Jack Vance - I signori dei draghi

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I signori dei draghi: краткое содержание, описание и аннотация

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— Questo è possibile — ammise Givven, in tono di rancore. — Sotto la Guglia di Barch vi sono caverne vuote. Se ha acquartierato lì le sue truppe durante la notte, ha dovuto solo attraversare lo Skanse per tenderci l’agguato.

Carcolo grugnì. — Forse abbiamo sottovalutato Joaz Banbeck. — Si lasciò ricadere sul giaciglio con un gemito. — Dunque, che perdite abbiamo subito?

Il conto era spaventoso. Della squadra dei Massacratori, già insufficiente, ne restavano soltanto sei. Dei cinquantadue Diavoli, quaranta erano sopravvissuti, ma cinque erano gravemente feriti. I Rissosi, gli Orrori Azzurri e gli Assassini avevano subito grosse perdite. Moltissimi erano stati fatti a pezzi al primo assalto. Molti altri erano stati scagliati giù dai Bastioni, lasciando i loro gusci corazzati sui detriti. Dei cento uomini, dodici erano stati uccisi dalle pallottole, altri quattordici dai draghi. Altri venti erano feriti in modo più o meno grave.

Carcolo rimase disteso, a occhi chiusi, muovendo debolmente le labbra.

— Ci ha salvati la conformazione del terreno — disse Givven. — Joaz Banbeck non si è azzardato a fare avventurare le sue truppe nel burrone. Se c’è stato un errore tattico, è stato lui a commetterlo. Aveva portato un numero insufficiente di Rissosi e di Orrori Azzurri.

— È una ben misera consolazione — ringhiò Carcolo. — Dov’è il resto dell’esercito?

— Ci siamo attestati in una buona posizione sulla Cresta Pendente. Non abbiamo visto esploratori di Banbeck, né umani né Rissosi. Forse è convinto che ci siamo ritirati nella valle. Comunque, il grosso delle sue forze è ancora ammassato sullo Skanse.

Con uno sforzo immane, Carcolo si alzò in piedi.

Attraversò barcollando il camminamento per affacciarsi sul dispensario. Cinque Diavoli stavano accovacciati nelle vasche di balsamo, borbottando e sospirando. Un Orrore Azzurro era sospeso su un’amaca, e gemeva mentre i chirurghi estraevano dalla carne grigia frammenti di corazza. Mentre Carcolo stava guardando, uno dei Diavoli si alzò sulle zampe anteriori, schiumando bava dalle branchie. Lanciò uno strano grido acutissimo e ricadde morto nella vasca di balsamo.

Carcolo si rivolse a Givven. — Ecco cosa devi fare. Sicuramente Joaz Banbeck ha mandato avanti qualche pattuglia. Ritirati lungo la Cresta Pendente. Poi, cercando di non farvi scorgere dalle pattuglie, nascondetevi in una delle Gole della Disperazione. La Gola di Tormalina andrà bene. Ecco come la penso io. Banbeck penserà che vi stiate ritirando nella Valle Beata, quindi si precipiterà verso sud, intorno alla Zanna, per attaccarvi mentre scendete dalla Cresta Pendente. Quando passerà sotto la Gola di Tormalina, voi sarete in vantaggio. E allora potrete annientare Joaz Banbeck con tutte le sue truppe.

Bast Givven scosse energicamente il capo. — E se le sue pattuglie ci individuano, nonostante le nostre precauzioni? Basterà che ci segua, per imbottigliarci nella Gola di Tormalina, senz’altra via di fuga che la traversata di Monte Disperazione o del Burrone della Stella Spezzata. E se ci avventuriamo nel Burrone della Stella Spezzata, i suoi Massacratori ci annienteranno in pochi minuti.

Ervis Carcolo tornò al suo giaciglio e vi si lasciò cadere pesantemente. — Riporta le truppe alla Valle Beata. Ci raggrupperemo e attenderemo un’altra occasione.

VI

Scavata nello strapiombo roccioso a sud del picco che racchiudeva l’appartamento di Joaz, c’era una vasta camera, chiamata Sala di Kergan. Le proporzioni, la semplicità e la mancanza di ornamenti, i massicci mobili antichi contribuivano a conferirle un senso di personalità e un odore esclusivamente suo. L’odore trasudava dalle nude pareti di pietra, dal pavimento di muschio pietrificato, dal legno vecchio… un sentore rude e maturo che Joaz aveva sempre detestato, come detestava ogni altro aspetto della sala. Le dimensioni gli sembravano arroganti; l’assenza d’ornamenti gli pareva rozza, se non addirittura brutale. Un giorno, Joaz aveva pensato che non detestava la sala, in realtà, ma Kergan Banbeck e tutte le leggende esagerate che lo alonavano.

