John Varley - Linea calda Ophiucus

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Linea calda Ophiucus: краткое содержание, описание и аннотация

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Lilo era morta, processata, condannata, suicidata. Ma era anche viva. Anzi, c’erano molte Lilo...
Negli anni della dispersione dell’umanità sugli altri pianeti del sistema solare, dopo che gli Invasori ebbero conquistato la Terra, la clonazione era un sistema di sicurezza ormai comune. Clonazione, ovvero riproduzione di un essere umano completo di personalità e memoria, una tecnica rivelata attraverso misteriose trasmissioni provenienti dallo spazio, la Linea Calda Ophiucus, appunto. Nessuno sapeva come e perché quelle trasmissioni avvenissero, ma tutti applicavano entusiasticamente la nuova tecnica. Eppure la donazione era anche un pericolo terribile. E quando venne nelle mani di Tweed, ex capo della Luna, il pericolo diventò realtà, e prese la forma di un complotto contro la Terra. Finché un nuovo messaggio giunse da Ophiucus...
John Varley, texano, autore di numerosi racconti di fantascienza, è al primo romanzo.
è stato accolto con grandissimo favore negli Stati Uniti, sollevando tra critici e fans una “scioccante ondata di eccitazione”.

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L’utensile che stava esaminando in quel momento era un coltello. Era molto bello. Acciaio inossidabile, lucente come uno specchio. Una simmetria di forme che l’affascinava. Il manico era coperto da scanalature incrociate che permettevano di afferrare saldamente il freddo metallo. Se lo passò sulla gola, senza pensare a niente. Si portò le dita al collo con mano tremante. Niente sangue.

Pensò alle due alternative che le si offrivano.

Domani sarebbe stato un momento emozionante. Era sicura che niente poteva uguagliare quello che avrebbe sentito prima di salire i gradini del Foro. Aveva il terrore di crollare completamente, di dover essere tenuta e gettata al di là dell’orlo.

Adesso, tuttavia, era ragionevolmente calma. Aveva perduto ogni speranza. Sarebbe riuscita ad affrontare la morte in quel momento, di propria mano, in privato? Era meglio andarsene in quel modo?

Le sembrò di sì. Se lo ripeté tre volte di seguito e afferrò il coltello. Se lo passò su un polso. Rabbrividì e sentì il cuore batterle in tumulto. Aprì gli occhi e guardò: non c’era neppure una linea rossa. Era sicura di aver premuto. Qualcosa le sfiorò una guancia. Allarmata, la respinse con una mano.

Si sedette sulla poltrona accanto al piccolo tavolo e digrignò i denti. Si chinò sul tavolo e ci appoggiò l’avambraccio. Premette la lama del coltello sulla parte più tenera, la osservò, girò la testa, costrinse gli occhi a tornare dov’erano prima e se li sentì seccare mentre si rifiutava di sbattere le palpebre.

Ci furono alcune gocce rosse di sangue.

«Posa il coltello, Lilo.»

Saltò in piedi vacillando, col coltello insanguinato in mano. Arrossì mentre cercava di nasconderlo fra i cuscini della poltrona; quindi si voltò per vedere chi fosse.

«È grave?» chiese, dirigendosi verso di lei.

Lei guardò. Era solo un piccolo taglio, il sangue si era già quasi arrestato. Lui le porse un fazzoletto e si sedette a pochi passi da lei, aspettando che si fosse ripulita.

«C’è una persona che vorrei farti incontrare,» disse l’uomo, e fece un cenno verso la porta della cella. Si aprì, ed entrò il suo secondino in uniforme blu, seguito da una donna nuda. Era alta, barcollava leggermente, e sembrava drogata. I capelli castani arruffati erano appiccicati alle spalle; un liquido denso, sciropposo, le gocciolava dalle mani, dal naso e dal mento. Per un attimo i suoi occhi incrociarono quelli di Lilo, senza che la sua espressione cambiasse, poi inciampò in una sedia e cadde. La guardia la aiutò a rialzarsi, poi la portò quasi di peso in bagno. Una donna, vestita anch’essa di blu, entrò nella cella e chiuse la porta. Si sentì il rumore dell’acqua che scorreva.

Lilo riuscì a non guardare. La faccia della donna nuda le era terribilmente familiare. Era la sua.

Oro. Tutto era giallo dorato. Aprii gli occhi sott’acqua e capii che non stavo respirando. Misteriosamente non mi dava noia. Mi misi a sedere e sentii un liquido denso che mi scorreva lentamente giù dal corpo.

Mi sentii soffocare, cercai di tossire, e dalla gola mi uscì una grande quantità di liquido. Per un attimo non riuscii a controllare la situazione. Stavo annegando. Ma qualcuno mi stava dando delle pacche sulla schiena e mi ritrovai che boccheggiavo.

Nascere non è facile.

