Volodyk - Paolini2-Eldest

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Saphira sbuffò, esalando una piccola fiammata dalle narici che creò una nube di vapore sulla superficie del fiume. Che sciocchezze. Scavalcando Eragon con una delle possenti zampe, infilò gli artigli negli spallacci degli zaini ammucchiati, e spiccò il volo. Prendetemi, se vi riesce!

Una risata argentina ruppe il silenzio, come il trillo di un usignolo. Sbigottito, Eragon si volse e guardò Arya. Era la prima volta che la sentiva ridere; amò quel suono. L'elfa sorrise a Lifaen. «Hai ancora molto da imparare se pensi di dire a un drago cosa può o non può fare.»

«Ma il disonore... »

«Non c'è disonore se Saphira lo fa di sua spontanea volontà» dichiarò Arya. «E adesso muoviamoci, senza perdere altro tempo.»

Sperando che lo sforzo non gli risvegliasse il dolore alla schiena, Eragon prese la canoa con Lifaen e se la mise in spalla. Fu costretto ad affidarsi all'elfo per seguire la pista, dato che vedeva soltanto il terreno sotto i suoi piedi. Un'ora dopo, arrivarono in cima al dislivello e oltrepassarono le pericolose acque spumeggianti fino a quando il Gaena tornò a essere calmo come uno specchio. Ad aspettarli c'era Saphira, impegnata a catturare pesci nell'acqua bassa, tuffando la testa triangolare nell'acqua come un airone.

Arya la chiamò e disse a lei e a Eragon: «Oltre la prossima ansa si trova il lago Ardwen e sulla sua sponda occidentale Silthrim, una delle nostre città più grandi. Superata quella, ancora una vasta estensione di foresta ci separa da Ellesméra. Incontreremo molti elfi vicino a Silthrim. Tuttavia non voglio che vedano nessuno di voi due finché non avremo parlato con la regina Islanzadi.»

Perché? chiese Saphira, anticipando il pensiero di Eragon.

Con la sua voce musicale, Arya rispose: «La vostra presenza rappresenta un enorme e terribile cambiamento per il nostro regno, e tali cambiamenti sono pericolosi se affrontati senza cautela. La regina dovrà essere la prima a incontrarvi. Soltanto lei possiede l'autorità e la saggezza per sovrintendere a questa transizione.» «Parli con grande stima di lei» commentò Eragon.

A queste parole, Narì e Lifaen si fermarono a guardare Arya con occhi vigili. Il volto di lei si oscurò, poi raddrizzò le spalle e disse fiera: «Il suo è un buon governo... Eragon, so che possiedi un mantello col cappuccio. Finché non saremo lontani da occhi indiscreti, vorrei che tu lo indossassi e tenessi il capo celato, perché nessuno veda le tue orecchie rotonde e capisca che sei umano.» Eragon annuì. «Saphira, tu dovrai nasconderti di giorno e raggiungerci di notte. Ajihad mi ha detto che facevi così nei territori dell'Impero.»

Già, e ne ho odiato ogni istante, ringhiò lei.

«È soltanto per oggi e per domani. Dopo, saremo abbastanza lontani da Silthrim da non doverci più preoccupare d'incontrare qualcuno» promise Arya.

Saphira rivolse il suo sguardo azzurro a Eragon. Quando siamo fuggiti dall'Impero, ho giurato che ti sarei sempre rimasta accanto per proteggerti. Ogni volta che mi allontano, succede sempre qualcosa di brutto: Yazuac, Daret, Dras-Leona, i mercanti di schiavi.

Non a Teirm.

Sai cosa voglio dire E non sopporto l'idea di lasciarti proprio adesso che non puoi difenderti, con quella schiena malandata.

Confido in Arya e negli altri, saranno loro a difendermi. Tu no?

Saphira esitò. Mi fido di Arya. Si volse e s'incamminò lungo la riva del fiume, dove si accucciò per un minuto; poi tornò. D'accordo. Trasmise il suo consenso ad Arya, aggiungendo: Ma non voglio aspettare oltre domani notte, nemmeno se in quel momento vi troverete al centro di Silthrim.

«Capisco» disse Arya. «Ma dovrai stare comunque attenta anche quando volerai col buio, poiché gli elfi hanno la vista acuta anche nelle notti più nere. Se ti avvistano per sbaglio, potrebbero attaccarti con la magia.» Splendido, commentò Saphira.

