Various - Gli albori della vita Italiana

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Nel secolo XI, può dirsi veramente fondata la marittima signoria di Venezia, e l'Adriatico incominciò da questo tempo a considerarsi come un lago della repubblica. La libertà e il vero spirito dell'antica Roma qui continuavano in tutto il loro vigore . Questo giudizio non è di qualche storico piaggiatore, ma d'una delle anime più nobilmente fiere, che sieno mai passate pel mondo: Ildebrando. Di tanto fe' degna Venezia ardor di speranze e tenacia d'intendimenti. E il meraviglioso espandersi della possanza guerresca e civile si accompagna all'avanzamento dei commerci. Alle inquietudini interne, alle agitazioni civili succede la forte serenità. Vivissimo il commercio. Nelle vecchie carte si parla sovente di carichi di mercanzie pel valore di 150,000 ducati d'oro, di navi cum raxon de drapi, telle et altre cosse de valor de ducati 200,000 . E si noti che erano in gran parte piccoli legni, perchè tutti voleano trafficare, tanto che il governo prescrisse con decreto le proporzioni più piccole di uno scafo per avventurarsi in mare.

Nè men fiorenti le arti e le industrie. – Venezia ha, fin dai secoli più remoti, fonderie di metalli, fabbricatori d'organi, officine di tessitura, di tintoria, di vetreria, fabbriche di sete, lini, velluti, broccati. Le antiche chiese, specie quelle di Grado e di Torcello, scintillavano di mosaici. Negli Annali di Eginardo, si ricorda, all'anno 826, Giorgio, prete veneziano, chiamato in Aquisgrana, per la sua abilità nel costruire organi. Orso I Partecipazio, asceso al trono dogale nell'864, mandò in dono a Costantinopoli dodici campane, e Pietro Orseolo II, fatto doge nel 991, fe' regalo a Ottone III di una tazza di fino lavoro di due troni rivestiti di lamine d'avorio e di una tazza d'argento. Non si può dire che in egual fiore fosse la cultura letteraria, se due documenti sono da due dogi, Pietro Tradonico e Tribuno Memo, firmati così: Signum manus domini excellentissimi Petri ducis e Signum manus Tribuni ducis . Ma fra quel pratico e operoso popolo di navigatori e di trafficanti non potevano aver culto se non le arti, che al dolce unissero l'utile. E tali arti andarono a mano a mano meravigliosamente avanzando.

Martino da Canale, narrando l'incoronazione di Lorenzo Tiepolo, nel 1256, descrive con pittoresca efficacia la sontuosa processione delle Arti veneziane: primi venivano i fabbri col loro gonfalone e con ghirlande in capo: poi i pellicciai riccamente addobbati di armellino e vaio, di sciamito e zendado. Seguivano, cantando, accompagnati da trombe, portando coppe d'argento, i tessitori; i sarti in veste bianca a stelle vermiglie: i fabbricanti di drappi d'oro e di porpora, con cappucci dorati in testa e belle ghirlande di perle; e via via i lanaiuoli, i barbieri, i vetrai, gli orefici. Gli orafi specialmente raggiungeano la dignità d'arte più squisita in quei piccoli capilavori di imagini, imitate dai bizantini, in quegli ornamenti d'oro e perle, di cui è perfino menzione nel testamento del doge Giustiniano Partecipazio dell'829, e in quelle catenelle d'oro, preferito ornamento sì delle gentildonne come delle popolane venete. Cito questo lieve, ma non insignificante particolare. Nel 1225, Federico II, il grande sovrano e il grande artista, ordina a un orafo di Venezia una zoia , un gioiello.

In questo periodo delle origini, la città ha un aspetto singolarissimo. Questa maravigliosa zattera di sabbia e di fango è indefinibilmente strana per forma e non rassomiglia ad alcun altro paese. Il Sannazaro, nel tempo in cui Venezia, un po' invecchiata, incominciava a porgere ascolto benigno alle bugie dei poeti, scrisse un epigramma, che gli fruttò cento scudi per ciascun verso (i versi erano però sei soltanto) e nel quale, comparando Roma a Venezia, conchiude col dire che quella fu fabbricata dagli uomini, questa dagli dei.

Illam homines dices, hanc posuisse deos.

