“Sì, proprio una figata, bello mio,” ammise Jessie, meravigliandosi che quei riccioli biondi e corti gli stessero perfettamente in ordine, per quanto tutto il resto fosse ora in condizioni disastrose.
“Sei tu la bella qui,” le disse scostandole i capelli castano chiaro che le arrivavano alle spalle e fissando i proprio occhi blu e penetranti in quelli verdi di lei. “È una bella cosa che ti abbia tirata fuori da LA. Ero stufo di tutti quegli hipster con il Fedora in testa che ti facevano il filo.”
“I Fedora non erano un grosso richiamo, devo dire. Facevo fatica a vedere che faccia avessero e decidere se fossero o meno il mio tipo.”
“È perché sei un’Amazzone,” le disse, fingendo di non ingelosirsi per la sua delicata canzonatura. “Chiunque sia sotto il metro e ottanta deve piegare il collo indietro per guardare una sventola come te.”
“Non è il tuo caso, però,” mormorò Jessie sottovoce, dimenticando improvvisamente dolorini e doloretti e tirandolo più vicino a sé. “Sono sempre io che alzo la testa per guardare te, bel pezzo di ragazzo.”
Stava quasi per sfiorare la sue labbra con le proprie quando suonò il campanello.
“Dev’essere uno scherzo,” sbuffò Jessie.
“Perché non vai a vedere chi è?” le suggerì. “Io vado a cercare una camicia pulita da mettermi addosso.”
Jessie andò alla porta con la sua birra in mano. Era la sua piccola ribellione per essere stata interrotta nel mezzo di un atto di seduzione. Quando aprì la porta, venne accolta da una testa rosso brillante che sembrava avere a grandi linee la sua età.
Era carina, con un naso piccolino e tondo, denti bianchi splendenti e un coprisole che le aderiva a sufficienza da far capire che non doveva essersi persa una sola lezione di pilates. Teneva in mano un vassoio sul quale erano posati quelli che apparentemente erano dei brownie fatti in casa. Jessie non poté non notare l’enorme fede nuziale che portava al dito. Luccicava al sole del tardo pomeriggio.
Quasi senza pensarci, Jessie si ritrovò a fare mentalmente un profilo della donna: sulla trentina, sposata giovane, due o forse tre figli, madre casalinga ma con un sacco di aiuti, impicciona, ma non in modo malevolo.
“Ciao,” disse la donna con voce allegra. “Mi chiamo Kimberly Miner e sto dall’altra parte della strada. Volevo darvi il benvenuto nel quartiere. Spero di non disturbare.”
“Ciao Kimberley,” rispose Jessie con la sua più amichevole voce da nuova vicina. “Io sono Jessie Hunt. A dire il vero abbiamo appena finito di portare gli ultimi scatoloni un paio di minuti fa, quindi hai avuto un tempismo perfetto. E sei stata davvero dolce, letteralmente! Brownie?”
“Già,” disse Kimberley porgendo il vassoio. Jessie notò che stava appositamente facendo finta di non guardare la birra che teneva in mano. “Diciamo che sono la mia specialità.”
“Beh, vieni dentro e ne assaggiamo uno insieme,” disse Jessie, sebbene fosse l’ultima cosa di cui aveva voglia in quel momento. “Mi spiace che la casa sia un tale casino, e anche Kyle ed io. È tutto il giorno che sudiamo. In effetti lui è andato a cercare una camicia pulita da mettersi su. Posso offrirti qualcosa da bere? Acqua? Gatorade? Una birra?”
“No, grazie, non voglio essere invadente. Probabilmente non sapete neanche in che scatolone siano i bicchieri, ancora. Ricordo come va con i traslochi. A noi sono serviti mesi. Da dove venite?”
“Oh, abitavamo a DTLA,” disse Jessie, e vedendo la faccia confusa di Kimberley, aggiunse: “Centro di Los Angeles. Avevamo un appartamento nel distretto di South Park.”
“Oh, wow, gente di città,” disse Kimberly ridacchiando della sua stessa battuta. “Cosa vi ha portato nella Contea di Orange e nella nostra piccola comunità?”
