Dan Simmons - Ilium

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Ilium: краткое содержание, описание и аннотация

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Attenzione! Thomas Hockenberry è stato un insegnante universitario di storia, con una vita assolutamente normale. Per quale motivo, allora, si trova adesso ad assistere alla Guerra di Troia, al servizio degli dèi dell’antica Grecia? E perché gli stessi dèi sembrano padroneggiare una tecnologia avanzatissima, con la quale cercano di alterare il corso degli eventi e di uccidersi a vicenda? Intanto, in un futuro lontano migliaia di anni, su una Terra dove i pochi abitanti rimasti hanno come sola occupazione il divertimento, solo un uomo ricorda ancora l’antica arte della lettura e la sfrutta cercando di risolvere l’enigma più grande di tutti: chi ha costruito le macchine che governano il pianeta? Dall’autore che ha cambiato la fantascienza, la sua saga più intensa e appassionante, dove il gusto per la ricostruzione storica si mescola con i grandi scenari di un futuro apocalittico e affascinante.
Vincitore del premio Locus per il miglior romanzo di fantascienza in 2004.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 2004.

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Come un fanatico di film che guardi allocchito tra la folla attorno alla passerella su cui sfilano gli attori candidati agli Oscar, cerco di distinguere gli dèi importanti da quelli minori. Là, per esempio, c’è Ebe, in piedi accanto ai maschi (la dea della gioventù, figlia di Zeus e di Era, è solo una serva degli dèi) e laggiù Efesto, il grande fabbro, dai capelli rossi come fiamme, parla alla moglie Charis, che è solo una delle Cariti. La gerarchia sociale fra gli dèi e le dee, noto non per la prima volta, è complicata.

All’improvviso la dea Iride, messaggera di Zeus, avanza in volo… sì, in volo… e batte le mani. «Il Padre parlerà» annuncia, con voce chiara e tersa come un assolo di flauto.

Immediatamente le conversazioni sottovoce di decine di capannelli cessano e nella grande sala piena d’echi scende il silenzio.

Zeus si alza. Il trono d’oro e i gradini d’oro mandano un bagliore che lo inonda di luce divina. «Ascoltatemi, tutti voi dèi e anche dee» attacca Zeus, con voce dolce, ma così forte che la sento vibrare contro le alte pareti di marmo. «Oggi un dio o una dea ha tentato di far male ad Afrodite, che era in cura nella nostra sala di guarigione; Afrodite vivrà, c’è mancato poco, ma occorreranno molti giorni perché guarisca. Un dio o una dea ha tentato oggi di uccidere una immortale, di uccidere una di noi che non è destinata a morire!»

I brontolii e le esclamazioni sconvolte cominciano come un brusio e aumentano fino a diventare un rombo nella grande sala.

«SILENZIO!» tuona Zeus e stavolta la sua voce è così forte che mi sbatte a terra e mi fa scivolare sul pavimento di marmo come erba mobile in un tornado. Per fortuna non vado a sbattere contro nessuno e il rumore della scivolata è soffocato dagli echi del grido di Zeus.

«Ascoltatemi ora, o dèi e dee» prosegue Zeus, con voce amplificata come dal più perfetto sistema d’altoparlanti. «Che una bella dea o un dio non tentino di sfidare il mio rigido decreto. Vi sottometterete alla mia volontà… SUBITO!»

Stavolta sono pronto per resistere alla forza d’uragano della sua voce e mi tengo aggrappato a una colonna finché non passa.

«Ascoltatemi» dice Zeus, quasi bisbigliando ora, con una sensazione di potere resa ancora più terribile dal tono dolce. «Ogni dio che violi il mio decreto e aiuti i troiani o gli achei, come ho visto fare questo mese, al ritorno su Olimpo sarà frustato dal mio fulmine e sferzato dal mio tuono, cadrà in disgrazia per l’eternità e sarà bandito da Olimpo. Sfidatemi e scoprirete cosa significa essere gettati nelle tenebre del Tartaro distante mezzo universo in spazio e tempo, nel più profondo abisso che si spalanca sotto noi quantici.»

Mentre parla, la lunga piscina bolle e gorgoglia, diventa nera come pece e poi una cosa del tutto diversa; il pozzo rettangolare (che pare una decina di piscine olimpiche poste una di seguito all’altra, ora ribollenti e piene di gorgogliante olio nero) a un tratto emette un rombo e diventa un buco che si apre in chissà quale altro luogo, scuro e infuocato e profondissimo. Rotolano fuori ondate di puzzo sulfureo; dèi e dee vicino al bordo arretrano.

«Ecco il Tartaro» tuona Zeus. «L’infimo abisso della casa di Ade, un luogo nelle profondità dell’inferno quanto la casa di Ade è nelle profondità della terra stessa. Ricordate, dèi e dee più anziani fra noi, quando mi avete seguito nella decennale guerra contro i Titani che regnavano prima di noi? Ricordate che gettai Crono e Rea, i miei stessi genitori, al di là di quelle porte di ferro e delle soglie di bronzo? Sì, e Giapeto, anche, malgrado il suo potere divino?»

