Emilio Salgari - La favorita del Mahdi
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«Tu credevi che fosse così facile ammazzare un greco della mia tempra che s›era giurato d›infrangerti come una canna e che s›era giurato di conquistare il cuore d›una bella donna, qual›è Fathma. Ti mostrerò io ora, quanto sei imprudente a non cacciarmi due dita di ferro di più in petto. Uscirò vivo di qui e guarirò presto e allora a me la vendetta. Ho da vendicare Elenka e la frustata che tu mi hai dato in volto e di più ho da far mia quell’ almea che tanto mi abborre. Ti schianterò il cuore in modo tale che non abbia a guarire mai più!…
Tese l’orecchio: non si udiva che il riso smodato delle iene che vagavano sulle rive del Nilo cercando cadaveri e il sibilo del vento che scuoteva i rami dei tamarindi e le foglie delle palme. Egli sorrise stranamente.
Si sbarazzò delle foglie di loto che lo circondavano lacerando i gambi che si appiccicavano al suo corpo e s’avanzò verso la riva tasteggiando prudentemente il fondo limaccioso dello stagno. In pochi minuti guadagnò il pendìo, e si issò, senza rumore, fino a che si trovò completamente fuori dell’acqua.
Un acuto dolore che provò al fianco sinistro l’arrestò. Si stracciò la casacca a mise allo scoperto la ferita infertagli da Abd-el-Kerim, esaminandola attentamente.
La scimitarra eragli penetrata sotto la quinta costola, dopo di aver urtata la quarta ed aveva lacerato le carni per una lunghezza di sette od otto centimetri, ma senza che avesse toccato alcuna parte delicata. Capì subito che la ferita era dolorosa ma niente affatto mortale e respirò.
— Credeva che m’avesse ferito più pericolosamente, mormorò egli. Tanto meglio per me e tanto peggio pel mio rivale. Sta cheto, Abd-el-Kerim, che questo duello ti costerà caro, oh sì, assai caro! E ora, fingiamo di essere morto per tutti eccettuati Elenka e il mio fedele Takir. A proposito dove si è cacciato il nubiano? Non è possibile supporre che egli si sia allontanato nel mentre che io mi battevo.
Accostò le mani alle labbra e imitò il riso sgangherato della iena, che ripetè per tre volte. Pochi minuti dopo udì l’urlo lamentevole del sciacallo che si ripetè pure tre volte.
— Bene, il nubiano è qui, disse Notis, sforzandosi a sorridere. Aspettiamo.
I cespugli si mossero di lì a poco e la atletica figura di Takir si mostrò. Egli accorse subito accanto a Notis, gettando un vero grido di gioia.
— Ah! padrone, vi credeva morto con una scimitarra attraverso il petto, diss’egli. Per qual fortuna quel dannato d’Abd-el-Kerim vi risparmiò?
— Mi risparmiò! esclamò Notis con furore. Il maledetto non è così generoso da risparmiare un rivale par mio che è per di più il fratello di Elenka. Guarda qui che mi fece.
Egli s’apri la camicia e gli mostrò la ferita che sanguinava abbondantemente.
— Vi ha ferito mortalmente?
— No, per buona ventura, disse Notis. Ho qui poi in faccia il segno lasciatomi dalla sua frusta e una scalfittura al disotto dell’occhio che mi rammenteranno sempre del traditore Abd-el-Kerim.
— Ma come siete stato risparmiato adunque?
— Gettandomi nello stagno e fingendomi morto.
— Sicchè vi credono…
— All’inferno, interruppe, Notis ironicamente. Tanto meglio, se mi credono bello e morto. Avrò agio di vendicarmi più facilmente.
— Voi nutrite, adunque, la speranza di restituire quel colpo di scimitarra?
— Non solo, ma di far mia Fathma, disse con aria feroce il greco. Ora che lei mi aborre, sento d’amarla ancor più, e tanto che senza Fathma mi sarebbe impossibile il vivere. Mi comprendi tu, Takir?
— Perfettamente, padrone, rispose il nubiano, ed io vi aiuterò, poichè…
— Zitto Takir. Afferrami fra le tue braccia e portami.
