Robert Silverberg - Il vento e la pioggia

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Ancora Robert Silverberg e ancora due storie completamente diverse tra loro ma che hanno in comune (oltre all’ottima fattura) il tema: il lontanissimo futuro della Terra. «Il vento e la pioggia» è una fredda e oculata disamina del nostro incosciente tentativo di distruggere il nostro ambiente ecologico e dei grossi problemi che ne ricaveremo. «Questa è la strada» invece è un romanzo breve vagamente reminiscente del Vance del ciclo della Terra Morente. Colorito, fantastico e affascinante ci mostra l’altra faccia della medaglia: un futuro molto lontano da noi e dai nostri problemi. Ed è giusto che sia così, perché la sf è letteratura e quindi il suo scopo è, oltre a una opportuna «messa in guardia» dai pericoli, anche e soprattutto quello di divertire con una sana lettura.

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— Molte delle auto sono ancora visibili, ma sono molto fragili, ridotte a lamiere sottili a causa dell’azione dell’atmosfera. Quando le tocchiamo si dissolvono in nuvole di fumo grigio. Edward, che ha studiato attentamente la sua ascendenza, ci dice: — Non era insolito che qui, nei giorni d’estate, il livello di anidride carbonica nell’aria superasse di oltre il duecentocinquanta per cento il limite di tollerabilità. A causa delle condizioni atmosferiche, il monte Fuji era visibile solo un giorno su nove. Eppure nessuno sembrava esserne turbato. — Rievoca per noi il quadro dei suoi piccoli, gialli ed industriosi antenati che si affannano allegri e senza sosta nell’ambiente velenoso. I Giapponesi, insiste, furono in grado di mantenere e persino di aumentare il loro prodotto nazionale lordo in un momento in cui le altre nazioni avevano già cominciato a perdere terreno nella competizione economica mondiale, a causa del calo della popolazione dovuta a fattori ecologici sfavorevoli. Eccetera, eccetera. Dopo un po’ ci stufiamo delle continue vanterie di Edward. — Basta con queste esibizioni — gli dice Oliver, — o ti esponiamo all’atmosfera. — Il lavoro che dobbiamo svolgere qui è piuttosto monotono. Io e Paul guidiamo le enormi aratrici; Oliver e Ronald ci seguono piantando semi. Quasi immediatamente, fioriscono strani cespugli angolosi. Hanno foglie azzurrine e luccicanti e lunghi rami ricurvi. Ieri, uno di essi ha preso Elaine per la gola e avrebbe potuto ferirla seriamente se Bruce non l’avesse sradicato. Non ne fummo turbati. Questa è solo una fase nel lungo e lento processo di risanamento. Ci saranno altri incidenti simili. Un giorno, in questo luogo fioriranno i ciliegi.

Ecco la poesia che il fiume si è mangiato:

DISTRUZIONE. I. Sostantivi. Distruzione, desolazione, relitto, rottame, rovina, rudere, rovina e distruzione, disastro, crollo, demolizione, saccheggio, strage, devastazione, dilapidazione, sfacelo, disgregazione, consumo, dissoluzione, annullamento, disfatta, spoliazione; mutilazione, disgregazione, polverizzazione; sabotaggio, vandalismo; annullamento, dannazione, estinzione, sfruttamento, invalidazione, abrogazione, frantumazione, naufragio; annientamento, annichilimento, sterminio, estirpazione, oblio, perdizione, sovversione.

II. Verbi. Distruggere, rovinare, mandare in rovina, frantumare, demolire, radere al suolo, devastare, sventrare, dilapidare, decimare, danneggiare, crollare, consumare, dissolvere, disgregare, mutilare, disintegrare, sovvertire, polverizzare; sabotare, brutalizzare; annullare, danneggiare, piagare, maledire, infrangere, estinguere, annullare, cancellare, soffocare, smorzare, affondare, infrangere, naufragare, silurare, demolire, sfruttare, disfare, svuotare; annichilire, divorare, annullare, sterminare, obliterare, estirpare, sovvertire; corrodere, erodere, indebolire, minare, sprecare, sciupare; ridurre; finire, infettare, corrodere; logorare, scorticare, escoriare, arrugginire.

III. Aggettivi. Distruttivo, rovinoso, vandalico, pernicioso, spietato, mortifero, malefico, distruttivo, predatorio, sinistro, nichilistico; corrosivo, erosivo, cancrenoso, caustico, abrasivo.

— Io ratifico — dice Edith.

— Io rimedio alla distruzione — dice Oliver.

— Io integro — dice Paul.

— Io svandalizzo — dice Elaine.

— Io ricompongo — dice Bruce.

— Io recupero — dice Edward.

— Io rigenero — dice Ronald.

— Io elimino la desolazione — dice Ethel.

— Io creo — dico io.