La sala è silenziosa, a parte i rombi soffocati e gli ansiti e le grida che salgono dal Tartaro spalancato. Non ho il minimo dubbio che quel buco porti dritto all’inferno: non è un ologramma e si apre a meno di dieci metri da dove sono rincantucciato.

«SE HO GETTATO I MIEI GENITORI IN QUESTO ABISSO PER L’ETERNITÀ» tuona Zeus «AVETE DUBBI CHE CI METTERÒ UN SECONDO A SCAGLIARE LÀ DENTRO LA VOSTRA ANIMA URLANTE?»

Dèi e dee non rispondono, però arretrano di parecchi passi da quel fetido vuoto.

Zeus ha un sorriso terribile. «Su, mettetemi alla prova, immortali, così tutti potranno imparare.»

Un enorme cavo d’oro cade dal soffitto della sala, di traverso sul buco dell’inferno. Dèi e dee si affrettano a togliersi di mezzo. Il cavo colpisce sonoramente il marmo. È più spesso di una gomena di nave e pare ottenuto intrecciando migliaia di fili d’oro fino spessi un pollice. Peserà di sicuro varie tonnellate.

Zeus scende i gradini d’oro e alza il cavo, tenendolo con facilità nelle mani enormi. «Prendete l’altro capo» dice in tono quasi allegro.

Dèi e dee si scambiano occhiate e non si muovono.

«PRENDETELO!»

Centinaia d’immortali e di loro servi immortali si precipitano a ubbidire, si azzuffano per afferrare il lungo cavo d’oro come bambini a un piacevole tiro alla fune. Nel giro di un minuto c’è Zeus, da solo da un lato del Tartaro, a reggere con noncuranza il cavo e l’innumerevole folla di dèi e dee dal lato opposto, mani serrate sulla gomena d’oro.

«Trascinatemi dentro» dice Zeus. «Trascinatemi giù dai cieli alla terra e all’Ade e ancora più in basso, nei mefitici abissi del Tartaro. Trascinatemi giù, dico.»

Non un dio muove muscolo.

«TRASCINATEMI GIÙ, VI ORDINO!» tuona Zeus. Afferra il cavo d’oro e comincia a tirare. Sandali di dèi scivolano e cigolano e strusciano sul marmo. Parecchie centinaia di dèi e dee, tutti in fila, sono tirati più vicino all’abisso; alcuni inciampano, alcuni cadono sulle ginocchia.

«TIRATE, MALEDETTI!» tuona Zeus. «TIRATE O SARETE TRASCINATI NEL PUZZOLENTE TARTARO FINCHÉ IL TEMPO STESSO NON CADRÀ PUTREFATTO DALLE OSSA DELL’UNIVERSO!»

Zeus dà uno strattone e venti metri di cavo d’oro si ammucchiano in spire dietro di lui. Sull’altro lato, la fila di dèi e dee, Cariti e Furie, Nereidi e altre ninfe e chi più ne ha più ne metta (tutti tirano, tranne la Notte dalla veste viola) striscia e stride più vicino all’abisso. Atena, la prima, a soli dieci metri dal bordo, grida: «Tirate, dèi! Tirate dentro il vecchio bastardo!».

Ares e Apollo, Ermes e Poseidone e il resto degli dèi più potenti fanno forza. Smettono di scivolare. Il cavo si tende al massimo, si sfilaccia e scricchiola per la tensione. Le dee gridano e tirano all’unisono; Era, moglie di Zeus, tira anche più forte delle altre. Il cavo d’oro si tende e geme.

Zeus scoppia a ridere. Li tiene tutti in scacco, con una mano sola. Ora afferra il cavo anche con l’altra mano e tira di nuovo.

Gli dèi strillano come bambini sulle montagne russe. Atena e quelli accanto a lei scivolano sul marmo come su ghiaccio, sempre più vicino al ribollente abisso del Tartaro, mentre decine d’immortali minori si arrendono e lasciano la presa. Ma Atena non molla. È tirata senza sosta verso il bordo della fumante botola per l’inferno. L’intera fila di immortali che si sforzano, sudano, imprecano è trascinata verso l’abisso.

Con una risata Zeus lascia andare il cavo. Decine e decine di dèi e di dee volano all’indietro e finiscono scompostamente sull’immortale fondoschiena.

«Voi, dèi e dee, bambini, fratelli, sorelle, figli, figlie, cugini e servi… non potete trascinarmi sotto» dice Zeus. Torna al trono e si siede. «Neanche a costo di slogarvi le braccia, di sfiancarvi a morte, potreste smuovermi, se non volessi farlo io stesso. Sono Zeus, il più grande, il più potente dei re.» Alza un enorme dito. «Ma… se decido di trascinarvi sul serio, vi isso da questo Olimpo, vi spenzolo nel nero spazio sopra il Tartaro, vi lego a terra e mare insieme, aggancio il capo al corno di questa montagna detta Olimpo e vi lascio lì sospesi nelle tenebre finché il sole non diventi freddo.»

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