Fiona Grace - Assassinio in villa

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ASSASSINIO IN VILLA (UN GIALLO INTIMO E LEGGERO DI LACEY DOYLE—LIBRO 1) è il romanzo di debutto di un’affascinante nuova serie di gialli intimi e leggeri scritti da Fiona Grace. Lacey Doyle Rose, 39 anni e fresca di divorzio, ha bisogno di un cambiamento drastico. Deve lasciare il suo lavoro, abbandonare il suo orrendo capo e la città di New York, allontanandosi da uno stile di vita frenetico. Rispettando la promessa che si era fatta da bambina, prende le distanze da tutto e da tutti, pronta a rivivere un’adorabile vacanza come quelle che faceva da bambina nella pittoresca cittadina balneare di Wilfordshire.Wilfordshire è proprio come Lacey se la ricorda: la sua architettura senza tempo, le strade di acciottolato e la natura fuori dalla porta di casa. Lacey non vuole più tornare indietro e decide spontaneamente di restare e di concedere un tentativo al suo sogno d’infanzia: aprire un suo negozio di antiquariato.Lacey finalmente ha l’impressione che la sua vita stia facendo un passo nella direzione giusta, fino a che il suo nuovo principale cliente non muore.Essendo nuova in città, tutti gli occhi sono puntati su Lacey, e sta a lei far capire chi è.Un’attività da gestire, un vicino della porta accanto che è suo avversario, un panettiere che le fa la corte dall’altra parte della strada e un crimine da risolvere: era proprio questa la nuova vita che aveva desiderato? Il libro #2 nella serie – UNA MORTE E UN CANE – è disponibile per pre-ordinazioni!

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“Lacey,” rispose lei, sentendosi frastornata come una ragazzina con una cotta.

Mentre Tom era indaffarato in cucina, Lacey si sedette al tavolino vicino alla finestra. Cercò di evocare altri ricordi della volta che era stata lì prima, ma purtroppo non c’era altro da ricordare. Solo il sapore degli scone e la risata della sua famiglia.

Un momento dopo il bel Tom apparve con un vassoio da dolci pieno di tramezzini, scone e una selezione di dolcetti multicolore. Posò poi una teiera sul tavolo accanto.

“Non posso mangiare tutta quella roba!” gridò Lacey.

“È per due,” rispose Tom. “Offre la casa. Non è educato far pagare una donna al primo appuntamento.”

Prese poi posto proprio accanto a lei.

La sua schiettezza la colse di sorpresa. Sentì il battito cardiaco che iniziava ad accelerare. Era da così tanto tempo che non parlava con un altro uomo in modo così civettuolo. Si sentì ancora una volta come una ragazzina intontita. Impacciata. Ma magari era solo una cosa britannica. Magari tutti gli uomini inglesi si comportavano così.

“Primo appuntamento?” chiese.

Prima che Tom potesse rispondere, il campanello della porta tintinnò e un gruppo di circa dieci turisti giapponesi si riversò nel negozio. Tom scattò in piedi.

“Oh-oh, clienti.” Guardò Lacey. “Prenderemo un biglietto sostitutivo per quell’appuntamento, ok?”

Con la sua solita sicurezza disinvolta, Tom andò verso il bancone, lasciando Lacey con le parole incastrate in gola.

Con il negozio ora pieno zeppo di turisti, l’ambiente era diventato chiassoso e trafficato. Lacey tentò di tenere d’occhio Tom mentre si gustava la sua pausa delle undici, ma l’uomo era occupato con le ordinazioni per il gruppetto di clienti.

Quando ebbe finito, Lacey tentò di fargli un gesto di saluto, ma lui si era ritirato in cucina e non la vide.

Sentendosi un po’ delusa, e con la pancia estremamente piena, uscì allora dalla pasticceria e tornò in strada.

Poi si fermò, incuriosita da un negozio vuoto di fronte alla pasticceria, dall’altra parte della strada. Le suscitò una tale emozione dentro, che quasi le levò il fiato. Il negozio era stato qualcosa un tempo, qualcosa che i più profondi recessi della sua memoria infantile volevano assolutamente riportare alla mente. Qualcosa che le imponeva di guardare più da vicino.

CAPITOLO QUATTRO

Lacey sbirciò attraverso la vetrina del negozio vuoto, scandagliando la propria mente alla ricerca dei ricordi che le si erano risvegliati dentro, ma non vi trovò niente di concreto. Era più una sensazione che era stata risvegliata, qualcosa di più profondo di un sentimento di nostalgia, più vicino all’innamoramento.

Guardando dalla vetrina, Lacey poteva vedere che l’interno del locale era vuoto e privo di illuminazione. Il pavimento era ricoperto da tavole di legno chiaro. C’erano un sacco di scaffali nelle varie nicchie e un grosso tavolo di legno addossato a una parete. Il lampadario che pendeva dal soffitto era antico e in ottone. Costoso, pensò Lacey. Di sicuro devono averlo lasciato lì per sbaglio.

La porta del negozio, notò poi, non era chiusa a chiave. Lacey non poté trattenersi. Entrò.

