Various - Gli albori della vita Italiana
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«Dalla creazione in poi non v'ebbe più larga preda» scrisse il Villehardouin. Immense ricchezze e preziosi oggetti d'arte furono salvati nella generale rapina, e trasportati in patria dai Veneziani: quadri, statue, gemme con cui arricchirono la pala d'oro e il tesoro di San Marco, e i quattro celebri cavalli di rame dorato che, trasportati da Chio, dall'imperatore Teodosio II, a ornare l'ippodromo di Bisanzio furono posti sul pronao della basilica veneziana.
La forza di Venezia imperava ormai sull'Oriente. All'interno potea dirsi secura, coi nuovi ordinamenti politici, per mezzo dei quali si svolgeva la sua attività, colla legge che impera e custodisce, colla concordia che fortifica e rafferma. Sottratta già da lungo tempo al popolo la dogale elezione, chiuso a chi non fosse nobile, il governo, s'era consolidato quel reggimento di ottimati, grande anomalìa fra due cose normali, il governo cioè di tutti e quello di un solo che tutto eguaglia in una comune tirannide, quel reggimento di ottimati che salvò l'indipendenza veneziana. Costituzione non certo desiderabile oggi, ma per quei tempi ammirabile, e che illuminò del suo raggio uno dei periodi più gloriosi della libertà fiorentina, quando, tenendo gli occhi fissi a Venezia, fra Girolamo Savonarola, Paolo Antonio Soderini, Francesco Valori e altri magnanimi volevano garantire la nuova indipendenza, affidando la somma delle cose ai migliori dei cittadini, ai benefiziati , e instituendo il Consiglio grande. Il tentativo fallì, poichè la tenacia del volere non fu pari all'altezza degli intendimenti.
Delle due forti rivali di Venezia, Pisa in breve non fu più da temersi. La sua potenza s'infranse allo scoglio della Meloria e sulla bella e sventurata città aleggiò l'arte, supremo conforto. Quando l'età delle forti imprese si oscura, s'inalba luminosa quella delle arti.
Restava Genova, nè il vessillo di San Giorgio volle per lungo tempo e a niun patto piegare dinanzi a quello di San Marco. Lunghe e accanite le guerre, brevi le tregue, per ripigliar lena a nuove battaglie, combattute con varia fortuna.
Nel 1256, i Liguri spogliano le navi veneziane nel porto d'Acri e saccheggiano il quartier veneziano. Lorenzo Tiepolo corre alla vendetta, con gran numero di navi e coll'aiuto dei Pisani, spezza la catena del porto, preda e arde le navi nemiche, penetra nella città, incendia il quartiere dei Genovesi ed espugna il castello di Mongioia. Invano i Genovesi tentano riannodare le forze: il Tiepolo, presso a Tiro, li sbaraglia una seconda volta; poi non lungi da Acri stessa, li sconfigge nuovamente con più sanguinosa battaglia.
Nel 1261, la gelosia ligure rialza il trono greco a Costantinopoli. Vi si oppone Venezia e ne vien nuova guerra, finita colla rotta dei Genovesi nelle acque di Trapani.
Una fiera rivincita prese Genova a Curzola, quando, sotto il comando di Lamba Doria, un minor numero di galee vinse i Veneti condotti da Andrea Dandolo. Il Doria trasse seco a Genova 5000 prigioni. Marco Polo fra questi. Lo sfortunato ammiraglio di Venezia die' di cozzo nell'albero della sua nave e morì…
Ma a che oggi riandare la serie di questi gloriosi delitti? Nel camposanto di Pisa, in quella dimora di morti, dove palpita tanta parte di storia italiana, stanno appese, non già trofeo di ire fraterne, ma segno perenne di fraterno affetto le catene del porto di Pisa, dai Genovesi prese e donate ai Fiorentini. Nell'affetto sereno della patria unificata, Firenze e Genova vollero restituite a Pisa quelle catene, come augurio d'invitta concordia fra le città italiane, pegno e segnacolo di un'êra novella.
Ora una luce irradiano quei torbidi ricordi di storia italiana, luce di fraternità e di pace.
LE ORIGINI DEL COMUNE DI MILANO
Lo studio delle origini – è bene saperlo prima di mettersi in via – rappresenta per lo spirito piuttosto una fatica che un diletto.
