CAPITOLO DICIASSETTE
CAPITOLO DICIOTTO
CAPITOLO DICIANNOVE
CAPITOLO VENTI
CAPITOLO VENTUNO
CAPITOLO VENTIDUE
CAPITOLO VENTITRÉ
CAPITOLO VENTIQUATTRO
CAPITOLO VENTICINQUE
CAPITOLO VENTISEI
CAPITOLO VENTISETTE
CAPITOLO VENTOTTO
CAPITOLO VENTINOVE
CAPITOLO TRENTA
CAPITOLO TRENTUNO
CAPITOLO TRENTADUE
CAPITOLO TRENTATRÉ
CAPITOLO TRENTAQUATTRO
Schegge dai braccioli della sedia si conficcavano negli avambracci di Jessica Thurman, legati alla sedia con una ruvida corda. La pelle delle braccia era graffiata e sanguinante in diversi punti per i suoi costanti tentativi di liberarsi.
Jessica era forte per essere una bimba di sei anni. Ma non tanto forte da spezzare le corde con cui il suo aguzzino l’aveva legata. Non poteva fare nient’altro che starsene seduta lì, con le palpebre fissate con lo scotch in modo da rimanere aperte, a guardare la propria madre che stava inerme davanti a lei, le braccia ammanettate alle travi del soffitto dell’isolato capanno dell’Ozark in cui entrambe erano tenute prigioniere.
Poteva sentire i sussurri del loro rapitore, che stava in piedi dietro di lei, dandole istruzioni su come guardare, e chiamandola sottovoce “farfallina”. Conosceva bene quella voce.
Dopotutto apparteneva a suo padre.
Improvvisamente, con una forza inaspettata che non pensava di possedere, la piccola Jessica si lanciò di lato, facendo rovesciare la sedia – e lei insieme ad essa – a terra. Non sentì il tonfo contro il pavimento, e la cosa le parve strana.
Sollevò lo sguardo e vide che non si trovava più nel capanno, ma sul pavimento dell’atrio di un imponente palazzo moderno. E non era più la Jessica Thurman di sei anni. Ora era la Jessie Hunt ventottenne, distesa sul pavimento di casa sua, fissando un uomo che incombeva su di lei tenendo in mano un attizzatoio per il caminetto, pronto a sbatterglielo addosso. Ma l’uomo non era più suo padre.
Era suo marito Kyle.
I suoi occhi brillavano di delirante intensità mentre calava l’attizzatoio contro il suo volto.
Jessie sollevò le braccia per difendersi, ma sapeva che era ormai troppo tardi.
*
Jessie si svegliò con un sussulto. Aveva ancora le mani sollevate sopra alla testa, come a voler bloccare un attacco. Ma era da sola nella camera dell’appartamento. Si spinse avanti sul letto in modo da mettersi a sedere. Il suo corpo e anche le lenzuola erano madidi di sudore. Il cuore le batteva così forte che sembrava potesse saltarle fuori dal petto.
Fece ruotare le gambe in fuori e posò i piedi sul pavimento, piegandosi in avanti per appoggiare i gomiti sulle cosce e prendersi la testa tra le mani. Dopo aver concesso al proprio corpo qualche secondo per abituarsi all’ambiente reale – l’appartamento della sua amica Lacy nel centro di Los Angeles – Jessie guardò la sveglia sul comodino. Erano le 3:54 di mattina.
Mentre sentiva il sudore che iniziava ad asciugarsi sulla pelle, si rassicurò.
Non sono più in quel capanno. Non sono più in quella casa. Sono al sicuro. Questi sono solo incubi. Quegli uomini non possono più farmi del male.
Ma ovviamente solo metà di quelle parole erano vere. Mentre Kyle, che presto sarebbe diventato il suo ex marito, era rinchiuso in prigione in attesa del processo per vari crimini, incluso il tentato omicidio nei suoi confronti, suo padre non era mai stato catturato.
Infestava ancora regolarmente i suoi sogni. Peggio, Jessie aveva recentemente appreso che, anche se era stata inserita da bambina nella Protezione Testimoni, con tanto di nuova casa e nuovo nome, lui era ancora là fuori a cercarla.
Jessie si alzò e andò verso la doccia. Non aveva senso tentare di rimettersi a dormire. Sapeva che sarebbe stato inutile.
