“Ti prego, lascia che trovi un modo per sistemare le cose. Deve esserci qualcosa che posso fare.”
“Sì,” le assicurò Eliza. “Vattene. Subito.”
L’amica la fissò per un momento, ma probabilmente percepì la serietà di Eliza, perché la sua esitazione non durò molto.
“Va bene,” disse Penny prendendo le sue cose e andando frettolosamente verso la porta. “Me ne vado. Ma parliamone più tardi. Ne abbiamo passate tante insieme, Lizzie. Non lasciamo che questo rovini tutto.”
Eliza si sforzò di non gridarle contro in malo modo. Quella sarebbe stata probabilmente l’ultima volta in cui vedeva la sua migliore ‘amica’, e voleva che comprendesse l’enormità della situazione. “Questo è diverso,” disse lentamente, ponendo enfasi su ogni singola parola. “Tutte le altre volte siamo state noi due contro il mondo, attente a coprirci le spalle. Questa volta tu mi hai pugnalato alla schiena. La nostra amicizia è finita.”
Poi le sbatté la porta in faccia.
Jessie Hunt si svegliò di soprassalto, per un momento incerta su dove si trovasse. Le ci volle qualche secondo per ricordare che era lunedì mattina e si trovava su un volo di ritorno da Washington DC a Los Angeles. Guardò l’orologio e vide che le mancavano ancora due ore prima di atterrare.
Cercando di non appisolarsi di nuovo, prese un sorso d’acqua dalla bottiglietta che teneva nella tasca del sedile davanti a lei. Fece girare l’acqua in bocca nel tentativo di eliminare quella strana sensazione di torpore che le avvolgeva la lingua.
Aveva delle buone ragioni per aver preso sonno. Le ultime dieci settimane erano state tra le più stancanti di tutta la sua vita. Aveva appena concluso l’Accademia Nazionale dell’FBI, un intenso programma di addestramento per personale del corpo di polizia locale, mirato a far prendere loro confidenza con le tecniche investigative dell’FBI.
Il programma era esclusivo e disponibile solo per coloro che venivano scelti dai loro supervisori per frequentarlo. A meno che non accettasse di andare a Quantico per diventare formalmente un agente dell’FBI, questo corso intensivo era la seconda migliore opzione.
In circostanze normali, Jessie non sarebbe stata ritenuta idonea. Fino a poco tempo fa era stata una semplice consulente junior provvisoria di profiling criminale per il Dipartimento di Polizia di Los Angeles. Ma dopo aver risolto un caso importante, le sue quotazioni erano rapidamente cresciute.
Col senno di poi, Jessie capiva perché l’accademia preferisse agenti più esperti. Per le prime due settimane di corso, si era sentita completamente travolta dal volume di informazioni che le erano state gettate addosso. Aveva seguito lezioni di scienza forense, legge, mentalità terroristica, oltre che della sua sfera di interesse – la scienza comportamentale – che enfatizzava l’addentrarsi nelle menti degli assassini per comprendere meglio i loro moventi. E niente di tutto questo comprendeva l’irrefrenabile allenamento fisico che le rendeva tutti i muscoli doloranti.
Alla fine si era adeguata. I corsi, che le ricordavano il suo recente lavoro universitario in psicologia criminale, iniziarono ad avere senso. Dopo circa un mese, il suo corpo non era più dilaniato dal dolore quando si alzava la mattina. E meglio di tutto, tutto il tempo che passava nell’Unità di Scienze Comportamentali le permetteva di interagire con i migliori esperti al mondo di omicidi seriali. Sperava di diventare un giorno una di loro.
Oltre a tutto ciò, c’era un altro beneficio. Dato che lavorava sodo, sia fisicamente che mentalmente, in quasi ogni momento di veglia, non aveva quasi mai sognato. O almeno non aveva avuto incubi.