Mentre Orik e gli elfi caricavano di nuovo le provviste a bordo delle canoe, Eragon e Saphira esplorarono la foresta in cerca di un nascondiglio sicuro. Scelsero un avvallamento asciutto tra alcune rocce franate, ricoperto da un morbido tappeto di aghi di pino. Saphira si acciambellò sul terreno e fece un cenno con la testa. Va' pure. Io starò bene. Eragon le cinse il collo, attento a evitare le punte acuminate; poi si congedò a malincuore, continuando a guardarsi alle spalle. Sulla riva, indossò il mantello col cappuccio prima di riprendere il viaggio.

L'aria era immota quando raggiunsero il lago Ardwen, e la distesa d'acqua era liscia e piatta, uno specchio immacolato che rifletteva alberi e nuvole. L'illusione era così perfetta da dare a Eragon l'impressione di scorgere un altro mondo attraverso una finestra, e che le canoe sarebbero finite per sprofondare nel cielo riflesso. Rabbrividì al pensiero. Nella caligine che offuscava l'orizzonte, numerose imbarcazioni di corteccia di betulla sfrecciavano lungo le sponde, spinte a incredibile velocità dalla forza degli elfi. Eragon nascose la testa fra le spalle e si calò il bordo del cappuccio sul viso.

Il suo legame con Saphira diventava sempre più tenue a mano a mano che si allontanavano, finché soltanto un esile filamento di pensiero non rimase a collegarli. A sera, non riuscì più a percepire la sua presenza, pur sforzando al massimo la mente. All'improvviso, la Du Weldenvarden gli parve molto più solitària e desolata.

Con il calar delle tenebre, un miglio più avanti, comparve un grappolo di luci bianche, disseminate a diverse altezze fra gli alberi. Le luci sfolgoravano con la radiosità argentea della luna piena, misteriose e soprannaturali nella notte. «Quella è Sìlthrim» annunciò Lifaen.

Con un fievole sciabordio, un'imbarcazione scura li incrociò dalla direzione opposta, accompagnata dal "Kvetha Fricai" dell'elio al timone.

Arya accostò la sua canoa a quella di Eragon. «Ci fermeremo qui, stanotte.»

Si accamparono a una certa distanza dal lago Ardwen, dove il terreno era abbastanza asciutto per dormirci. Gli sciami di zanzare fameliche costrinsero Arya a evocare un incantesimo protettivo perché potessero mangiare in pace. Dopo cena, rimasero tutti e cinque seduti intorno al fuoco, fissando le fiamme dorate. Eragon appoggiò la testa a un albero e guardò una stella cadente solcare il cielo. Le sue palpebre stavano per chiudersi quando una voce di donna attraversò la foresta giungendo da Sìlthrim, un fievole sussurro che gli solleticò l'orecchio come una lanugine. Aggrottò la fronte e raddrizzò la schiena, per ascoltare meglio.

Come un filo di fumo che si infittisce quando un fuoco appena acceso divampa, così la voce crebbe sempre più d'intensità finché la foresta sospirò di una struggente, incostante melodia che alternava toni bassi e acuti in un selvaggio abbandono. Altre voci si fusero al canto ultraterreno, intrecciando centinaia di variazioni al tema originale. L'aria stessa sembrava vibrare al ritmo della musica tumultuosa.

Eragon si sentì percorrere la spina dorsale da brividi di euforia e terrore, suscitati dagli arcani motivi che gli ottenebravano i sensi, attirandolo nella notte vellutata. Sedotto dalle note misteriose, balzò in piedi e fece per slanciarsi nella foresta in cerca della sorgente di quelle voci, desideroso di danzare fra gli alberi e il muschio, di fare qualsiasi cosa pur di unirsi alla gioia degli elfi. Ma prima che potesse muovere un solo passo, Arya lo afferrò per un braccio e lo fece girare verso di lei. «Eragon! Sgombra la mente!» Lui si divincolò nel vano tentativo di liberarsi dalla sua stretta. «Eyddr eyreya onr!» Svuota le orecchie. All'improvviso ogni rumore cessò; era come se fosse diventato sordo. Smise di dibattersi e si guardò intorno, chiedendosi che cosa fosse successo. Dall'altra parte del falò, vide Lifaen e Nari che lottavano contro Orik, ma non sentì niente.

Eragon guardò la bocca di Arya muoversi mentre parlava, poi il suono tornò nel suo mondo con un pop, anche se non udiva più la musica. «Cosa...?» domandò, frastornato.

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