Garland finalmente entrò nel locale alle 8.30, una mezz’ora precisa di ritardo sull’orario che avevano concordato per il loro incontro. I suoi capelli bianchi sembravano ancora più arruffati e scombinati del solito. Gli occhiali bifocali parevano essere pericolosamente in bilico sul suo naso, pronti a cadere da un momento all’altro. Non alzò neppure lo sguardo mentre si dirigeva al tavolino che Jessie sapeva essere il suo preferito.
Jessie incrociò lo sguardo del cameriere e gli fece cenno di portare del caffè per il nuovo avventore, che sembrava averne bisogno. Dopo essere stata alzata fino a tardi, anche lei avrebbe avuto quella faccia, e aveva trent’anni, non settantuno.
“Nottata intensa?” gli chiese mentre lui si sedeva.
Garland le sorrise mestamente.
“Sono stato su ben oltre il mio solito orario per coricarmi,” ammise. “Come sono sicuro possa attestare anche il tuo ragazzo. Avrei davvero bisogno di un buon caff…”
Smise di parlare quando in quel momento una tazza piena venne posata sul tavolino davanti a lui.
“Mi ha letto nel pensiero,” disse al cameriere, che a sua volta indicò Jessie.
“A dire il vero è stata lei .”
“Questa è profilazione di qualità,” disse, prendendo un sorso dalla tazza.
“Questa non è profilazione, Garland. Sapere che vuoi un caffè quando entri qua dentro è come sapere che il sole sorge a est.”
“Grazie lo stesso,” le disse.
“Com’è andata ieri notte?” gli chiese.
“Hernandez non ti ha raccontato?”
“Stava uscendo quando mi sono alzata. Non ha voluto svegliarmi, continua a dirmi di riposare e roba del genere.”
“Magari dovresti dargli ascolto,” suggerì Garland provocatorio. “Ti stai riprendendo da ustioni multiple, una concussione e ossa ammaccate.”
“Stai cercando di fare il simpatico, Garland?” gli chiese. “Perché se la risposta è sì, ti dico che faresti bene a concentrarti sul tuo lavoro quotidiano, che a quanto pare ora è diventato anche lavoro notturno.”
“Non cercare di cambiare argomento,” ribatté Garland. “So che stai tentando di tornare al lavoro prima di quanto vogliano i medici, e non dovresti farlo. Aspetta che il tuo corpo sia pronto.”
“Come fai a sapere che sto tentando di tornare al lavoro prima?” gli chiese.
“Facile,” le rispose con un sorriso malizioso. “Ogni volta che ti pieghi o ti giri, ti irrigidisci un poco, cosa che mi fa capire che stai prendendo una dose più bassa di antidolorifici, rispetto a quella prescritta. E poi continui a spingerti in avanti come una scolaretta preoccupata che la suora di turno le sbacchetti le mani per essere stata a ciondolare sul banco.”
“Cosa c’entra tutto questo?”
“Hai paura di appoggiarti con la schiena alla sedia, perché è ancora dolorante. Quindi hai adottato la postura più composta che abbia mai visto al di fuori di un romanzo di E.M. Forster.”
Jessie scosse la testa, tanto frustrata quanto stupita.
“È quasi come se lo facessi per lavoro.”
“I complimenti li trovi dappertutto,” le disse sorseggiando ancora il caffè. “Ma dico sul serio. Dovresti andarci piano finché puoi. E poi stare alla larga dalla scena pubblica potrebbe contribuire alla scomparsa degli ultimi sprazzi derivanti da quei post razzisti.”
“I post che non ho scritto io?” gli ricordò Jessie.
“Non è questo il punto,” le disse con tono rassegnato. “Per quante prove tu possa offrire che il tuo account ha subito l’attacco di un hacker, alcune persone sono ancora intenzionate a pensare il peggio di te.”
“Quindi pensi che dovrei starmene nascosta fino a che la gente si dimenticherà di pensare che sono razzista?” gli chiese scettica.
Garland sospirò ma non abboccò all’amo.
“Magari fai quello che sta facendo la tua amica Kat,” le suggerì.
