Joanna Russ - Anime
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- Название:Anime
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- Год:1984
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in 1983.
Nominato per il premio Nebula per il miglior romanzo breve
in 1983.
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— Sibihd! — esclamò la badessa, con una voce brusca come non l’avevo mai sentita. — Rimettilo al suo posto, o sentirai il peso della mia mano, ti assicuro!
Ecco, è strano, no?, che una giovane donna abbastanza disperata per non temere la morte per mano d’un pirata norvegese si spaventasse per la minaccia di qualche schiaffo della sua badessa? Ma la gente è così. Suor Sibihd rimise il crocifisso al suo posto (e il giovane Thorfinn lo prese) e arretrò in mezzo alle suore, singhiozzando: — Quello sconsacra il nostro Dio!
— Sciocca! — esclamò la badessa. — Dio solo può consacrare o sconsacrare: l’uomo non può. Quello è un pezzo di metallo.
Thorvald disse qualcosa a Thorfinn, bruscamente, e quello riappese controvoglia il crocifisso al gancio, con un’espressione truce che sembrava dire: nessuno mi dà mai quello che voglio. Non successe niente altro di particolare nella grande sala o nello studio della badessa o nei magazzini, e neppure nelle cucine. I norvegesi erano taciturni e tenevano le mani sulle spade, ma la badessa continuava a parlare con calma in entrambe le lingue. Ai nostri diceva: — Vedete? Va tutto bene, ma dovete stare fermi e zitti. Dio ci proteggerà. — Il suo viso era sereno e tranquillo, e io pensavo che era una santa, perché aveva salvato suor Sibihd e noi tutti.
Ma quella atmosfera pacifica, naturalmente, non durò. Era inevitabile che qualcosa andasse male, in mezzo a quella folla; ancora oggi non so che cosa accadde. Eravamo in un angolo del lungo refettorio, il posto dove mangiano in un’abbazia le suore o i frati, quando qualcosa mi spinse contro il muro e io caddi, quasi soffocato dal peso della badessa che mi gravava addosso. La testa mi risuonava e da tutte le parti c’era un vociare tremendo, bestemmie e grida, un tumulto spaventoso come se i muri stessero andando a pezzi e crollassero addosso a tutti. Sentii la badessa che ripeteva bisbigliando qualcosa in latino, al mio orecchio. C’erano suoni sordi e flaccidi, più tremendi del resto, e oggi so che era il rumore che fa l’acciaio mentre penetra nella carne. Tutto questo apparve continuare per l’eternità: e poi ebbi l’impressione che il pavimento fosse bagnato. Infine venne il silenzio. Sentii la badessa Radegunde che si sollevava. Disse:
— Dunque è così che lavate i pavimenti, nel nord. — Quando alzai la testa della canne e vidi che cosa intendeva, vomitai nell’angolo. Poi lei mi prese tra le braccia e mi tenne con la faccia sul suo seno in modo che non vedessi, ma era inutile, perché avevo già visto: tutti quelli stesi a terra con le budella di fuori, come mucchi di pesci morti, il vecchio Walafrida con il manico di una scure che gli spuntava dal petto, seduto a occhi chiusi in una tale calca di cadaveri che non era neppure caduto disteso, e la giovane apicoltrice del villaggio, Uta, che era sempre così allegra, stesa riversa con le lunghe trecce e la veste intrisa di rosso e una grande macchia sul ventre. Respirava in fretta e aveva gli occhi sbarrati. Quando le passammo accanto, il suono del suo respiro cessò.
La badessa disse in tono mite: — I suoi sono molto pericolosi, conte Spaccabudella.
Thorvald Einarsson ci urlò qualcosa e la badessa rispose a voce bassa: — Perdonami, mio buon amico. Hai protetto me e il bambino, e te ne sono grata. Ma nulla tradisce la conoscenza del tedesco come una parola che morde, non è così? E dovevo essere sicura.
Allora ricordai che l’aveva chiamato Torvald e gli aveva rammentato il figlio della sorella, in modo che lui si sentisse in dovere di proteggerci se fosse successo qualcosa. Ma adesso l’avrebbe fatto infuriare, pensai, e chiusi gli occhi. Invece Thorvald rise e disse, in uno strano tedesco: — Non ho fatto altro che difendere te e il tuo cucciolo. Non sei riconoscente?
