A Sara veniva da ridere. Natura morta. Fino a due settimane prima sarebbe stata una metafora che rappresentava bene i suoi sentimenti.
L'insegnante d'arte era una donna dall'aspetto fragile, stile bohémien, di nome Guest, che indossava un caftano, un paio di occhiali da gufo e aveva una criniera di capelli biondi crespi. Girava lentamente intorno al cerchio di studenti, facendo una pausa ogni tanto per mormorare parole di incoraggiamento come "sì, bene" o "prospettiva eccellente, Mark".
Sara sentì la schiena irrigidirsi, sulla difensiva, quando l'insegnante si fermò dietro al cavalletto.
"Oh", le sospirò la signora Guest all'orecchio. "Che immagine, Sara. Non ci sono risposte sbagliate, ma ti prego dimmi, che cosa ti ha spinto a dipingere la banana di color rosa?”
Il suo primo istinto fu quello di crear confusione nella mente di quella donna, di guardarla dritta negli occhi e dirle, che intende dire? Non sono rosa le banane? Io le vedo così. Invece si morse la lingua e prese in considerazione di formulare una risposta che un'insegnante d'arte di una comunità potesse trovare profonda.
"Perché", disse Sara con un colpo drammatico del suo pennello, "tutte quelle degli altri sono gialle".
La signora Guest si mise una mano sul cuore. "Mia cara, sei destinata a fare grandi cose".
Sara trattenne un sospiro mentre l'insegnante proseguiva oltre. Forse il corso d'arte era stato un errore. Ma non aveva disegnato o dipinto nulla da un bel po' di tempo, e anche se detestava la terapeuta della riabilitazione, tuttavia aveva avuto il merito di suggerire a Sara di sviluppare una passione, qualcosa da amare e in cui dedicarsi durante i momenti bui. Poteva trattarsi della pittura.
C'erano ancora tempi bui. I momenti peggiori della sua dipendenza erano ormai alle spalle e anche le crisi erano più leggere ora. Non aveva più toccato una pasticca dal giorno del Ringraziamento. Ma temeva ancora l'oscurità che aveva dentro, la possibilità troppo concreta che i suoi demoni potessero tornare indietro in qualsiasi momento. Temeva che un giorno qui demoni avrebbero potuto prenderla completamente di sorpresa e sopraffarla, trascinarla in un baratro nero dal quale non sarebbe stata in grado di fuggire.
Ancora una volta si mise quasi a ridere di sé stessa. Sei un'anima troppo dilaniata. Se Maya fosse con lei le suggerirebbe un po' di autoironia per venirne fuori.
Ma Maya non era lì e allora Sara dipinse della frutta di cera di color rosa. La sera studiava per il suo diploma. Generalmente non sarebbe stata molto ispirata a farlo ma, e non sapeva ammetterlo apertamente, vedere il cambio di comportamento di suo padre le aveva dato una nuova carica. Nonostante lo prendesse in giro, apprezzava il cambiamento.
Era comunque molto strano. Di solito la gente non cambia così. C'era sempre una ragione, un catalizzatore. Il suo era quello di riprendersi dalla tossicodipendenza. Mentre suo padre nascondeva le vere motivazioni, ne era sicura. Ma aveva i suoi problemi, e anche Maya, quindi nessuna delle due indagò oltre.
"Temo che non abbiamo più tempo oggi", disse la signora Guest. "Devo iniziare il mio corso di ceramica. Potete lasciare qui i quadri ad asciugare, ma vi prego di pulire i pennelli prima di andare via. Grazie!"
Sara sospirò. Aveva appena dipinto di arancione la mela e stava considerando di trasformarla in una zucca, ma avrebbe dovuto attendere. Pulì diligentemente la sua postazione, sollevò lo zaino su una spalla e si diresse lungo il corridoio dall'odore di cedro.
Se la prese con calma trascinando i piedi, non aveva fretta di tornare a casa in bici con il freddo che faceva. Maya si era offerta di venire a prenderla, ma Sara non voleva dipendere da nessuno. Inoltre, l'aria gelida che le sferzava il viso la teneva vigile.
Sbirciò in varie stanze della comunità mentre si trascinava lungo il corridoio verso l'uscita. C'era una specie di lezione di ginnastica per bambini, un mucchio di ragazzacci che rotolavano sulle stuoie e cercavano di farsi degli esercizi. Passò davanti al corso di ceramica, al laboratorio informatico…
La porta alla sua sinistra era socchiusa di qualche centimetro, non abbastanza per farle vedere dentro. Ma mentre la superava, carpì un frammento di conversazione all'interno della stanza.
