E in fondo lo meritava. Non aveva forse lasciato che la sua partner venisse uccisa? Zoe chiuse gli occhi per un istante per scacciare il dolore.
Le tornarono in mente le parole di Maitland. Il pensiero che gettarsi nuovamente in un caso potesse renderle più facile lasciarsi alle spalle tutta questa sofferenza.
Magari avrebbe potuto dare un’occhiata al fascicolo. Almeno così avrebbe scongiurato una nuova visita da parte di Maitland, e forse la sua partner morta avrebbe smesso di infestare i suoi sogni. O quantomeno avrebbe potuto dire a se stessa di averci provato.
Zoe si avvicinò al tavolino prima che la sua determinazione potesse svanire e prese il fascicolo. All’interno c’erano quattro fogli di carta, due per vittima. Due vittime. Si sentì male soltanto a tenerli tra le mani, sentendo il bisogno impellente di metterli giù, ma l’immagine del viso di Shelley era ancora ben presente nella sua mente, e così Zoe iniziò a leggere.
Esaminò rapidamente le informazioni che vi erano contenute, venendo subito travolta dalle parole e dalle frasi. Cadaveri ritrovati a nord di New York. Da quelle parti faceva freddo in questo periodo dell’anno, pensò. A prima occhiata, le due donne erano state uccise in modi diversi; persino i loro dettagli erano differenti. Zoe non notò alcun collegamento nelle loro età, nel peso corporeo e nell’altezza, negli indirizzi di casa e, appunto, nel modo in cui erano state assassinate.
In realtà c’era un elemento che le collegava, una ragione per la quale questi due casi erano stati inseriti nello stesso fascicolo e portati alla sua attenzione. Entrambe le donne avevano un simbolo intagliato sull’addome dopo la morte, probabilmente con la punta di un coltello: una linea piatta dalla quale scendevano due gambe perpendicolari. Zoe lo riconobbe immediatamente: era il simbolo del pi greco.
Interessante. Adesso capiva per quale motivo Maitland le avesse lasciato il dossier. Era esattamente il caso che in passato avrebbe seguito. Il genere di caso di cui Shelley avrebbe sentito parlare e per il quale avrebbe proposto i loro nomi, se non ci avesse pensato prima Maitland. Segni e simboli, equazioni, strani indizi che sembravano sfuggire alla comprensione degli altri agenti. Era esattamente la sua specialità.
E in un certo senso quel pensiero era quasi rigenerante. Permettere nuovamente che i numeri lavorassero su qualcosa di davvero importante. Quello che lei aveva reso lo scopo della propria vita. Cercare collegamenti e indizi, risolvere un omicidio. Era bello che i numeri le stessero finalmente comunicando informazioni riguardanti un caso e non soltanto le dimensioni del suo appartamento e di ciò che c’era dentro. Sì, era un vero e proprio sollievo.
Non voleva dire che ci avrebbe lavorato, ma ne era incuriosita. Abbastanza da volerne sapere di più, anche se quello significava doversi recare personalmente da Maitland. Forse avrebbe potuto tenere a bada i numeri ancora un po’, dar loro qualcos’altro su cui concentrarsi. E forse, soltanto per cinque minuti, avrebbe potuto sentirsi nuovamente se stessa.
Ma prima di raggiungere il J. Edgar Hoover c’era qualcosa di più importante da fare.
Zoe tenne lo sguardo fisso sulla parte posteriore dell’auto davanti a lei. Finora era stato difficile guidare. Era arduo concentrarsi sulla strada quando non riusciva a smettere di esaminare le targhe, i gas di scarico, tenere il conto del numero di auto dello stesso colore, della stessa marca e dello stesso modello, intravedere le persone sedute negli abitacoli, ciascuna con le proprie misure e i calcoli che ne derivavano. Tuttavia, in qualche modo era riuscita ad arrivare fin qui, concentrandosi sul mantenere la stessa velocità per la maggior parte possibile del tragitto.