Nulla di più poeticamente menzognero. Venezia fu fatta dai Veneziani. Il nume indigete erano la forza, l'operosità, il vigore, il coraggio, l'ardore di quei profughi intrepidi. Per voi, ad esempio, o signori, la patria è un dono, uno splendido dono di Dio – pei Veneziani è l'opera dell'industria umana. Entro questo vostro divino anfiteatro di colline, rigate dai canali freddi e molli, fra la magnifica pompa della verzura e dei fiori, palpita una dolce vita, dove hanno sorrisi tutte le cose, viventi nella felicità di un'armonia serena, armonia dei colori e della luce, del suolo e dello spazio. Qui l'opera dell'uomo è un sublime commento all'opera della natura, e l'arte temperata al sentimento dell'aere circostante, assume una elegante semplicità e compostezza di linee, una nobiltà morale di forme che riposa l'animo e contenta l'occhio. La cupola del Brunelleschi, il campanile, la loggia dei Lanzi, Orsanmichele sono come il compimento di Bellosguardo, di Fiesole, di Monte Oliveto, di San Miniato, e le linee del paesaggio con quelle degli edifizî si fondono nel comune accordo. Venezia invece, eretta sur un labirinto di secche e di paludi, sovra un piano di acque e di alghe, dovea rispecchiar nell'aspetto, fin dall'origine sua, i capricci imaginosi dell'uomo, non già l'impero della natura esteriore. Guardate San Marco, il prodigio dell'architettura veneziana! È una sublime bizzarria. I rosoni, i rabeschi, gli intrecci, i pinacoli slanciantisi al cielo, presentano l'aspetto di una lussureggiante vegetazione di pietra. Le arcate a trifoglio, le aguglie traforate, l'innesto dell'arco acuto sul bizantino, tutta l'opera fine, con la sua ricca veste di sculture e di cesellature, colle sue armonie e co' suoi disaccordi, sembra una vasta sinfonia nel marmo. Nessuna licenza è vietata; simboli di tristezza macilente e di florida giovinezza, figure misticamente rigide e mondanamente voluttuose, vergini e martiri assorti in visioni serafiche, e angeli e beati, vivificati da idee terrene, mostri e chimere del paganesimo a canto ai santi del cattolicesimo. – Tale Venezia. – Percorrendo il Canal grande, ci passano dinanzi fantastiche architetture bizantine, palazzi di stile arabo-archiacuto simili a trine di marmo, edifici del Rinascimento corretti e severi, moli maestose della decadenza dalle bugne massicce, dalle cornici ponderose. Qui l'architettura non ha tradizioni e, tra gli splendori del cielo e le iridescenze delle acque, cresce mobile, varia, fantastica, come le tinte dei tramonti, come i riflessi delle lagune. Nessuna città è passata per più diverse forme.

L'imaginazione può compiacersi senza allontanarsi dal vero, a raffigurarsi così l'aspetto di Venezia adolescente. Quelle sporgenze dal fondo lagunare, su cui era sorta la città, si chiamavano con varî nomi: dossi, scanni, barene, tombe, velme . Eretta una casa sopra una palude, si chiedeva al governo di estendervisi con interrimenti. E il tributo per la concessione, era alcune volte un bel paio di guanti di camoscio pel doge. I canali ( rivuli ), che s'incrociavano in ogni parte e si chiudevano per sicurezza con catene, erano fiancheggiati da alberi. Si attraversavano i ponti di legno di brevissimo arco, senza gradini, si seguivano strade lungo i canali, chiamate fondamenta o junctoria , si entrava in certe piazzette anguste ( campielli ), per certi chiassuoli stretti ( calli ) e si riesciva all'aperto dinanzi a qualche largo specchio d'acqua ( piscina ), a seni, a sbocchi, oppure fra verdi prati ( herbidi piani ), dove pascevano armenti, o in mezzo a folti boschetti. La piazza di San Marco si chiamava brolio , ossia orto, perchè ricoperta d'erba e piantata d'alberi. Apparivano qua e là saline in muratura, e incassati tra argini e canali stendevano i raggi delle loro ruote i molini, chiamati acquimoli . Si camminava sul nudo terreno: i cavalli correvano per la città, e i porci dei monaci di sant'Antonio grufolavano continuamente per le vie – sub specie et reverentia Sancti Antonii vadunt per civitatem – diceva un decreto del Maggior Consiglio. Le case erano, nei primi tempi, coperte di tavolette di legno o di paglia e alcune non aveano altra via che d'acqua. Ogni magnificenza era riservata ai pii edifici e alla dimora del capo dello Stato. E fra le case e sopra i tetti, nettamente intagliate nel pieno azzurro, vele, antenne, cordami. Poi prospetti lontani di altre case e di altre vele, e sullo specchio tranquillo della laguna le svelte navi – le zalandrie , i dromoni , le galee – il cui solo nome, il solo ricordo, ci svegliano nella mente la visione della gloriosa epopea marinaresca delle città italiane. Squadre intere di navigli, che toccavano i porti dell'Asia e dell'Africa e scorrevano i mari del Nord; naviganti che, con la sicurezza della forza e il presentimento della gloria, spingeano la prora così fra le acque su cui si riflette il sole d'oriente, come fra le sconfinate solitudini brumose del settentrione; marinai che passavano a traverso mari inesplorati e toccavano terre ignote, fra gli ostacoli della natura e i più perversi ostacoli degli uomini, fra grida alzantisi nello spazio a osannare al trionfo e urla imprecanti inutilmente alla morte – intrepide avanguardie del progresso umano, della civiltà moderna, della gloria italiana.

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