Blake Pierce - Il Sorriso Perfetto

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In IL SORRISO PERFETTO (Libro #4), la profiler criminale Jessie Hunt, 29 anni, fresca di Accademia dell’FBI, riceve l’incarico di un caso inquietante: una donna sulla trentina è stata assassinata dopo aver usato un sito per appuntamenti online per le sue relazioni con uomini sposati.Si era avvicinata troppo a uno degli uomini sposati?È stata vittima di un ricatto? Di uno stalker?O c’era in ballo qualche altro nefando movente?L’elenco dei sospettati porta Jessie all’interno di quartieri ricchi e curati, dietro al velo di vite apparentemente perfette, vite che sono invece marce fino all’osso. Jessie capisce che l’assassino deve trovarsi dietro uno di quei sorrisi plastici e finti.Jessie deve immergersi nei recessi della psiche del killer mentre tenta di acciuffarlo e al contempo mantenere la propria integrità mentale tutta d’un pezzo, avendo il proprio padre assassino a piede libero, intenzionato a non fermarsi davanti a nulla pur di ucciderla.Un emozionante thriller psicologico dal ritmo incalzante, con personaggi indimenticabili e una suspense da far battere il cuore, IL SORRISO PERFETTO è il libro #e di un’ammaliante nuova serie che ti costringerà a leggere fino a notte fonda.Il libro #5 della serie di Jessie Hunt sarà presto disponibile.

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Jessie guardò Decker, che pareva essere impegnato a contenere un sorriso.

“Vuole conoscere il suo collega temporaneo?” le chiese.

CAPITOLO QUATTRO

Jessie non era impressionata.

L’agente dell’FBI prestato al dipartimento per il caso di accoltellamento assomigliava a un vecchio giocatore di baseball chiamato a giocare perché tutti i migliori erano infortunati. Mentre gli andava incontro per presentarsi, Jessie notò che l’uomo, che sembrava essere – anno più anno meno – sulla quarantina, aveva una pancia piuttosto prominente per essere un agente dell’FBI.

Oltre a questo, i capelli erano lunghi e spettinati, e quasi del tutto grigi. Il volto segnato e l’odore di mare suggerivano che passasse più tempo a fare surf che a lavorare su un caso. Il soprabito che indossava aveva il colletto liso e il nodo della cravatta appariva allentato. E anche se era soltanto mattina, aveva già accumulato un’impressionante gamma di macchie di cibo sui pantaloni stropicciati.

“Jack Dolan,” disse, porgendole la mano mentre si avvicinava, ma senza aggiungere alcuna altra forma di saluto.

“Jessie Hunt,” disse lei, cercando di non sussultare per la sua stretta salda e forte.

“Ah sì, la famosa profiler forense, barra figlia di un serial killer, barra donna che sussurra agli psicopatici, che si nasconde dagli uomini che colpiscono di notte.”

“È quello che c’è scritto sul mio biglietto da visita,” rispose Jessie con tono acido, non proprio allietata dai presupposti che quel tizio stava elencando così su due piedi.

“Agente Dolan,” si intromise Decker, interrompendo il gelido scambio, “dato che il caso di accoltellamento di Studio City ha diverse potenziali caratteristiche tipiche sia di Xander Thurman che di Bolton Crutchfield, abbiamo deciso che la signorina Hunt debba unirsi a lei per valutare se ci sia la probabilità che uno di loro possa essere il responsabile.”

Dolan guardò Decker, poi Jessie e infine Murph.

“Quindi,” chiese, apparentemente confuso. “Ora sono io a farle da baby sitter? O facciamo a gara per chi arriva per primo?”

Jessie aprì la bocca, incerta su cosa poter dire senza dover ricorrere a delle parolacce. Ma prima che potesse anche solo dire una parola, Decker rispose.

“La consideri la sua collega per la durata del caso. Scommetto che lei coprirebbe le spalle di un collega, giusto, agente Dolan? Questo non è un caso diverso.”

Dolan trattenne la lingua. Con la coda dell’occhio, Jessie vide Murph che sopprimeva un sorriso. Si rivolse allora a Decker.

“Posso parlarle privatamente un secondo?” gli chiese.

Lui annuì ed entrambi fecero per uscire in corridoio.

“Aspettate,” disse Murph. “Usciamo io e l’agente. Voi due parlate qui: meno persone vi vedono e meglio è.”

Dopo che furono usciti, Jessie si voltò verso Decker con occhi di fuoco.

“È una specie di punizione? È per questo che mi sta mettendo a lavorare con questo tipo? Non potrebbe semplicemente sollevare Hernandez dal caso che sta seguendo e mettermi in squadra con lui?”

