loro ridicola spedizione, ma nessuno aveva immaginato la vera ragione della sua scelta. Prima di tutto, lui era terrorizzato dai dinosauri intorno a villa Ardis. Lì non ci sarebbe tornato. In secondo luogo, tutte quelle chiacchiere sul fatto che l’uso del fax era una sorta di distruzione e ricostruzione delle persone l’avevano reso estremamente nervoso. Be’, chi non si sarebbe innervosito, a così breve distanza dal risveglio nello spedale, sapendo che il suo vero corpo era stato distrutto? Lui si era faxato quasi ogni giorno, ma al pensiero di entrare in un portale fax, adesso, sapendo che quell’atto gli avrebbe distrutto muscoli, ossa, cervello e memoria per poi ricostruirne una copia da qualche altra parte, ammesso che la vecchia dicesse il vero… be’, si innervosiva da morire.
Così aveva scelto di viaggiare nel sonie per qualche altro giorno, senza affrontare né i dinosauri di villa Ardis né il fax distruttore di atomi o molecole o chissà cosa.
Adesso voleva solo un gabinetto e un servitore o sua madre che gli preparasse la cena. Forse avrebbe chiesto alla vecchia di sbarcarlo a Cratere Parigi. Villa Ardis non era a grande distanza, no? Anche se aveva dato una rapida occhiata agli scarabocchi di Harman, la "mappa", non aveva idea della geografia del mondo. Tra un luogo e l’altro c’era sempre la stessa distanza… un passo nel portale fax.
La vecchia uscì dalla foresta, vide Daeman da solo, appoggiato al sonie fermo a mezz’aria, e gli domandò: «Dove sono gli altri?».
«Me lo chiedevo anch’io. Prima se n’è andato il barbaro. Poi Hannah l’ha seguito. Poi Ada e Harman sono andati da quella parte…» Indicò gli alti alberi sul lato opposto della radura.
«Perché non usi la palma?» disse Savi e sorrise come se qualcosa l’avesse divertita.
«Ho già provato» rispose Daeman. «Su quel tuo affare di ghiaccio. Al ponte. Qui. Non funziona.» Alzò la palma sinistra, pensò alla funzione "Trova" e mostrò a Savi il bianco rettangolo vuoto librato sulla mano.
«Quella è solo la funzione di ricerca diretta» disse Savi. «Una semplice freccia guida, non appena sei vicino a qualcosa, come se in una biblioteca cerchi un libro nel corridoio sbagliato. Usa farnet, la rete remota, o proxnet, la rete vicina.»
Daeman la fissò. Fin dalla prima occhiata aveva dubitato della sanità mentale di quella donna.
«Ah, è vero» disse Savi, sempre sorridendo. «Avete dimenticato tutte le funzioni. Generazione dopo generazione.»
«Ma che vai dicendo?» replicò Daeman. «Le vecchie funzioni come la lettura non sono più attive. Sono sparite quando i post-umani se ne sono andati.» Indicò gli anelli che s’incrociavano nella chiazza di cielo.
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