Blake Pierce - Il Quartiere Perfetto

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In IL QUARTIERE PERFETTO (Libro #2), la profiler Jessie Hunt, 29 anni, raccoglie i cocci della sua vita distrutta e lascia la periferia per iniziare una nuova esistenza nel centro di Los Angeles. Ma quando un benestante rappresentante dell’alta società viene ucciso, Jessie, a cui viene assegnato il caso, si ritrova nel mondo dei quartieri periferici dalla perfetta facciata, all’inseguimento di un folle assassino in mezzo ad apparenze di falsa normalità e donne sociopatiche.Jessie, che sta rinascendo a nuova vita nel centro di LA, è sicura di essersi lasciata alle spalle il suo incubo di periferia. Pronta a dimenticare il suo matrimonio fallito, ottiene un lavoro con il dipartimento locale di polizia, rinviando la propria ammissione all’Accademia dell’FBI.Le viene assegnato un diretto omicidio in un quartiere benestante, un caso semplice per iniziare la propria carriera. Ma i suoi capi non hanno idea che in questo caso ci sia più di quanto si possa sospettare. Niente può prepararla per il suo primo caso, un caso che la costringerà a mettere alla prova le menti di ricche coppie di periferia che pensava di essersi lasciata alle spalle. Dietro alle loro immagini di famiglia perfetta e ben curata, Jessie si rende conto che la perfezione non è ciò che sembra.Un emozionante thriller psicologico dal ritmo incalzante, con personaggi indimenticabili e una suspense da far battere il cuore, IL QUARTIERE PERFETTO è il libro #2 di un’ammaliante nuova serie che ti costringerà a leggere fino a notte fonda.Anche il libro #3 nella serie di Jessie Hunt—LA CASA PERFETTA—è disponibile per pre-ordinazioni.

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Uscì velocemente dal parcheggio, la vista offuscata dalle lacrime. Non le importava. Si trovò a premere con forza sull’acceleratore, immettendosi sulla Roberston. Era pomeriggio presto e non c’era molto traffico. Lo stesso, Jessie ondeggiava selvaggiamente da una corsia all’altra.

Davanti a lei, a un semaforo, vide un grosso camion in movimento. Premette con forza sull’acceleratore e sentì il collo scattare indietro mentre la velocità aumentava di scatto. Il limite di velocità era cinquanta all’ora, ma lei stava andando a settanta, settantacinque, oltre gli ottanta. Era certa che se avesse colpito quel camion con sufficiente forza, tutto il suo dolore sarebbe svanito in un istante.

Guardò alla propria sinistra, e mentre sfrecciava avanti vide una madre che camminava sul marciapiedi con un bimbetto di un anno. Il pensiero che quel bambino assistesse a una massa di lamiere aggrovigliate, lampi di fuoco e resti bruciacchiati la risvegliò.

Jessie premette con forza sui freni, facendo fischiare i copertoni fino a fermarsi subito dietro al camion. Entrò nel parcheggio di un distributore di benzina a destra e spense l’auto. Stava respirando affannosamente e l’adrenalina le scorreva in tutto il corpo, facendole sentire un formicolio quasi insopportabile alle dita di mani e piedi.

Dopo essere rimasta per circa cinque minuti seduta immobile lì con gli occhi chiusi, il suo petto smise di alzarsi e abbassarsi agitato e la respirazione tornò alla normalità. Jessie sentì una vibrazione e aprì gli occhi. Era il suo telefono. Lo schermo diceva che a chiamarla era il detective Ryan Hernandez del dipartimento di polizia di Los Angeles. Aveva fatto lezione alla sua classe di criminologia lo scorso semestre, dove lei lo aveva impressionato per come aveva risolto un esempio di caso che lui aveva presentato in aula. Le aveva anche fatto visita in ospedale dopo che Kyle aveva tentato di ucciderla.

“Pronto, pronto,” disse Jessie a voce alta, più per se stessa, per assicurarsi che la sua voce suonasse normale. Quasi. Rispose allora alla chiamata.

“Sono Jessie.”

“Salve, signorina Hunt. Sono il detective Ryan Hernandez. Ti ricordi di me?”

“Certo,” disse lei, felice di avere la sua solita voce. “Che succede?”

“So che ti sei recentemente laureata,” disse, la voce più esitante di quanto lei ricordasse. “Hai già trovato un posto?”

“Non ancora,” rispose lei. “Al momento sto valutando le possibilità.”

“In questo caso, vorrei parlarti di un lavoro.”

CAPITOLO QUATTRO

Un’ora dopo, Jessie era seduta nella sala d’aspetto della Stazione di Polizia locale centrale del dipartimento di polizia di Los Angeles, o come più comunemente veniva chiamato: Divisione Centrale. Qui stava aspettando il detective Hernandez. Si rifiutò espressamente di pensare a cosa sarebbe successo con l’incidente che aveva quasi causato. Era troppo da elaborare al momento. Si concentrò invece su ciò che stava per succedere.

Hernandez era stato criptico nella sua chiamata, dicendole di non poter svelare i dettagli, ma che c’era comunque una posizione aperta e che aveva pensato a lei. Le aveva chiesto di venire lì a discutere di persona, dato che voleva valutare il suo interesse prima di passare il suo nome ai piani alti.