“Kyle lavora per un’azienda che si occupa di gestione finanziaria e investimenti,” spiegò Jessie. “Hanno aperto una succursale qui all’inizio di quest’anno e recentemente gli affari si sono ampliati. È una cosa grossa per loro, perché la PFG è una struttura piuttosto conservatrice. Ad ogni modo, gli hanno chiesto di dare una mano nella conduzione. E allora abbiamo pensato che forse era giunto il momento di fare un cambiamento, dato che abbiamo idea di mettere su famiglia.”
“Oh, visto quanto è grande questa casa, avevo dato per scontato che aveste già figli,” disse Kimberly.
“No, ma siamo ottimisti,” rispose Jessie, cercando di nascondere l’improvviso imbarazzo che fu sorpresa di provare. “Tu hai bambini?”
“Due. Una bimba di quattro anni e un maschietto di due. In effetti davo andare a prenderli all’asilo tra poco.”
Kyle arrivò e le cinse la vita con un braccio mentre allungava l’altro per stringere la mano a Kimberly.
“Ciao,” disse calorosamente.
“Ciao, benvenuto,” gli rispose. “Mioddio, tra voi due i vostri futuri figli saranno dei giganti. Mi sento minuscola vicino a voi.”
Seguì un breve e impacciato silenzio, mentre sia Jessie che Kyle si chiedevano come rispondere.
“Grazie?” disse lui alla fine.
“Scusa. Sono stata una maleducata. Mi chiamo Kimberly, la vostra vicina che sta in quella casa lì,” disse indicando dall’altra parte della strada.
“Piacere, Kimberly. Io sono Kyle Voss, il marito di Jessie.”
“Voss? Pensavo di aver capito Hunt.”
“Lui è Voss,” spiegò Jessie. “Io sono Hunt, almeno per ora. Sto continuando a rimandare la compilazione delle carte per cambiare il cognome.”
“Capisco,” disse Kimberly. “Da quanto siete sposati?”
“Quasi due anni,” ammise Jessie timidamente. “Ho dei veri problemi con la procrastinazione. Questo potrebbe spiegare perché io stia ancora studiando.”
“Oh,” disse Kimberly, chiaramente sollevata di poter lasciar cadere il delicato argomento cognome. “Cosa studi?”
“Psicologia forense.”
“Wow, sembra emozionante. Fra quanto sarai ufficialmente una psicologa?”
“Beh, sono un po’ in ritardo,” disse Jessie, condividendo la storia obbligatoria propinata a ogni festa avessero frequentato negli ultimi due anni. “Ho iniziato con la psicologia infantile quando eravamo alla USC prima di laurearci: è lì che ci siamo conosciuti. Stavo anche facendo un tirocinio per la specialistica quando mi sono resa conto che non ero in grado di gestirlo. Gestire i problemi emotivi dei bambini era troppo per me. Quindi ho cambiato.”
Evitò appositamente di includere alcuni altri dettagli del motivo per cui aveva lasciato il suo tirocinio. Non c’era quasi nessuno che li conoscesse, e lei certo non aveva intenzione di condividerli con una vicina di casa che aveva appena incontrato.
“Quindi trovi meno problematico gestire la psicologia dei criminali rispetto a quella dei bambini?” chiese Kimberly stupita.
“Strano, eh?” le concesse Jessie.
“Rimarresti a bocca aperta,” si intromise Kyle. “Ha questa propensione a infilarsi nelle teste della gente cattiva. Diventerà una profiler grandiosa alla fine. Qualsiasi potenziale Hannibal Lecter là fuori farà bene a stare in guardia.”
“Davvero,” disse Kimberly con voce debitamente impressionata. “Hai dovuto avere a che fare con serial killer e roba del genere?”
“Non ancora,” ammise Jessie. “La maggior parte della mia formazione è stata accademica. E con il trasloco ho dovuto cambiare scuola. Quindi farò il mio corso pratico alla UC-Irvine con l’inizio di questo semestre. È l’ultimo, quindi mi laureo in dicembre.”
“Corso pratico?” chiese Kimberly.
“È un po’ come uno tirocinio, solo che con minore coinvolgimento. Verrò assegnata a una prigione o a un ospedale psichiatrico, dove osserverò e interagirò con detenuti e pazienti. È quello che ho sempre desiderato fare.”
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