Quando stava a casa si era spesso svegliata gridando e madida di sudore, perseguitata dai ricordi della sua infanzia o dei più recenti traumi che si riproponevano nel suo inconscio. Ricordava ancora la sua più recente fonte di ansia. Era stata la sua ultima conversazione con il serial killer detenuto Bolton Crutchfield, quando lui le aveva detto che avrebbe presto fatto una chiacchierata con il padre di Jessie, lui stesso un assassino ancora in libertà.
Se nelle ultime dieci settimane fosse stata a Los Angeles, avrebbe passato la maggior parte del tempo ad ossessionarsi e arrovellarsi nel decidere se Crutchfield avesse detto la verità o stesse solo cercando di farla andare di matto. E se fosse stato effettivamente onesto, come sarebbe riuscito a coordinare una discussione con un killer in fuga, mentre lui stesso era sotto custodia in un ospedale mentale di assoluta sicurezza?
Ma dato che si era trovata a migliaia di chilometri di distanza, concentrata senza tregua su compiti impegnativi per quasi ogni secondo di veglia, non aveva avuto la possibilità di fissarsi sulle affermazioni di Crutchfield. Probabilmente l’avrebbe fatto presto, ma non ancora. In quel momento era semplicemente troppo stanca perché il suo cervello potesse essere in grado di darle problemi.
Sistemandosi comoda sul suo sedile, mentre permetteva al sonno di avvolgerla di nuovo, le venne in mente un altro pensiero.
Quindi tutto quello che devo fare per poter dormire bene per il resto della mia vita è passare tutte le mattine a fare allenamento fino al punto di vomitare, per poi proseguire con dieci ore ininterrotte di istruzioni professionali. Mi pare un buon piano.
Prima di poter sorridere della propria battuta, si era già addormentata.
*
Quel senso di piacevole agio scomparve nel preciso momento in cui mise piede fuori dal LAX subito dopo mezzogiorno. Da quell’istante in poi avrebbe dovuto stare costantemente allerta. Dopotutto, prima di partire per Quantico era venuta a sapere che un serial killer mai catturato era sulle sue tracce. Xander Thurman la cercava da mesi. E si dava il caso che Thurman fosse anche suo padre.
Prese un car pooling dall’aeroporto al lavoro, che era la Stazione Centrale della Polizia di Prossimità nel centro di Los Angeles. Non avrebbe ricominciato formalmente a lavorare fino al giorno dopo, e non era dell’umore giusto per chiacchierare, quindi non entrò neanche nell’ufficio principale della stazione.
Andò invece alla sua cassetta assegnata e raccolse la posta, che era stata inoltrata lì da una casella postale. Nessuno – né colleghi, né amici e neppure i suoi genitori adottivi – sapeva quale fosse il suo effettivo indirizzo. Aveva affittato l’appartamento tramite una società di leasing, il suo nome non era presente da nessuna parte sul contratto e non c’era nessun documento che la riconducesse a quell’edificio.
Una volta presa la posta, percorse un corridoio laterale che portava al parco macchine, dove c’erano sempre dei taxi in attesa nei vicoli collegati. Salì in uno di questi e lo indirizzò verso il centro commerciale che si trovava vicino al complesso in cui viveva, a circa tre chilometri di distanza.
Uno dei motivi per cui aveva scelto di andare a vivere in questo posto, dopo che la sua amica Lacy aveva insistito perché se ne andasse, era che era difficile da trovare, e risultava ancora più difficile accedervi senza permesso. Prima di tutto, la sua struttura di parcheggio era sotto l’adiacente centro commerciale nel medesimo edificio, quindi chiunque l’avesse seguita avrebbe avuto difficoltà a capire dove stesse andando.
E anche se qualcuno l’avesse intuito, l’edificio aveva un portiere e una guardia di sicurezza. La porta d’accesso e gli ascensori richiedevano carte d’accesso. E nessuno degli appartamenti aveva numeri civici riportati all’esterno. I residenti dovevano solo ricordare qual era la loro porta.
Ad ogni modo Jessie aveva comunque preso delle precauzioni in più. Quando scese dal taxi – che pagò in contanti – andò dritta al centro commerciale. Prima passò rapidamente per una caffetteria, girovagando tra la folla prima di prendere un’uscita secondaria.
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