Arthur Clarke - Preludio allo spazio

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I lettori conoscono già Arthur C. Clarke, che ha inaugurato la serie dei romanzi di Urania con «Le sabbie di Marte». Con lo stesso stile avvincente, la stessa precisione di scienziato, Arthur Clarke ci narra ora come gli esseri umani si preparino al primo volo nello spazio: destinazione Luna. Siamo nel 1980 circa. «Per migliaia d’anni» dice l’Autore «la razza umana si è diffusa sulla Terra, finchè l’intero globo non fu esplorato e colonizzato. Ora è arrivato il momento di fare il passo seguente e attraversare lo spazio. L’umanità deve sempre avere nuovi orizzonti, per non sprofondare nella decadenza. La Terra era grande abbastanza per gli uomini dei giorni della diligenza e della nave a vela, ma ora che possiamo farne il giro in poche ore è diventata troppo piccola… E questa conquista è possibile, perchè gli uomini hanno l’eredità del sapere che conquistarono dalla loro comparsa sulla Terra ad oggi. Durante tutti questi secoli, in lontani mondi, sotto soli stranieri, il Tempo ha preparato per l’Uomo i luoghi dove sorgeranno città nuove e uomini nuovi… Molti dei giovani di questa generazione assisteranno certo alla partenza della prima astronave per la Luna.» Questo libro vi farà vivere il momento che segnerà una nuova era per l’umanità, quando il primo uomo supererà la stratosfera per lanciarsi alla conquista degli spazi e delle stelle!

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Nei primi giorni era stato ossessionato dallo spettro della propria incapacità, ma ora sapeva che questo gli succedeva sempre quando iniziava un nuovo lavoro e la cosa aveva smesso di essere più di un’irritazione. Dopo circa una settimana pensava di aver ormai un’idea abbastanza chiara dell’organizzazione nella quale si era così inaspettatamente trovato. La fiducia cominciò a tornargli, dandogli modo di rilassarsi un po’.

Sin dai tempi dell’università teneva un diario, anche se disordinatamente — di solito trascurato, tranne che in concomitanza di occasionali crisi —, e ora aveva ricominciato ad annotarvi le proprie impressioni e gli eventi quotidiani della propria vita. Questi appunti, scritti per se stesso, lo avrebbero messo in grado di dare un ordine ai propri pensieri e in seguito avrebbero potuto costituire la base per la storia ufficiale che un giorno avrebbe dovuto scrivere.

«Oggi, 3 marzo 1978, sono a Londra esattamente da una settimana — e non ho visto nulla, tranne le zone attorno a Bond Street e a Waterloo. Quando il tempo è bello, Matthews e io siamo soliti andare a fare una passeggiata lungo il fiume, dopo pranzo.

Attraversiamo il ponte «Nuovo» (costruito solo da una quarantina d’anni!) e camminiamo lungo il fiume secondo la direzione che in quel momento ci vien voglia di prendere, riattraversandolo di nuovo a Charing Cross o a Blackfriars. Ci sono un gran numero di variazioni a seconda che si vada in senso orario o antiorario.

«Alfred Matthews è sulla quarantina, e io lo trovo molto gentile. Ha uno straordinario senso dell’umorismo, ma non l’ho mai visto sorridere — è completamente impassibile. Sembra conoscere il proprio lavoro molto bene — molto meglio, direi, di McAndrews, che si suppone sia il suo capo. Mac ha una decina di anni di più: come Alfred, dopo essersi laureato in giornalismo, è entrato nelle pubbliche relazioni. E’ una persona magra, dall’aria affamata, che di solito parla con un lieve accento scozzese che scompare completamente quando è eccitato.

Questo dovrebbe dimostrare qualcosa, ma non riesco a immaginare che cosa. Non è una cattiva persona, ma non penso sia molto intelligente. E’ Alfred a fare tutto il lavoro e tra i due non c’è grande amore. A volte è difficile restare in buoni rapporti con entrambi.

«La settimana prossima spero di cominciare a conoscere gente e di allargare il mio campo di indagine. In particolare voglio conoscere il personale — ma starò lontano dagli scienziati fino a quando non ne saprò un po’ di più sulla propulsione e sulle orbite interplanetarie. Alfred mi insegnerà tutto al riguardo la prossima settimana — così dice. Spero anche di scoprire come mai si sia formato un ibrido tanto straordinario come l’Interplanetary. Sembra un compromesso tipicamente britannico, e c’è ben poco sulla carta riguardo alla sua formazione e alla sua origine. L’intera istituzione è una massa di paradossi. Vive in una condizione di bancarotta cronica, eppure è responsabile di una spesa di circa dieci milioni all’anno (sterline, e non dollari). Il governo mette ben poco il becco nella sua amministrazione e, per certi versi, essa appare autocratica quanto la B.B.C. Ma quando viene attaccata in Parlamento (il che succede un mese sì e uno no) c’è sempre qualche ministro che scatta in piedi per difenderla. Forse, dopo tutto, Mac è un organizzatore migliore di quanto io immagini!