La scarsità delle fonti, la cronologia difficile, l'ermeneutica capricciosa obbligano a lunghe indagini, a laboriose induzioni, per istabilire quello che si suole chiamare la verità storica e che, nella maggior parte dei casi, si limita ad essere la congettura più verosimile. E d'altra parte, urtano così fieramente coi nostri i costumi, i sentimenti, le leggi di quell'epoca buia, che il piacere dei paragoni scompare, e la stessa immaginazione si stanca a cogliere e ricomporre la continuità dei contorni in quelle figure, di cui la storia non può dare generalmente che tratti incompleti, interrotti, sfumati nel tipo morale e nelle particolarità dell'azione.
Però, v'è un aspetto del problema che può mitigar la fatica di questo studio. È una soddisfazione di pensiero che non può sembrar vana al filosofo, se anche lascia indifferente l'artista. Poichè nello studio delle origini assai più che nello spettacolo delle decadenze l'orgoglio dell'umanesimo trova ragion di affermarsi.
Le origini non sono altro, storicamente, che i periodi nei quali le istituzioni umane, di qualunque natura, passano dallo stadio anarchico ad una forma organica. Ora, difficilmente questa trasformazione si manifesta, senza l'impulso della virtù. Virtù d'uomo o virtù di popolo; genio di individui o istinto di moltitudini; energia d'iniziative, quand'anche macchiate dalla fatalità del delitto, o devozioni di concordia, quand'anche rese inefficaci da difetto di previdenza.
Il fenomeno può dirsi costante, in quanto si riferisca alle origini dei poteri pubblici, siano monarcati, comuni e repubbliche. Sembra quasi che la Provvidenza abbia voluto imprimere a questi periodi, che rasentano in certo modo lo sforzo della creazione, quel carattere di grandezza che necessariamente segue o circonda i creatori. Così, non si può pensare alle origini della monarchia francese senza risalire a quel Carlo Martello, che rimane nelle fantasie popolari come il tipo del guerriero nazionale invincibile. Ruggero il normanno e Umberto Biancamano dominano della loro fiera e simpatica personalità le origini dei due maggiori principati italiani. Nè la fondazione della monarchia spagnuola può disgiungersi da quel generoso nucleo di patrioti, raccoltisi con Pelagio sui monti baschi a costituire il battaglione sacro della resistenza nazionale. Nè la storia grande della repubblica di Venezia può farci obliare quell'energico esodo di pescatori che giurano di mantenere, sulle palafitte di Rialto, la loro libertà insidiata dalle orde conquistatrici della terra-ferma.
È sopratutto nel secolo undecimo che l'Italia vede sorgere a vita organica parecchie delle sue agglomerazioni politiche. Prima del mille, qualche tentativo di ricostituzione serve quasi unicamente a confermare lo stato di dissoluzione in cui langue tutta la penisola. Non s'è ancora dimenticata l'ultima violenza delle invasioni barbariche ed ecco sopraggiungere a disgregare ogni compagine sociale la preoccupazione del finimondo. Le lotte civili, accanite negli ultimi tempi, vanno perdendo d'intensità, non perchè scemi l'abitudine delle offese, ma perchè tutti sono intenti al pericolo della fine suprema, che le profezie popolari hanno segnalato.
Come il feudo era stato lo strascico della conquista, così il beneficio ecclesiastico diventa lo strascico lasciato dalla paura del finimondo. Le autorità secolari, che non possono garantire la vita eterna, perdono d'influenza; ne acquistano a dismisura le autorità chiesastiche, nelle cui mani stanno le chiavi del perdono e della salvezza. Così il potere politico viene a poco a poco assunto dagli arcivescovi, contro i quali non hanno più forza i conti e i duchi, lasciati dai conquistatori stranieri a rappresentanti dell'impero feudale nelle città. Le donazioni arricchiscono preti e monasteri, che dalla ricchezza traggono facile stimolo alla corruzione. Ed ecco preparate le due questioni che nel secolo undecimo agiteranno l'Italia. La lotta per le investiture e la riforma disciplinare del clero. Nè dal mille è lontano Gregorio VII, che di entrambe le questioni sarà nel tempo stesso il più formidabile campione e la più illustre vittima.
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