"Mi ero ripromessa di non tornare mai più all'eroina".
Sara si bloccò, letteralmente, con un piede a mezz'aria, allungando il collo verso la porta.
"Ma come puoi immaginare", disse una donna cupamente dall'interno, "la mia dipendenza la pensava diversamente. Un brutto giorno, mi ha preso. Conoscevo un ragazzo, mio vicino di casa. L'ho chiamato".
Sulla porta c'era un cartello, solo un foglio di carta bianca con alcune parole stampate con inchiostro nero, tenuto agli angoli con nastro adesivo.
Legami comuni
Condividi il trauma, condividi la speranza
"Sono passati solo pochi minuti". La donna all'interno abbassò la voce, quasi al punto che Sara non riuscì a sentire. Spinse delicatamente la porta, aprendola ancora di un paio di centimetri. "Ho lasciato mio figlio di due anni nell'appartamento da solo, ma è stato solo per pochi minuti". All'interno della stanza, Sara poteva vedere le donne sedute a semicerchio, una di fronte all'altra, con espressioni sommesse, quasi funerarie.
"Ma in quei pochi minuti, il mio ex ragazzo, il padre del mio bambino, decise di passare da me". La donna che parlava fissava il pavimento. Aveva la pelle pallida e senza trucco, i capelli castani raccolti in una coda di cavallo semplice e fatta in fretta. "Sono tornata con la roba in mano e l'ho trovato con mio figlio in braccio. Da quel giorno l'ho perso…"
Improvvisamente una faccia riempì la porta parzialmente aperta, facendo sussultare Sara che fece un piccolo balzo all'indietro. Una donna le sorrise, aveva l'aspetto in qualche modo giovane e matronale allo stesso tempo, come quel tipo di mamma sportiva sempre pronta ad invitare a cena gli amici dei figli.
"Ciao", disse la donna piano, per non interrompere l'incontro che si stava svolgendo alle sue spalle. "Sei qui per noi?"
“Ehm io…" Sara si schiarì la voce e scosse rapidamente la testa. "No. No davvero. Stavo solo curiosando. Mi dispiace".
"Non preoccuparti". La donna fece un piccolo passo nel corridoio e chiuse delicatamente la porta dietro di sé. "Siamo un gruppo di supporto per le donne che hanno vissuto diversi tipi di traumi. Tossicodipendenza, violenze domestiche, depressione… Condividiamo le nostre esperienze e attraverso le altre troviamo…"
"dei legami comuni", mormorò Sara. "Sì, ho capito".
La donna le sorrise. "Esatto". Poi fece qualcosa di strano: guardò Sara negli occhi, e corrugò la fronte come per aggrottare le sopracciglia, anche se il sorriso non abbandonò mai le sue labbra.
A Sara non piaceva affatto quello sguardo. Era come se la donna stesse leggendo dentro di lei.
“Sei sicura di non voler entrare? Puoi semplicemente sederti e ascoltare. Non devi dire niente".
"No. Grazie. va bene così…" Sara fece un altro passo indietro. "In effetti, stavo andando via". Aveva fatto bene da sola senza riabilitazione; di certo non aveva bisogno di un "gruppo di supporto".
Si voltò, ma la donna continuò a parlare. "Sono Maddie, comunque".
"Sara", la chiamò.
"È stato un piacere conoscerti. Ci vediamo, Sara".
No, non credo. Sara si affrettò lungo il corridoio. All'improvviso il freddo di febbraio nel Maryland le sembrò quasi accogliente.
Maya fissava il cellulare che teneva in mano. Il registro delle chiamate era aperto, il numero era lì. Doveva solo toccarlo.
Magari domani.
Si sedette a gambe incrociate sul suo letto, nascosto in un angolo della camera, di fronte a Sara. Gli spazi a volte erano angusti, ma mai come nelle baracche di West Point a cui era abituata. E Sara aveva avuto quattro coinquilini quando viveva a Jacksonville, quindi quel tipo di sistemazione poteva andar bene ad entrambe. In diverse occasioni avevano rifiutato l'offerta del padre di farle dormire nella camera più grande dell'appartamento.
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