Quando fosse giunto il momento di effettuare il viaggio successivo, l’«Alpha» sarebbe stata lì a circolare attorno alla Terra, pronta ad essere rifornita nello spazio e rimessa in uso.
Nessun viaggio successivo sarebbe mai stato difficile quanto lo era stato il primo. Perché ora ci sarebbero stati motori più efficienti; e più tardi ancora, quando fosse stata fondata la colonia lunare, sulla Luna vi sarebbero state stazioni di rifornimento. Poi sarebbe stato facile. I voli spaziali sarebbero diventati un’offerta commerciale — anche se ciò non sarebbe accaduto prima di mezzo secolo.
Frattanto, la «Prometheus», alias «Alpha» e «Beta», luccicava sotto il sole australiano, mentre i tecnici lavoravano su di essa. Si stavano installando e controllando le ultime apparecchiature: il momento del suo destino era imminente. In capo a poche settimane, se tutto fosse andato bene, essa avrebbe portato le speranze e le paure dell’umanità nelle solitarie profondità al di là del Cielo.
«Mi stavo chiedendo» disse McAndrews «quando mi avreste posto questa domanda. La risposta è piuttosto complicata.»
«Mi stupirei molto» rispose in tono asciutto Dirk «se fosse tortuosa quanto le macchinazioni della famiglia Medici.»
«Forse no; fino ad ora non abbiamo usato l’assassinio, anche se spesso avremmo desiderato farlo. Signorina Reynolds, vi spiace prendere le telefonate mentre io parlo con il dottor Alexson?
Grazie.»
«Bene, come sapete, le fondamenta dell’astronautica — la scienza del viaggio spaziale — sono state poste abbastanza solidamente alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Le «V-2» e l’energia atomica avevano convinto quasi tutti che lo spazio poteva essere attraversato, qualora qualcuno avesse voluto farlo. In Inghilterra e negli States esistevano svariate società che sostenevano attivamente l’idea che dovessimo andare sulla Luna e sui pianeti. Hanno fatto progressi sicuri ma lenti fino agli anni Cinquanta, quando le cose hanno realmente cominciato a cambiare.
«Nel 1959, come voi — ehm — forse ricorderete, il missile guidato dall’esercito americano, «Orphan Annie», ha colpito la Luna con a bordo venticinque libbre di polvere illuminante. Da quel momento il pubblico cominciò a rendersi conto che il viaggio spaziale non era qualcosa che appartenesse a un lontano futuro, ma avrebbe potuto diventare una realtà nel corso di una generazione. L’astronomia cominciò a sostituire la fisica atomica diventando la scienza prioritaria e la lista di iscrizione alle società missilistiche prese ad allungarsi di continuo. Ma un conto era lanciare un proiettile senza equipaggio sulla Luna, e tutt’altro farvi atterrare una nave spaziale vera e propria e riportarla sulla Terra. Alcuni pessimisti ritenevano che per questo sarebbe occorso ancora un centinaio di anni.
«In questo Paese c’erano moltissime persone che non intendevano aspettare tanto. Ritenevano che l’attraversamento dello spazio fosse essenziale al progresso, come lo era stata quattrocento anni prima la scoperta del Nuovo Mondo. Esso avrebbe aperto nuove frontiere e dato alla razza umana un obiettivo così stimolante da mettere in ombra le differenze nazionali e da porre nella vera prospettiva i conflitti tribali dell’inizio del ventesimo secolo. Le energie che avrebbero potuto essere usate nelle guerre sarebbero state impiegate appieno nella colonizzazione dei pianeti — cosa che sicuramente ci avrebbe tenuti occupati per un bel po’ di secoli. Comunque questa era la teoria.»
McAndrews fece un sorrisetto.
«Naturalmente c’erano anche molti altri buoni motivi. Sapete quanto turbolento sia stato il periodo dell’inizio degli anni Cinquanta. La tesi del cinico riguardo al volo spaziale fu riassunta nella famosa frase: «L’energia atomica rende i viaggi interplanetari non solo possibili ma imperativi!». Fintanto che fosse rimasta confinata sulla Terra, l’umanità avrebbe avuto troppe uova in un unico cesto piuttosto fragile.