E poi c’era un’idea che le stava ronzando in testa, un’idea che voleva portare avanti. Forse era ora di smettere di accettare il fatto che quei sogni fossero inevitabili. Forse doveva smettere di avere paura che suo padre la trovasse.
Forse era ora di dargli la caccia.
Quando la sua vecchia amica del college e attuale compagna di appartamento Lacy Cartwright venne in sala da pranzo per la colazione, Jessie era già sveglia da circa tre ore. Aveva preparato un pentolino di caffè e ne aveva versata una tazza per Lacy, che la prese con riconoscenza ricambiando con un sorriso solidale.
“Un altro brutto sogno?” le chiese.
Jessie annuì. Nelle sei settimane che aveva ormai passato nell’appartamento di Lacy, cercando di ricostruire la propria vita, l’amica si era abituata alle quasi regolari urla nel cuore della notte e ai risvegli la mattina presto. Era successo di tanto in tanto anche al college, quindi non era del tutto una sorpresa. Ma la frequenza era decisamente aumentata da quando suo marito aveva tentato di ucciderla.
“Ho fatto rumore?” chiese Jessie con tono di scusa.
“Un po’,” confermò Lacy. “Mai hai smesso di gridare dopo un paio di secondi. Mi sono riaddormentata subito.”
“Mi spiace davvero, Lace. Forse dovrei comprarti dei tappi per le orecchie migliori fino a che non me ne andrò, o una macchina da rumore bianco più forte. Ti giuro che non sarà ancora per molto.”
“Non ti preoccupare. Stai gestendo le cose molto meglio di come fare io,” insistette Lacy mentre si raccoglieva i lunghi capelli in una coda di cavallo.
“È carino da parte tua dirlo.”
“Non sto solo cercando di essere gentile, cara. Pensaci. Negli ultimi due mesi tuo marito ha assassinato una donna, ha cercato di incastrarti per l’omicidio e ha tentato di ucciderti quando tu hai scoperto il tutto. Senza parlare dell’aborto.”
Jessie annuì, ma non disse nulla. L’elenco di cose orribili che Lacy aveva appena fatto non includeva suo padre serial killer, perché Lacy non sapeva di lui, quasi nessuno ne era al corrente. Jessie preferiva così, per la propria sicurezza e per la loro. Lacy continuò.
“Se fosse toccato a me, sarei ancora sdraiata in posizione fetale. Il fatto che tu abbia quasi completato la fisioterapia e stia per entrare nel programma di formazione speciale dell’FBI mi fa pensare che tu sia una sorta di cyborg.”
Jessie doveva ammettere che quando le cose venivano presentate a quel modo, la sua funzionalità era decisamente impressionante. La mano andò involontariamente al punto nel lato sinistro dell’addome dove Kyle le aveva conficcato l’attizzatoio. I dottori le avevano detto che era stata fortunata che il colpo avesse mancato ogni organo interno.
Aveva una brutta cicatrice che andava ad aggiungersi agli altri inestetici segni che le erano rimasti dall’infanzia: il taglio in mezzo alle clavicole. Le era stato concesso il permesso di eliminare il bastone da passeggio una settimana fa e il suo fisioterapista aveva fissato solo un’altra seduta riabilitativa, che era oggi. Dopodiché avrebbe dovuto fare gli esercizi richiesti da sola. Per quanto riguardava invece la riabilitazione psicologica ed emotiva richieste dopo aver appreso che suo marito era un assassino sociopatico, era ancora lungi dall’arrivare al via libera.
“Immagino che le cose non vadano poi tanto male,” rispose alla fine con tono poco convincente mentre guardava l’amica che finiva di vestirsi.
Lacy si infilò le sue scarpe tacco dodici che la trasformavano da una donna alta a una vera e propria Amazzone. Con le sue gambe chilometriche e gli zigomi pronunciati, aveva più l’aspetto di una modella da passerella che di una stilista di moda. Aveva i capelli raccolti in un’alta coda dietro alla nuca che le lasciava scoperto il collo. Era meticolosamente agghindata con un completo di sua creazione. Poteva anche lavorare come acquirente per una boutique esclusiva al momento, ma programmava di aprire una propria azienda di moda prima dei trent’anni e di diventare la più rinomata stilista afro-americana lesbica del paese nel giro di breve tempo.
Читать дальше