La strada in cui si trovava adesso era piuttosto familiare. Zoe conosceva questi edifici, sapeva che uno aveva un piano in più degli altri e che aveva sviluppato una leggera inclinazione di cinque gradi a causa del calo delle fondamenta; sapeva anche l’orario, grazie all’angolazione del sole sul marciapiede. Era stata qui diverse volte e aveva già fatto tutti quei calcoli; si guardò attorno, vedendo i numeri fluttuare davanti ai suoi occhi, e fu a malapena in grado di concentrarsi nuovamente e ricordare per quale motivo fosse venuta qui.
Trovò un posto in cui parcheggiare l’auto, il che era già di per sé un miracolo. Zoe si fermò per guardarsi allo specchietto retrovisore. Era ancora pallida e i suoi occhi avevano ancora quegli aloni neri, ma stava decisamente meglio rispetto a prima. Una doccia e un abbigliamento più consono avevano fatto la differenza, anche se soltanto esternamente.
Non sarebbe bastata una doccia a rimetterla in sesto internamente.
Trovò la forza di alzarsi dal sedile, aprire la portiera e scendere dall’auto. Fissò quel palazzo familiare, guardando l’ingresso e tutte le dimensioni che le si affacciarono subito davanti agli occhi, e proseguì.
L’ufficio della dottoressa Lauren Monk era al terzo piano. Visitava i suoi pazienti lì, di solito a orari predefiniti; Zoe non aveva fissato un appuntamento, ma aveva chiamato in anticipo per assicurarsi che la sua terapista fosse disponibile.
La dottoressa Monk era seduta alla sua scrivania e la porta del suo ufficio era aperta; era chiaramente disponibile. Zoe attraversò lo spazio luminoso della sala d’attesa, colorato di rosso, giallo e blu, ed entrò nello studio, dove una ben nota poltrona in pelle consunta la stava chiamando. Zoe ignorò quel richiamo e rimase in piedi, rivolgendo lo sguardo alla dottoressa Monk, che lo ricambiò.
Zoe non capiva quella sua espressione. Tutto ciò che riusciva a vedere erano le dimensioni: la distanza tra i suoi occhi, l’angolo delle sue sopracciglia, la lunghezza di ciascuno dei suoi capelli, che cadevano sul viso in modo talmente folto che fu quasi impossibile per Zoe riuscire a vedere il volto. Notò che l’aspetto della dottoressa Monk non era cambiato minimamente dall’ultima volta in cui Zoe l’aveva vista, un paio di mesi fa, quando la sua terapista le aveva comunicato che ormai non avrebbe avuto più bisogno del suo aiuto. Era ancora la stessa, con i suoi capelli scuri a caschetto tagliati in modo piacevolmente dritto e la stessa voglia a un centimetro dalla sua bocca, sul lato destro.
“È bello rivederti, Zoe,” disse la dottoressa Monk, alzandosi dalla sua postazione. Di solito si sedeva di fronte alla poltrona in pelle durante le sedute, in modo da trovarsi faccia a faccia con il paziente. “Sono passate settimane.”
“Non volevo fissare un altro appuntamento,” disse Zoe, incrociando saldamente le braccia al petto. “Lei mi aveva detto che stavo meglio.”
“Era così,” disse delicatamente la dottoressa Monk. Girò attorno alla scrivania per portarsi proprio di fronte a Zoe. “Ma il lutto può compromettere anche la riabilitazione di maggior successo. Può far apparire inefficaci le nostre strategie di adattamento o farci sentire come se fosse inutile continuare a seguirle. Dopo la morte di una persona cara è normale aver bisogno di un po’ di aiuto in più.”
Zoe si sforzò di vedere al di là dei numeri per cercare nuovamente di capire l’espressione della dottoressa Monk, ma senza riuscirci. “Pensavo di avere tutto sotto controllo.”
La postura della sua psicologa si addolcì e le sue spalle si rilassarono. “Vorrei che fissassi un altro appuntamento, Zoe. Senza aspettare troppo. Anzi, il prima possibile.”
“Okay.” Zoe fece un respiro. “Non è per questo che sono qui.”
La dottoressa Monk annuì lentamente. “Vedo che stai passando un periodo molto difficile. Puoi dirmi come stai dormendo?”
“Non dormo molto.” Zoe scrollò le spalle. “Vado a letto tardi la sera e mi sveglio tardi la mattina. L’alcol aiuta, ma poi mi sento stanca. A volte dormo durante il giorno.”
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