«Tutto questo fu realizzato da un gruppo stranamente assortito di scienziati, scrittori astronomi pubblicisti e uomini d’affari nella vecchia Società Interplanetaria. Con un piccolissimo capitale, iniziarono la pubblicazione di «Spaceward», che si ispirò al successo della rivista americana «National Geographic Society». Ciò che la N.G.S. aveva fatto per la Terra ora, si sosteneva, avrebbe potuto essere fatto per il Sistema Solare.
«Spaceward» fu un tentativo di rendere il pubblico «azionista», per così dire, della conquista dello spazio. Essa soddisfaceva i nuovi interessi per l’astronomia e coloro che vi si abbonavano avevano la sensazione di contribuire a finanziare il primo volo spaziale.
«Alcuni anni prima questo progetto non sarebbe andato a buon fine, ma ora i tempi erano maturi. In pochi anni il numero degli abbonati in tutto il mondo raggiunse il quarto di milione e nel 1962 fu fondata la «Interplanetary», che aveva lo scopo di svolgere ricerche sui problemi del volo spaziale. Inizialmente essa non fu in grado di offrire gli stipendi dei grandi istituti missilistici sponsorizzati dal governo ma, a poco a poco, attirò i migliori scienziati. Costoro preferivano lavorare a un progetto costruttivo, anche con emolumenti inferiori, piuttosto che fare missili per il trasporto di bombe atomiche. I primi tempi l’organizzazione fu anche aiutata da qualche inatteso colpo di fortuna finanziario. Quando nel 1965 morì l’ultimo erede di una famiglia milionaria inglese, egli privò il Tesoro di quasi tutto il proprio patrimonio, facendone un Fondo Fiduciario a nostro uso.
«Sin dall’inizio la «Interplanetary» fu un’organizzazione su scala mondiale ed è sostanzialmente dovuto al caso che il suo quartier generale si trovi a Londra. Avrebbe potuto benissimo essere in America e moltissimi dei vostri compatrioti sono tuttora molto seccati che non sia così. Ma per una qualche ragione voi americani siete stati sempre un po’ conservatori riguardo al volo spaziale e avete cominciato a prenderlo sul serio solo qualche anno dopo di noi. Comunque non ha importanza: i tedeschi ci hanno battuti entrambi.
«Inoltre, dovete tener presente che l’America è un paese troppo piccolo per le ricerche astronautiche. Sì, lo so che sembra strano, ma se guarderete una carta che indichi la densità di popolazione capirete cosa intendo. Ci sono solo due posti al mondo veramente confacenti alla ricerca sui razzi a lungo raggio. Uno è il deserto del Sahara, e anche questo è un po’ troppo vicino alle grandi città europee, l’altro è il deserto dell’Australia occidentale dove, nel 1947, il Governo britannico iniziò a costruire il suo grande poligono missilistico. E’ lungo più di duemila miglia e al di là di esso vi sono altre duemila miglia di oceano il che fa un totale di oltre tremila miglia. In nessuna parte degli Stati Uniti è possibile lanciare con sicurezza un razzo anche per sole cinquecento miglia. Quindi è in parte per un caso geografico che le cose sono andate in questo modo.
«Dove ero rimasto? Oh sì, al 1960 o giù di lì. Fu più o meno in quel periodo che iniziammo a diventare veramente importanti. Per due ragioni che non sono molto conosciute. A quel punto un intero settore della fisica nucleare era arrivato a una stasi.
Gli scienziati della Atomic Development Authority ritenevano di poter iniziare la reazione idrogeno-elio — e non mi riferisco alla reazione tritio della vecchia bomba H — ma gli esperimenti cruciali erano stati molto saggiamente vietati. Nel mare c’è una bella quantità di idrogeno! E così i fisici nucleari se ne stavano tutti seduti a mangiarsi le unghie in attesa che noi fossimo in grado di costruire per loro laboratori nello spazio.
Allora non avrebbe avuto importanza se qualcosa fosse andato male. Il sistema solare si sarebbe limitato ad acquisire un secondo sole e piuttosto provvisorio. L’ADA voleva anche che noi abbandonassimo i pericolosi prodotti di fissione delle pile, che erano troppo radioattivi perché si potessero tenere sulla Terra, ma che un giorno avrebbero potuto essere utili.
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