Noi ricostituiamo. Noi rinnoviamo. Noi ripariamo. Noi bonifichiamo. Noi ripristiniamo. Noi ricostruiamo. Noi riproduciamo. Noi redimiamo. Noi reintegriamo. Noi rimpiazziamo. Noi riedifichiamo. Noi ridiamo nuova vita. Noi facciamo risorgere. Noi ripariamo, medichiamo, correggiamo, poniamo rimedio, ritocchiamo, aggiustiamo, ricuciamo, rappezziamo, rabberciamo, rammendiamo, turiamo, uniamo. Noi celebriamo il nostro successo con un canto gagliardo ed energico. Alcuni di noi si accoppiano.

Ecco un incredibile esempio dell’umorismo nero degli antichi. In un luogo chiamato Richland, Washington, c’era un impianto adibito alla produzione di plutonio per armi nucleari. Tutto questo in nome della sicurezza nazionale , cioè per mantenere ed aumentare la sicurezza degli Stati Uniti e rendere gli abitanti fiduciosi e liberi da ogni preoccupazione. In un tempo relativamente breve, queste attività produssero circa cinquantacinque milioni di litri di scorie radioattive concentrate. Questo materiale era tanto caldo che avrebbe continuato a bollire spontaneamente per alcuni decenni, conservando le sue proprietà violentemente tossiche per varie migliaia di anni. La presenza di scorie così pericolose costituiva una severa minaccia ambientale per una vasta area degli Stati Uniti. Cosa fare, allora, di queste scorie? Venne trovata una soluzione davvero comica. L’impianto per il plutonio era situato in una regione altamente instabile dal punto di vista sismico, lungo la cintura a rischio che attraversa l’oceano Pacifico. Venne scelto un luogo di immagazzinamento proprio sopra quella faglia che aveva provocato un violento terremoto mezzo secolo prima. Qui, a poca profondità vennero interrati cento e quaranta serbatoi di cemento e acciaio, a circa cento metri di distanza dal bacino del fiume Columbia, che forniva acqua ad una regione densamente popolata. In questi serbatoi vennero immesse le scorie radioattive bollenti; un magnifico dono per le generazioni future. La raffinatezza dello scherzo divenne palese dopo pochi anni, quando cominciarono a notarsi le prime crepe nei serbatoi. Secondo alcuni osservatori sarebbero passati da dieci a venti anni prima che l’enorme calore potesse provocare la rottura delle giunture dei serbatoi, permettendo così alla radioattività di espandersi nell’atmosfera e ai fluidi radioattivi di riversarsi nel fiume. I progettisti dei serbatoi, però, continuarono a sostenere che questi erano sufficientemente resistenti da durare almeno cento anni. Si tenga presente che questo periodo era inferiore all’uno per cento al tempo di dimezzamento previsto dei materiali contenuti nei serbatoi. A causa della frammentarietà delle documentazioni, non siamo in grado di stabilire quale delle due stime fosse corretta. Alle nostre squadre di decontaminazione sarà possibile entrare nella regione inquinata non prima di un periodo che va da ottocento a milletrecento anni. Questo episodio suscita la mia incondizionata ammirazione! Quanto spirito, quanto entusiasmo dovevano avere gli antichi!

Ci viene concessa una vacanza per permetterci di raggiungere le montagne dell’Uruguay e visitare uno degli ultimi insediamenti umani, forse proprio l’ultimo. Venne scoperto parecchie centinaia di anni fa da una squadra di bonifica ed è stato conservato allo stato originario come museo per i turisti che un giorno vorranno visitare il loro pianeta natale. Si entra attraverso una lunga galleria di lucidi mattoni rosa. Una serie di portelli impedisce all’aria di penetrare all’interno. Il villaggio, adagiato tra due speroni rocciosi, è schermato da una cupola luccicante. Controlli automatici mantengono la temperatura ad un livello moderato. C’erano migliaia di abitanti. Li vediamo ancora nelle immense piazze, nelle taverne, e nei luoghi di svago. I gruppi familiari rimangono uniti, spesso in compagnia di qualche animale domestico. Alcuni hanno un ombrello. Tutti sono in buono stato di conservazione. Molti sorridono. Non si sa ancora perché questa gente sia morta. Alcuni sono deceduti nell’atto di parlare e gli studiosi hanno concentrato i loro sforzi, finora senza successo, nel tentativo di capire e tradurre l’ultima parola congelata sulle loro labbra. Non possiamo toccare nulla, ma possiamo entrare nelle case per ammirare i loro mobili e le loro proprietà. Sono commosso fino alle lacrime, e così anche gli altri. — Forse questi sono proprio i nostri antenati — esclama Ronald. Ma Bruce dichiara con disprezzo: — Sono cose ridicole. I nostri antenati devono essersene andati da qui molto tempo prima del periodo in cui visse questa gente. — Proprio fuori dall’insediamento trovo un piccolo osso luccicante, forse la tibia di un bambino o l’osso della coda di un cane. — Posso tenerlo? — chiedo al nostro capo. Ma lui mi obbliga a donarlo al museo.

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