— Oh, moltissimo, ti ringrazio — disse la badessa, con lo stesso calore che avrebbe usato per una suora che le avesse portato una rosa dal giardino, o per un’altra che avesse copiato bene il suo lavoro, o quando io le portavo una notizia, oppure se Ita la cuoca preparava una buona minestra. Ma Thorvald non sapeva che quel calore era per tutti, e quindi sembrava soddisfatto. Ormai eravamo arrivati nel giardino, e l’aria era meno irrespirabile; la badessa mi mise giù, sebbene tremassi; e mi aggrappai alla sua gonna gualcita e incrostata di sangue. Lei disse: — Oh, mio Dio, che bucato ci hai imposto! — Si avviò verso il portone, e Thorvald Einarsson si mosse per seguirla. Senza voltarsi indietro, lei disse: — Non insistere, Thorvald, non c’è motivo di rinchiudermi. Ho quarant’anni e non posso certo fuggire nella palude, con i miei reumatismi e i dolori alle ginocchia e la mia gente che ha tanto bisogno di me.
Ci fu un momento di silenzio. Vidi un’espressione strana passare sulla faccia dell’uomo. Disse sottovoce:
— Non ho parlato, badessa.
Lei si voltò, sorpresa. — Hai parlato. Ti ho sentito.
Thorvald disse in tono strano: — Non ho parlato.
Certe volte i bambini capiscono al volo quando qualcosa non va e sanno rimediare; ricordo che dissi, molto in fretta: — Oh, a volte lei fa così. La mia matrigna dice che la vecchiaia le confonde le idee. — E poi chiesi: — Badessa, posso andare dalla mia matrigna e da mio padre?
— Sì, certo — disse lei. — Su corri, Piccolo Messaggero… — E poi s’interruppe, guardò nell’aria come se vi vedesse qualcosa che noi non potevamo vedere. Quindi disse, con molta dolcezza: — No, mio caro, è meglio che resti qui con me. — E allora capii, come se l’avessi visto con i miei occhi, che non dovevo andare dalla mia matrigna e da mio padre perché erano morti.
Lei era così, qualche volta.
Per un po’, sembrò che fossero morti tutti. Non mi sentivo addolorato o spaventato, ma credo che lo fossi, perché avevo in mente una sola idea: sarei morto anch’io se avessi perso di vista la badessa. Perciò la seguii dovunque. Lasciavano che andasse di qua e di là a confortare la gente, soprattutto Sibihd, che era impazzita e non faceva altro che dondolarsi e gemere; ma verso l’imbrunire, quando l’abbazia era stata ormai spogliata dei suoi tesori, Thorvald Einarsson portò me e la badessa nello studio dov’era rimasto soltanto un pagliericcio, e sprangò la porta dall’esterno. La badessa mi disse:
— Piccolo Messaggero, ti piacerebbe andare a Costantinopoli, dove sta il sultano turco e ci sono le cupole d’oro e tutti i pagani splendenti? Perché è là che quest’uomo mi porterà per vendermi.
— Oh, sì! — dissi io. E poi chiesi: — Ma porterà anche me?
— Certo — rispose la badessa, e non ne parlammo più. Poi entrò Thorvald Einarsson e disse:
— Thorfinn chiede di te. — Più tardi scoprii che stavano aspettando che morisse: nessun altro dei norvegesi era stato ferito, ma un contadino aveva sfondato il petto di Thorfinn con un’ascia, e si pensava che sarebbe morto prima dell’indomani mattina. La badessa disse:
— È una buona ragione per andare? — E soggiunse: — Voglio dire, mi odia. La collera per la mia presenza non lo farà peggiorare?
E Thorvald rispose: — La gente di qui dice che sei capace di assistere i malati e guarirli. È vero?
— No, affatto, per quello che ne so — disse la badessa Radegunde. — Ma se loro lo credono, forse questo li tranquillizza e li fa star meglio. I cristiani sono sciocchi quanto gli altri popoli, lo sai. Verrò, se vuoi — e benché vedessi che era pallida per la stanchezza, si alzò in piedi. Devo aggiungere che indossava la semplice veste marrone di una delle contadine, perché la sua era a lavare; ma per me aveva la stessa maestà di sempre. E anche per Thorvald, credo.
Thorvald chiese: — Pregherai per lui o lo maledirai?
— Io non prego, e non maledico mai nessuno. Assisto e basta — disse la badessa, e soggiunse: — Oh, lascialo venire, altrimenti urlerà da spaccarti gli orecchi. — E si riferiva a me, perché ero pronto a gridare come un pazzo se avessero cercato di allontanarmi da lei.
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