Harlan Ellison - «Pentiti, arlecchino!» disse l’Uomo del Tic-Tac

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«Pentiti, arlecchino!» disse l’Uomo del Tic-Tac: краткое содержание, описание и аннотация

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— Sai — osservò Alice — parli con una forte inflessione.

— Chiedo scusa — disse umilmente l’Arlecchino.

— Non è necessario che ti scusi. Dici sempre “chiedo scusa”. Hai addosso un tale senso di colpa, Everett, è davvero molto triste.

— Chiedo scusa — ripeté lui, poi sporse le labbra e per un momento ricomparvero le fossette. Non aveva avuto intenzione di dirlo. — Debbo uscire ancora. Debbo fare qualcosa.

Alice sbatté sul banco la sfera del caffè. — Oh, per amor di Dio, Everett, non puoi restartene a casa almeno una notte? Devi andartene sempre in giro con quell’orribile costume da pagliaccio, a dar fastidio alla gente?

— Io… — Lui s’interruppe, e si calcò il berretto da giullare sul ciuffo di capelli rossi con un lieve tintinnar di sonagli. Si alzò, sciacquò il globo del caffè sotto il rubinetto, e lo mise per un momento nell’asciugatore. — Devo andare.

Lei non rispose. La cassetta dei facsimili stava ronzando, e lei tirò fuori un foglio, lo lesse, glielo buttò attraverso il banco. — Riguarda te. Naturalmente. Sei ridicolo.

Lui lo lesse in fretta. Diceva che l’Uomo del Tic-Tac stava cercando di individuarlo. Non gliene importava, sarebbe stato ancora in ritardo. Sulla porta, cercando una battuta conclusiva, esclamò con petulanza: — Be’, anche tu parli con una forte inflessione!

Alice levò al cielo gli occhi graziosi. — Sei ridicolo. — L’Arlecchino uscì, sbattendo la porta che si richiuse sommessamente con un sospiro, e fece scattare da sola la serratura.

Si sentì bussare dolcemente, e Alice si alzò con uno sbuffo esasperato e aprì la porta. Lui era lì. — Tornerò verso le dieci e mezzo, va bene?

Lei assunse un’espressione rattristata. — Perché me lo dici? Perché? Lo sai che verrai in ritardo? Lo sai ! Sei sempre in ritardo, quindi perché mi dici queste stupidaggini? — Chiuse la porta.

Dall’altra parte, l’Arlecchino annuì. Ha ragione lei. Ha sempre ragione lei. Arriverò in ritardo. Sono sempre in ritardo. Perché le dico queste stupidaggini?

Scrollò di nuovo le spalle, e uscì per tornare in ritardo ancora una volta.

Aveva lanciato i razzi dei fuochi d’artificio che annunciavano: “Presenzierò alla 115 aInvocazione annuale dell’Associazione Medica Internazionale alle 8:00 p.m. in punto. Spero che potrete farmi tutti compagnia”.

Le parole erano divampate nel cielo, e naturalmente le autorità erano là ad attenderlo. Pensavano, naturalmente, che sarebbe arrivato in ritardo. Arrivò con venti minuti d’anticipo, mentre stavano montando le ragnatele per intrappolarlo e bloccarlo, e muggì in un grosso altoparlante, e li spaventò e li snervò al punto che le reti umidificate scattarono e si chiusero, e loro vennero trascinati in alto, scalcianti e urlanti, in alto, al di sopra della platea dell’anfiteatro. L’Arlecchino rise e rise, e si scusò profusamente. I medici, radunati in solenne conclave, si sbellicarono dalle risate, e accettarono le scuse dell’Arlecchino con inchini e reverenze, e ci fu divertimento per tutti, poiché pensavano che l’Arlecchino fosse un normale attore vestito in modo bizzarro; tutti, cioè, tranne le autorità, che erano state spedite là dall’ufficio dell’Uomo del Tic-Tac, e che stavano là appese come le merci in procinto di venir caricate su una nave, trascinate sopra l’anfiteatro in maniera del tutto indecorosa.