L’amica di Jessie, la detective privata Katherine ‘Kat’ Gentry, stava attualmente seguendo una completa riabilitazione neurologica alla Clinica Mayo di Phoenix. Era stata insieme a Jessie durante il salvataggio della donna rapita nella casa in fiamme. Entrambe avevano subito delle concussioni per l’esplosione di una bomba sulla scena.
Per Kat, che aveva prestato servizio come ranger dell’esercito in Afghanistan e si gloriava di ignorare le proprie cicatrici, sia esterne che interne, era stata almeno la sesta esplosione della sua carriera. Alla fine aveva accettato di farsi dare una controllata quando i mal di testa e i fischi alle orecchie non si erano placati ancora dopo due settimane piene. Sarebbe stata in Arizona per cinque giorni per tornare proprio quel fine settimana.
“Kat è una veterana dell’esercito che deve gestire disturbi post-traumatici da stress, ferite da esplosivo e probabilmente encefalopatia traumatica cronica,” gli spiegò Jessie. “Io sono solo una tipa che si è beccata un paio di scottature.”
Garland sorrise con fare paterno.
“Bella zuppa di terminologia medica, Jessie. E sebbene sia vero che la tua amica sta gestendo delle problematiche potenzialmente gravi, lo stai facendo anche tu. Hai subito numerose concussioni, nel tempo. E hai più cicatrici – fisiche ed emotive – di molti soldati. Quanti di loro sono stati torturati dal loro stesso padre dopo averlo guardato assassinare loro madre?”
“Probabilmente qualcuno,” rispose bruscamente Jessie con tono sarcastico.
“E quanti di loro si sono trovati coinvolti in una lotta per la vita e la morte con lo stesso padre? E hanno poi ucciso il suo seguace serial killer? E hanno avuto uno scontro con l’ex marito assassino sociopatico? E…”
“Ho capito, Garland,” lo interruppe Jessie.
Rimasero seduti un momento in silenzio.
“Sto solo dicendo che devi prenderti cura di te. Se non lo vuoi fare per il tuo benessere personale, pensa alla tua sorellina e a quell’affascinante detective che ami. Quelle relazioni soffriranno inevitabilmente se tieni il piede schiacciato sull’acceleratore tutto il tempo. Prenderti cura di te ti aiuta a prenderti cura di loro.”
Jessie annuì, prendendo un altro morso del muffin a cui non era più interessata.
“Ho notato che anche tu hai cambiato argomento,” gli disse.
“Cosa?”
“Il caso? L’avete risolto?”
“A momenti,” le disse sarcasticamente.
“Pensate di dirmi qualcosa riguardo a questo caso o no?” chiese irritata.
“Donna morta trovata nella casa di un vicino,” le disse senza mezzi termini. “Abbiamo eliminato il marito, cosa che mi ha deluso perché è davvero una persona sgradevole. Mi sarebbe piaciuto un sacco inchiodarlo come colpevole. Ma almeno significa che non dovrò più interagire con lui. Era come un’ulcera che parla e cammina.”
“Che altro?” chiese Jessie.
Lui la guardò con espressione strana, come se volesse chiederle qualcosa ma non sapesse come affrontare l’argomento.
“Ti consideri un’esperta di moda?” le domandò alla fine.
Jessie non si era aspettata questa domanda.
“So vestirmi,” disse. “Ma se intendi sapere se ho un abbonamento a Vogue , no. Perché?”
Garland fece per parlare, ma poi si interruppe, e prese invece un sorso di caffè.
“Tutto qua?” gli chiese Jessie. “Non hai intenzione di spiegarmi?”
“Non penso,” le disse. “Ho già detto più di quanto avrei dovuto. Ho paura che qualsiasi altra cosa ti dica sarebbe come miele per le api e poi ne vorresti sempre di più. Devi rimetterti in sesto e non voglio mettere a repentaglio la tua ripresa. Se vuoi davvero i particolari, vai ad assillare Hernandez.”
“Uffa,” disse Jessie. “È il motivo per cui ho chiesto che ci vedessimo io e te.”
“E io che pensavo che volessi solo il piacere della mia compagnia. Questa cosa mi spezza il cuore.” Sembrava ferito, ma Jessie vide il sorriso che iniziava a curvargli le labbra.
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