Tuttavia, sotto molti aspetti, la sala era gradevole. Tre alte finestre a sesto acuto si affacciavano sulla valle: erano formate da piccoli riquadri di vetro verdazzurro montati su rapporti di legno nero. Anche il soffitto era rivestito di legno; e lì c’era un certo sfoggio della tipica ornamentazione di Banbeck. C’erano finti capitelli di lesena, con teste grottesche, un fregio di fronde di felce stilizzate. I mobili erano in tutto tre: due alti seggi scolpiti e un tavolo massiccio, tutti di lucido legno nero, tutti immensamente antichi.

Joaz aveva trovato un modo per utilizzare la sala. Sul tavolo c’era una mappa dettagliata a rilievo, raffigurante la zona, in scala di tre pollici per un miglio. Al centro c’era la Valle dei Banbeck, a destra la Valle Beata, separata da un caos di picchi e di precipizi, strapiombi, guglie, muraglie e cinque vette titaniche: Monte Gethron a sud, Monte Disperazione al centro, la Guglia di Barch, la Zanna e Monte Sereno al nord.

Davanti a Monte Gethron si estendeva il Labirinto Alto, poi il Burrone della Stella Spezzata giungeva fino a Monte Disperazione e alla Guglia di Barch. Oltre Monte Disperazione, tra i Bastioni dello Skanse e il Dosso di Barch, lo Skanse si spingeva fino ai tormentati canaloni di basalto e alle alture ai piedi di Monte Sereno.

Mentre Joaz studiava la mappa, Phade entrò nella sala. Era maliziosamente silenziosa, ma Joaz sentì la sua vicinanza dal profumo d’incenso, nel cui fumo si era immersa prima di venirlo a cercare. Indossava il tradizionale abito festivo delle fanciulle di Banbeck: una guaina aderente d’intestino di drago, con bordi di pelliccia marrone al collo, ai gomiti e alle ginocchia. Un alto cappello cilindrico, frastagliato alla sommità, stava in equilibrio sui riccioli bruni, e sulla cima del cappello ondeggiava una piuma rossa.

Joaz finse di non essersi accorto della sua presenza. Lei gli si accostò, alle spalle, per solleticargli la nuca con il colletto di pelliccia. Joaz simulò una stolida indifferenza. Phade, che non si era lasciata ingannare, assunse un’espressione di dolorosa preoccupazione: — Finiremo tutti uccisi? Come procede la guerra?

— Per la Valle dei Banbeck, la guerra va bene. Per il povero Ervis Carcolo della Valle Beata, va decisamente male.

— Hai intenzione di annientarlo! — intonò Phade, con una sfumatura sommessa d’accusa. — Lo ucciderai! Povero Ervis Carcolo!

— Non merita altro.

— Ma che ne sarà della Valle Beata?

Joaz Banbeck scrollò pigramente le spalle. — Cambierà in meglio.

— Cercherai di regnarvi tu?

— No.

— Pensa! — sussurrò Phade. — Joaz Banbeck, Tiranno della Valle dei Banbeck, della Valle Beata, del Canalone di Fosforo, del Lago, del Rifugio ad Anello e della Grande Spaccatura Settentrionale.

— No — disse Joaz. — Ti piacerebbe regnare al mio posto?

— Oh! Davvero! Quanti cambiamenti vi sarebbero! Vestirei i sacerdoti di nastri rossi e gialli, ordinerei loro di cantare e danzare e di bere il vino di maggio. I draghi li manderei a sud, in Arcadia, a eccezione di pochi Rissosi d’indole mite che terrei per custodire i bambini. E basta con queste furiose battaglie. Brucerei le corazze e spezzerei le spade; farei…

— Mia cara farfallina — disse Joaz, con una risata — il tuo regno sarebbe davvero molto breve!

— Perché breve? Perché non dovrebbe durare per sempre? Se gli uomini non avessero i mezzi per combattere…

— E quando arrivassero i Basici… li accoglieresti buttando loro ghirlande di fiori?

— Puah. Non si faranno più vedere. Che cosa ci guadagnano a molestare poche valli remote?

— Chi lo sa cosa ci guadagnano? Noi siamo uomini liberi. Forse gli ultimi uomini liberi dell’universo. Chissà. E torneranno? Coralyne brilla fulgida nel cielo!

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