«Ho detto che è «britannico», ma naturalmente non lo è. Circa un quinto dello staff è americano. In mensa però ho sentito ogni concepibile accento. E’ internazionale come lo è la segreteria delle Nazioni Unite, anche se sono gli inglesi a fornire la maggior parte della forza motrice e del personale amministrativo. Perché debba essere così non lo so, forse Matthews potrà spiegarmelo.

«Un altro interrogativo: a parte gli accenti, è molto difficile trovare una vera distinzione tra le varie nazionalità. Ciò è forse dovuto alla natura sovrannazionale — per minimizzare — del loro lavoro? E se resterò abbastanza a lungo perderò anch’io le mie radici?»

3

Per cinque miglia, diritta come una freccia, la pista di metallo luccicante avanzava sulla distesa del deserto. Puntava verso nordovest in mezzo al cuore morto del continente, e all’oceano, e anche oltre. Su quella terra, una volta degli aborigeni, nel corso dell’ultima generazione molte strane forme si erano levate rombando. La più grande e la più potente di queste poggiava in fondo alla pista di lancio, lungo la quale si sarebbe avventata verso il cielo.

In quella valle, tra le basse colline, dal deserto era sorta una piccola città. Una città costruita per uno scopo — rappresentato dalle cisterne di combustibile e dalla centrale elettrica in fondo alla pista di cinque miglia. Lì si erano riuniti scienziati e tecnici provenienti da tutti i Paesi del mondo. E lì la «Prometheus», la prima di tutte le navi spaziali, era stata assemblata nel corso degli ultimi tre anni.

Il Prometeo della leggenda aveva portato il fuoco dal cielo sulla terra, la «Prometheus» inglese del ventesimo secolo avrebbe portato il fuoco atomico nella casa degli Dei e avrebbe dimostrato che l’Uomo con i propri sforzi si era finalmente liberato dalle catene che lo avevano tenuto ancorato al suo mondo per un milione di anni.

Nessuno sembrava sapere chi avesse dato alla nave spaziale quel nome. In realtà, non si trattava di una nave singola, ma di due macchine separate. Con notevole mancanza di inventiva, i disegnatori avevano battezzato i due elementi che la componevano «Alpha» e «Beta». Solo la componente superiore era un vero razzo. «Beta», per darle il suo vero nome, era un «atodite ipersonico». Di norma, la maggior parte della gente lo chiamava autoreattore atomico, un modo più semplice e più espressivo al contempo.

Era stata fatta molta strada per passare dalle bombe volanti della Seconda Guerra Mondiale alla «Beta» di 200 tonnellate che sfiorava l’atmosfera a migliaia di miglia orarie. Eppure entrambe operavano in base allo stesso principio: l’uso della velocità in avanti per fornire la compressione al getto. La differenza sostanziale stava nel combustibile. Le V-1 bruciavano idrocarburi; la «Beta» bruciava plutonio e la sua gittata era praticamente illimitata. Fino a quando le prese d’aria dinamiche avessero raccolto e compresso il tenue gas dall’alta atmosfera, la fornace al calor bianco della pila atomica l’avrebbe fatto erompere dai getti. Solo quando alla fine l’aria si fosse fatta troppo sottile per fornire potenza o supporto, essa avrebbe avuto bisogno di iniettare nella pila il metano dei serbatoi di combustibile, e con ciò sarebbe diventata un razzo puro.

La «Beta» poteva abbandonare l’atmosfera, ma non avrebbe mai potuto sfuggire completamente alla Terra. Il suo compito era duplice. Il primo era quello di trasportare i serbatoi di combustibile nell’orbita attorno alla Terra e di lasciarveli a girare come piccole lune fino a quando fossero stati necessari.

E solo quando ciò fosse avvenuto essa avrebbe spinto «Alpha» nello spazio. La nave più piccola a quel punto avrebbe fatto rifornimento in orbita libera attingendo ai serbatoi in attesa, quindi avrebbe acceso i motori per staccarsi dalla Terra e compiere il suo viaggio verso la Luna.

Continuando a girare pazientemente, la Beta avrebbe atteso fino a che la nave spaziale fosse tornata. Alla fine del suo viaggio di mezzo milione di miglia, l’«Alpha» avrebbe avuto a stento combustibile sufficiente per entrare in un’orbita parallela. A questo punto, l’equipaggio e le attrezzature sarebbero stati trasferiti nella «Beta» in attesa, ancora fornita di combustibile sufficiente a riportarli sani e salvi sulla Terra.

Era un progetto elaborato, ma, anche con l’energia atomica, era ancora l’unica strada praticabile per fare il viaggio attorno alla Luna con un razzo che pesava non meno di diverse migliaia di tonnellate. Inoltre, c’erano diversi altri vantaggi. «Alpha» e «Beta» avrebbero potuto svolgere i loro compiti separati con un’efficienza che nessuna nave singola avrebbe potuto sperare di portare a compimento. Era impossibile combinare in un unico veicolo la capacità di volare attraverso l’atmosfera terrestre e quella di atterrare sulla Luna priva d’aria.

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