“Il detective Hernandez non è disponibile,” rispose lui con tono indifferente ma deciso. “Non andiamo a tirare fuori dei detective da un caso di triplice omicidio per accontentare i capricci di altri agenti. Non si aspetti di sentirlo a breve. Se accade, significa che non sta facendo il suo lavoro. Inoltre Dolan è più qualificato per questo caso. Ed è lui che è stato messo a disposizione dal Bureau. Quindi trovi un modo per lavorarci insieme. Altrimenti se ne può tornare alla sua casa di sicurezza. Sta a lei decidere, Hunt.”

*

Il tragitto in auto fino a Studio City fu particolarmente spiacevole.

Dolan chiaramente non era felice di dover viaggiare nel sedile posteriore di una berlina guidata da un agente federale. Murph e Toomey allo stesso modo non erano entusiasti di dover fare da autisti a due scontrosi investigatori. E Jessie era più o meno scocciata per tutto.

Nonostante quello che Dereck le aveva detto, si sentiva come se ci fossero tre baby sitter con lei nell’auto, e altri due nel veicolo che li seguiva. A quanto pareva il suo collega considerava il suo coinvolgimento nel caso solo una concessione simbolica. E gli agenti federali erano chiaramente risentiti per aver assunto quel ruolo di valletti accompagnatori. Quando arrivarono sulla scena del crimine, erano tutti tesi.

Toomey trovò facilmente la casa. Era la bella casetta a un piano in stile spagnolo con mezza dozzina di auto della polizia e infinite strisce di nastro giallo attorno. C’erano anche due furgoncini della televisione. L’agente passò oltre e parcheggiò a metà dell’isolato, dove nessuno li avrebbe visti.

“Come ci organizziamo?” chiese al resto dell’equipaggio. “Non possiamo permettere che la Hunt si faccia vedere entrare in quella casa. Se questa è opera di Thurman o di Crutchfield, staranno molto attenti se lei si fa vedere o meno. E anche se non si tratta di loro, certo non vogliamo che la sua faccia venga spiattellata su tutti i notiziari.”

Jessie aspettò che qualcuno di loro suggerisse la soluzione più ovvia. Vedendo che non lo facevano, prese la parola.

“Andiamo verso il retro,” ordinò loro. “Non c’è nessun vialetto. Significa che c’è un accesso al garage dal viale. Lì saremo alla larga dalle troupe televisive, che non riusciranno a portare i loro grossi furgoni da quella parte. In questo modo dovremmo riuscire ad entrare senza avere troppe videocamere o macchine fotografiche nelle vicinanze.”

Nessuno parve avere obiezioni, quindi Toomey rimise l’auto in moto e seguì le sue istruzioni. Avvisò via radio gli altri agenti per metterli a conoscenza del piano e disse loro di restare sulla strada principale.

In effetti lo stretto viale era bloccato da macchine di pattuglia da entrambi i lati. Loro passarono oltre e uscirono. Murph e Dolan mostrarono i badge all’agente più vicino, che li lasciò passare senza chiedere il documento né di Toomey, né di Jessie, che era ovviamente riluttante a rivelare la propria identità a chiunque, anche a un poliziotto.

Entrarono a piedi dal cancello sul retro e salirono i gradini del portico fino all’ingresso, dove un altro agente chiese le loro generalità. Questo era più riluttante a farli passare senza vedere i documenti di ciascuno. Ma Dolan si chinò in avanti e sussurrò all’orecchio dell’uomo qualcosa che Jessie non poté sentire. L’uomo annuì e fece un passo indietro per farli entrare.

Mentre varcavano la soglia, Jessie cercò di eliminare dalla propria testa tutti gli intoppi della mattinata per concentrarsi solo su ciò che la circondava. Ora si trovava impegnata in un caso e la vittima, chiunque essa sia, meritava tutta la sua attenzione.

La porta sul retro si apriva sulla cucina, che era in stile contemporaneo e ben fornita dei più moderni elettrodomestici. In effetti tutto sembrava così nuovo e intatto da sembrare che ogni cosa fosse stata messa a nuovo negli ultimi sei mesi. Qualcosa di quel posto le ricordava le ville nuove di zecca di tutte quelle ricche coppie della contea di Orange, dove lei aveva brevemente vissuto prima di venire a sapere che il suo attuale ex-marito, Kyle Voss, era un violento sociopatico.

“Chi vive qui?” chiese senza rivolgersi a nessuno in particolare.

Nell’angolo c’era agente in uniforme dall’aspetto giovane e con i capelli biondi che sentendola venne loro incontro.

“Pensavo che i detective avessero finito,” disse.

“L’FBI sta dando una mano,” spiegò Dolan, mostrando il suo cartellino e guardando la targhetta con il nome del giovane agente. “Può dirci qualcosa, agente Martin?”

“Sì, signore,” rispose Martin. “La casa è affittata a due donne. Gabrielle Cantu e Claire Stanton. La Stanton è la vittima. Aveva ventitré anni. È stata trovata questa mattina presto dalla Cantu e dall’uomo con cui era uscita.”

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