Mentre Jessie aspettava, cercò di riportare alla memoria ciò che sapeva di Hernandez. Lo aveva incontrato quell’autunno, quando aveva presenziato alla lezione di psicologia forense nel programma del suo corso di laurea per discutere delle applicazioni pratiche della profilazione. Era saltato fuori che quando era un normale poliziotto, il suo ruolo nella cattura di Bolton Crutchfield era stato cruciale.

In aula aveva presentato agli studenti un elaborato caso di omicidio e aveva chiesto se qualcuno potesse determinare l’esecutore e il movente. Solo Jessie aveva risolto il dilemma. In effetti Hernandez le aveva detto che era stata solo la seconda studentessa ad arrivare alla soluzione di quel caso.

La volta successiva che l’aveva visto era stato in ospedale, quando si stava riprendendo dall’aggressione di Kyle. Era ancora un po’ sotto sedativi al tempo, quindi la sua memoria era un po’ vaga.

Era andato lì solo perché lei lo aveva chiamato, sospettosa del passato di Kyle prima del loro incontro a diciott’anni, sperando in qualche dritta da parte sua. Gli aveva lasciato un messaggio in segreteria e quando lui non era riuscito a mettersi in contatto con lei diverse volte – principalmente perché suo marito l’aveva legata in casa loro – aveva fatto rintracciare il cellulare e aveva scoperto che si trovava in ospedale.

Quando le aveva fatto visita, le era stato di aiuto, guidandola nel caso sospeso contro Kyle. Ma era stato anche chiaramente sospettoso (con buon motivo) che Jessie non avesse fatto tutto il possibile per uscirne pulita dopo che Kyle aveva assassinato Natalia Urgova.

Era vero. Dopo che Kyle l’aveva convinta che era stata lei a uccidere Natalia in un attacco di rabbia sotto l’effetto dell’alcool – che lei non ricordava –, le aveva offerto di coprire il crimine gettando in mare il corpo della donna. Nonostante i suoi dubbi al tempo, Jessie non era stata convincente nell’idea di andare alla polizia a confessare. Era una cosa di cui oggi si pentiva.

Hernandez aveva alluso alla cosa, ma per quanto lei ne sapeva, non aveva mai detto nulla a nessuno dopo quel momento. Una piccola parte di lei temeva che quello fosse il vero motivo per cui l’aveva chiamata lì, e che il lavoro fosse solo una pretesa per farla venire alla stazione di polizia. Immaginò che se l’avesse portata nella sala degli interrogatori, avrebbe capito dove volesse andare a parare.

Dopo pochi minuti, venne fuori a salutarla. Era praticamente come se lo ricordava: sulla trentina, di buona costituzione, ma non particolarmente imponente. Con circa un metro e ottantacinque di altezza e forse una novantina di chili di peso, era chiaramente in ottima forma. Fu solo quando le fu vicino, che Jessie ricordò quanto fosse carino.

Aveva i capelli corti neri, gli occhi castani e un largo e caldo sorriso che probabilmente metteva a loro agio addirittura i sospettati. Si chiese se lo curasse proprio con quell’intento. Vide la fede nuziale sulla mano sinistra e ricordò che era sposato, ma non aveva figli.

“Grazie per essere qui, signorina Hunt,” le disse porgendole la mano.

“Mi chiami Jessie, per favore,” gli disse lei.

“Ok, Jessie. Andiamo alla mia scrivania e ti faccio sapere cos’ho in mente.”

Jessie sentì un’ondata di sollievo più forte di quanto si sarebbe aspettata quando non le suggerì la stanza degli interrogatori, ma riuscì ad evitare di renderla troppo evidente. Mentre lo seguiva nel suo ufficio, lui le parlò sottovoce.

“Ho continuato a tenermi aggiornato sul tuo caso,” ammise. “O per essere più precisi, il caso di tuo marito.”

“A breve ex,” puntualizzò lei.

“Giusto. Ho sentito anche questo. Nessun progetto di continuare a stare con il tipo che ha cercato di incastrarti per omicidio e poi di ucciderti, eh? Nessuna lealtà ai giorni nostri.”

Le sorrise per farle capire che stava scherzando. Jessie non poteva che essere colpita da un tipo che cercava di farla ridere su un omicidio di cui lei stessa era quasi stata la vittima.

“Il senso di colpa è travolgente,” disse lei, stando al gioco.

“Ci scommetto. Devo dire che le cose apparentemente non andranno molto bene per il tuo futuro ex marito. Anche se l’accusa non parla di pena di morte, dubito che metterà mai il naso fuori di galera.”

“Detto da lei…” mormorò Jessie, non avendo certo bisogno di finire la frase.

“Passiamo a un argomento più allegro, che dici?” suggerì Hernandez. “Come puoi ricordare, o forse anche no, dalla mia visita alla tua classe, lavoro per un’unità speciale nella divisione Omicidio con Furto. Si chiama Sezione Speciale Omicidi, o SSO in breve. Ci specializziamo in casi di alta levatura, quelli che generano un sacco di interesse da parte dei media o di osservazione da parte del pubblico. Questo potrebbe includere incendi dolosi, omicidi con vittime multiple, omicidi di persone importanti, e ovviamente serial killer.”

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