Non riusciva a mettere a fuoco gli occhi. Qualcuno le «stava porgendo qualcosa e lei vedeva solo l’estremità di un braccio che sorreggeva un oggetto. Era una tazza. Si tirò indietro, ma quella la seguì. La prese e bevve fino in fondo.

Era seduta dentro una vasca di vetro, immersa fino alla vita in un liquido color grano. Aveva dei fili elettrici attaccati al corpo « di tanto in tanto li sentiva ancora emettere delle scosse, in base al programma di tonificazione dei muscoli che si stava riducendo dopo tre mesi di intenso esercizio.

Disorientamento. Non riusciva a mettere due pensieri in fila. La vasca avrebbe dovuto dirle qualcosa, invece non le diceva niente.

«Andiamo, alziamoci,» esclamò qualcuno. Era una donna vestita di blu, che si chinò e aiutò la donna nuda a uscire dalla vasca, a restare in piedi gocciolante, incerta e appoggiata poi a una spalla robusta, mentre una mano la teneva saldamente per la vita. Voleva tornare a dormire.

«È pronta?»

«Credo di sì.» C’era una seconda persona, un uomo, vestito anche lui di blu. «Non ci vorrà molto.»

Sapeva che parlavano di lei. Cercò di liberarsi della mano che la stringeva, ma era troppo debole. Le dava noia, sentirli parlare. Voleva che smettessero.

«Lasciatemi sola,» disse.

«Cos’ha detto?»

La stavano portando lungo un corridoio. L’aiutavano ad attraversare le varie porte, rimanendole sempre dietro. Non ce la faceva a tenere la testa eretta; continuava a caderle da una parte. Riusciva a vedere solo i propri piedi nudi, le proprie gambe, e il liquido che le gocciolava sul tappeto dal corpo. Le sembrò divertente; rise, e quasi scivolò dalle braccia della donna.

«Cos’ha?»

Non sentì la risposta, rideva troppo forte. C’era un’altra porta. Vi si fermarono davanti e si rese conto che qualcuno le stava dando degli schiaffi in faccia. Cercò di fermarlo, ma non ci riuscì e cominciò a piangere. Uno schiaffo più forte la fece sbattere contro il muro opposto, barcollante. Si tirò indietro e si accorse che si teneva in piedi da sola e guardava l’uomo in faccia.

«Sei sveglia adesso?» Lui la fissò negli occhi.

«Sì… io…» Tossì e cercò di guardarsi intorno, ma lui continuò a tirarle la testa indietro finché lei non pensò che avrebbe pianto di nuovo. «Io… cioè…»

«Sta bene. Portala dentro.»

Di nuovo l’uomo. «Seguimi, hai capito? Seguimi e basta.»

Annuì. Sembrava che pensasse che fosse molto importante ed era disposta a fare qualsiasi cosa purché le lasciasse la testa. Ma era tutta bagnata, aveva i capelli scarmigliati e si sentiva viscida. Cercò di dirglielo, ma era già entrato nella stanza. Si sentì spingere per una spalla e passò barcollando dall’altra parte della porta.

Lanciò un’occhiata alle persone sedute nella stanza. C’era un uomo con una giacca strana che le fece venire in mente qualcosa. Lo conosceva, ma non ricordava il suo nome. E c’era una donna sulla poltrona. Quella la conosceva. Era lei.

Non avrei mai creduto di incontrare faccia a faccia l’ex presidente Tweed. Sul cubo non si poteva evitare; in un programma o in un altro, appariva di continuo, a sostenere i suoi progetti folli. Era un’istituzione della scena telepolitica da quando ero nata.

Tweed sembrava appena uscito da una vignetta politica dell’inizio del ventesimo secolo. Si era fatto venire la pancia, indossava sempre pantaloni a righe e una giacca con le code, cilindro e ghette. Fumava sigari, e quando era stato eletto, aveva chiamato la residenza presidenziale della Tammany Hall. E ne aveva vinte di elezioni! Sebbene non seguissi molto la politica, sapevo che era stato eletto per tre volte consecutive.

Aveva lastricato la strada per l’attuale spettacolo pagliaccesco che chiamiamo governo. Il riconoscimento è tutto, e il pubblico aveva dimostrato una confusione, forse comprensibile, fra la retorica politica e le fantasie che la circondano al cubo. Così adesso abbiamo i nostri Tweed, i nostri Churchill e i nostri Kennedy. C’è un Hitler, un Bonforte, un Lewiston e un Traiano. Metteteli tutti insieme e il risultato sarà qualcosa che si può senz’altro chiamare un circo.

Fortunatamente chi ricopre cariche elettive non ha più molti compiti; si tratta di incarichi per lo più di rappresentanza o di supervisione sull’operato dei computerquelli che governano effettivamente. Non sono mai stata sicura che fosse una cosa tanto positiva, ma Tweed mi fece essergliene grata. Non che le mie opinioni avessero molta importanza in quel momento.

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