(In un’altra parte della stessa città, dove l’Arlecchino svolgeva le sue “attività”, del tutto irrelato a ciò che qui ci riguarda, se non in quanto illustra il potere e l’importanza dell’Uomo del Tic-Tac, avvenne che un uomo chiamato Marshall Delahanty ricevette la comunicazione del suo spegnimento dall’ufficio dell’Uomo del Tic-Tac. La moglie ricevette la notifica del fattorino grigio-vestito che la consegnò con la tradizionale “espressione di rammarico” orribilmente dipinta sulla faccia. Lei capì di cosa si trattava, senza bisogno di aprire la busta. Era un tipo di bigliettino che a quei tempi tutti riconoscevano al volo. Soffocò un grido, e lo tenne come se fosse un vetrino coperto di botulino, e pregò che non fosse per lei. Che sia per Marsh, pregò, brutalmente, realisticamente, o per uno dei ragazzi, ma non per me, ti prego, buon Dio, non per me. E poi l’aprì, ed era per Marsh, e lei provò nello stesso istante un senso di orrore e di sollievo. Il proiettile se l’era buscato un altro soldato della fila. — Marshall! — urlò. — Marshall! Terminazione, Marshall! OmioDio, Marshall, cosafaremo, cosafaremo, Marshall, ohmiodiomarshall… — E in casa loro, quella notte, vi fu il suono della carta strappata e della paura, e il fetore della follia saliva e saliva e non c’era nulla, assolutamente nulla che loro potessero fare.

(Ma Marshall Delahanty cercò di fuggire. E il giorno dopo, di buon’ora, quando venne il momento dello spegnimento, era nel cuore della foresta a duecento miglia di distanza, e l’ufficio dell’Uomo del Tic-Tac scaricò la cardiolastra, e Marshall Delahanty si accasciò, mentre correva, e il suo cuore si fermò, e il sangue si inaridì mentre saliva al cervello, e lui morì, ecco tutto. Una lampadina si spense nella mappa del suo settore, nell’ufficio del Maestro Cronometrista, mentre la notifica veniva registrata per la riproduzione in facsimile, e Georgette Delahanty veniva iscritta d’ufficio nei ruoli dell’assistenza pubblica, in attesa che potesse risposarsi. Qui finisce la nota, ed è tutto ciò che è necessario dire, ma non ridete, perché è quello che sarebbe accaduto all’Arlecchino, se mai l’Uomo del Tic-Tac avesse scoperto il suo vero nome. Non è divertente).

Il livello commerciale della città era affollato dei colori del giovedì, indossati dai compratori. Donne con chitoni giallo-canarino e uomini in costumi pseudotirolesi, che erano di giada e di cuoio, aderentissimi, a parte i calzoni a sbuffo.

Quando l’Arlecchino apparve sul guscio ancora in costruzione del nuovo Centro Acquisti Efficienza, con il megafono accostato alle labbra ridenti da folletto, tutti lo indicarono e spalancarono gli occhi, e lui li rimproverò.

— Perché vi lasciate dar ordini? Perché lasciate che vi dicano di affrettarvi e di correre come formiche o bruchi? Prendetevela con calma! Passeggiate un po’! Godetevi il sole, godetevi la brezza, lasciate che la vita vi trasporti secondo il vostro ritmo! Non siate schiavi del tempo, è un modo orribile di morire, lentamente, a poco a poco… abbasso l’Uomo del Tic-Tac!

Chi è quel pazzo? chiedevano quasi tutti. Chi è quel pazzo, oh, arriverò in ritardo debbo scappare…

E la squadra addetta alla costruzione del Centro Acquisti ricevette un ordine urgente dall’ufficio del Maestro Cronometrista: il pericoloso criminale conosciuto come l’Arlecchino era sulla loro guglia, e il loro aiuto era indispensabile per catturarlo. Gli operai risposero di no, perché sarebbero rimasti indietro con le tabelle orarie del lavoro di costruzione, ma l’Uomo del Tic-Tac tirò i fili giusti, e gli operai ricevettero l’ordine di interrompere il lavoro e di catturare quel pagliaccio con il megafono, lassù sulla guglia. Perciò dodici operai robusti, o più, cominciarono a salire sulle piattaforme da costruzione, attivando le lastre antigravità e ascendendo verso l’Arlecchino.

Dopo la disfatta (in cui, grazie alla sollecitudine dell’Arlecchino per la sicurezza di tutti, nessuno rimase ferito gravemente), gli operai cercarono di riorganizzarsi e di assaltarlo di nuovo, ma era troppo tardi. Era svanito. Tuttavia aveva attirato una grande folla, e il ciclo degli acquisti venne sbilanciato di varie ore, addirittura. Perciò le esigenze d’approvvigionamento del Sistema rimasero indietro, e quindi vennero presi provvedimenti per accelerare il ciclo durante il resto della giornata, ma finì per crearsi una grande confusione e così vendettero troppe valvole per galleggianti e non abbastanza maniglie, il che significava che la proporzione era squilibrata, il che rese necessario l’invio precipitoso di casse e casse di Smash-O a magazzini che di solito avevano bisogno di una cassa ogni tre o quattro ore. Le spedizioni andarono a rotoli, lo smistamento diventò caotico e, alla fine, persino le industrie ne risentirono.

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