— Dove? Al campo forse?
— I morti non ritornano più fra i vivi, è giusto adunque che io non ricomparisca al campo. Non conosci tu qualche luogo deserto dove possiamo ricoverarci senz’essere veduti?
— Sulla cima delle colline che si estendono al settentrione d’Ossanieh, mi ricordo di aver veduto una bella caverna che potrebbe servirci di abitazione. e che è abbastanza vicina al campo, disse il nubiano
— Andremo ad abitarla, Takir, e poi penseremo alla vendetta. Orsù, prendimi fra le tue braccia e portami. Io sono debole per ora.
Il nubiano lo prese, se lo gettò in ispalla e partì correndo colla stessa facilità come se portasse un fanciullo. Attraversò come un’antilope la foresta e sbucò nella pianura senza rallentare un solo istante la corsa. Notis gli guizzò fra le braccia mandando una orribile bestemmia.
— Guarda laggiù, diss’egli, mugolando come una belva. Guarda, Takir, guarda.
Il nubiano vide due persone che salivano le colline sabbiose a meno di quattrocento passi di distanza. Riconobbe subito chi erano.
— Quello là col cofatan bianco è Hassarn, disse. L’altro col fez è l’arabo Abd-el-Kerim: io li conosco tutti e due.
— Sì, sono i due maledetti. Essi si dirigono al campo dove li aspetta Fathma.
— Calma, padrone, che verrà il dì che l’ almea aspetterà voi.
— Puoi star sicuro che verrà quel giorno e mi aspetterà allora in ginocchio. Se tu potessi ammazzarne almeno uno con un colpo di carabina!
— È pericoloso, padrone. Ho il braccio dritto ferito e mi trema, e di più la notte è troppo oscura per mandare una palla a buon segno. Pazientate, li piglieremo entrambi e fra non molto, ve lo giuro.
— Cammina, adunque, e più presto che puoi. Bisogna che tu ti rechi al campo e che mi porti tutto il denaro che trovasi nella mia tenda. Potrebbe darsi che mi occorresse per prezzolare qualche arabo poco scrupoloso.
Il nubiano riprese la corsa, tenendosi dietro le colline sabbiose per non essere scorto dall’arabo e dal turco. Era mezzanotte passata, quando giunse in vista dei primi tugul d’Hossanieh dinanzi ai quali bivaccavano, al chiaro di numerosi fuochi, alcune compagnie di basci-bozuk e di negri d’Etiopia.
Si riposò alcuni istanti, poi s’internò tra i campi di durah e giunse ai piedi di alcune colline aridissime: esitò un momento, poi s’arrampicò su pei dirupati fianchi di una delle più alte, aggrappandosi agli sterpi e ai crepacci e raggiunse quasi la vetta, dove s’arrestò dinanzi a una gran caverna.
— Ci siamo, diss’egli, deponendo il greco a terra.
— È qui che noi pianteremo il nostro nido?
— Sì, padrone, e da questa cima si domina Hossanieh e il campo. Ci sarà facile vedere chi entra e chi esce.
— Sta bene, accendi qualche pezzo di legno per vedere dove si va. Ho paura che abbiamo a incontrare parecchi serpenti.
Il nubiano accese un pezzo di torcia resinosa e tutti e due entrarono con precauzione. Ben presto si trovarono in un ampio stanzone, la cui vòlta era sostenuta da parecchie colonne trasparenti che riflettevano magnificamente la luce. Le pareti, scavate bizzarramente, erano umidiccie ma il terreno, eccettuato un angolo dove raccoglievansi gli scoli che formavano un fossatello, era asciutto e cosparso di una sabbia bianchiccia in mezzo alla quale brillavano pezzi di salgemma. Il nubiano, ammazzati tutti gli scorpioni grigi che l’abitavano, i cui morsi sono pericolosissimi, s’accinse a correre al campo, prima che la notizia della morte di Notis si spargesse e che il pascià Dhafar s’impadronisse di tuttociò che conteneva la tenda.
— Alto là, disse Notis, che seduto su di un macigno si fasciava la ferita. Se tu vai laggiù, non dimenticare d’informarti dove sia Fathma e come vadano le faccende.
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