Subito le arrivò al naso un odore metallico mescolato a polvere e muffa, e in pronta risposta Lacey sentì un’altra scossa di nostalgia. L’odore era lo stesso che aleggiava nel negozio di antiquariato di suo padre.

Lei aveva adorato quel posto. Da bambina aveva passato parecchio tempo in quel labirinto di tesori, giocando con le spaventose bambole di ceramica, leggendo ogni genere di fumetto da collezione per ragazzi, da Bunty a The Beano, a originali eccezionalmente rari e di valore dell’Orso Rupert. Ma la cosa che le piaceva di più fare era guardare i ciondoli e immaginare le vite e le personalità della gente a cui un tempo erano appartenuti. C’era una scorta infinita di piccole cianfrusaglie, oggettini e aggeggi vari, e ogni articolo aveva lo stesso strano odore di metallo-polvere-muffa che stava annusando adesso.

Proprio come la vista del Crag Cottage accanto all’oceano le aveva risvegliato quel vecchio sogno d’infanzia di vivere vicino al mare, anche adesso ritrovò il sopito desiderio che aveva nutrito da bambina di gestire un suo negozio.

Anche la disposizione dello spazio le ricordava il vecchio negozio di suo padre. Mentre si guardava attorno, immagini che provenivano dai più profondi recessi della sua memoria si sovrapposero a ciò che vedeva con i propri occhi, come un foglio di carta da lucido posato sopra a un disegno. Improvvisamente poté vedere gli scaffali pieni di bellissimi oggetti antichi – per lo più articoli da cucina in stile vittoriano, l’interesse principale di suo padre – e lì, sul bancone, l’ingombrante registro di cassa in ottone con i tasti rigidi che suo padre aveva insistito di voler usare, dato che “mantiene alta la concentrazione” e “affina le abilità nei calcoli a mente.” Sorrise sognante tra sé e sé mentre le parole di suo padre le risuonavano nelle orecchie e le immagini e i ricordi si dispiegavano davanti ai suoi occhi.

Lacey era talmente persa nel suo sogno a occhi aperti, che non sentì i passi che avanzavano verso di lei dalla stanza sul retro. E non notò neppure l’uomo a cui quei passi appartenevano e che appariva ora alla porta – il volto accigliato – avanzando di gran marcia verso di lei. Fu solo quando sentì un colpetto sulla spalla che si rese conto di non essere sola.

Il cuore le balzò in gola. Lanciò un gridolino di sorpresa e quasi schizzò fuori dalla propria pelle, ruotando su se stessa e fissando in faccia lo sconosciuto. Anziano, i capelli radi e bianchi, borse gonfie e violacee sotto agli occhi azzurri.

“Posso aiutarla?” le chiese l’uomo con tono scontroso e poco amichevole.

Lacey si portò una mano al petto. Le ci volle qualche secondo per rendersi conto che il fantasma di suo padre non si era appena materializzato davanti a lei picchiettandole la spalla, e che lei non era più effettivamente la bambina che se ne stava nel suo vecchio negozio, ma una donna adulta in vacanza in Inghilterra. Una donna adulta che attualmente era entrata abusivamente in una proprietà privata.

“Oh, mio Dio, mi spiace tantissimo!” esclamò frettolosamente. “Non mi ero resa conto che qui ci fosse qualcuno. La porta era aperta.”

L’uomo le lanciò un’occhiataccia pregna di scetticismo. “Non ha potuto notare che il negozio è vuoto? Qua dentro non c’è niente da comprare.”

“Lo so,” continuò Lacey con esagerata animosità, disperatamente desiderosa di scagionarsi da ogni colpa e cancellare quel cipiglio di sospetto dal volto dell’uomo. “Ma non ho potuto trattenermi. Questo negozio mi ricordava un sacco quello di mio padre.” Con sua enorme sorpresa, si trovò improvvisamente con gli occhi traboccanti di lacrime. “Non lo vedo da quando ero bambina.”

L’atteggiamento dell’uomo mutò in un istante. Passò dal cipiglio e dalla difensiva a modi più gentili e morbidi.

“Su, su, su,” disse con cortesia, scuotendo la testa mentre Lacey si asciugava velocemente una lacrima. “Va tutto bene, mia cara. Tuo padre aveva un negozio come questo?”

Lacey si sentì improvvisamente imbarazzata per aver liberato le proprie emozioni di fronte a quest’uomo, per non parlare del senso di colpa vedendo che invece di chiamare la polizia per farla cacciare dalla sua proprietà privata, ora stava invece reagendo come un abile terapeuta, con una sorta di compassione priva di giudizio, incoraggiamento e interesse. Ma Lacey non poté trattenersi. Si aprì totalmente e riversò tutti i propri sentimenti.

“Vendeva articoli d’antiquariato,” spiegò, il sorriso che nuovamente le incurvava le labbra al pensiero di quei ricordi, anche se le lacrime le scendevano dagli angoli degli occhi. “L’odore qua dentro mi ha fatto provare una tale nostalgia, e tutto mi è tornato in mente. Il suo negozio aveva addirittura la stessa disposizione.” Indicò la stanza sul retro da cui l’uomo aveva fatto la sua comparsa. “Quella stanza veniva usata come magazzino, ma lui aveva sempre voluto trasformarla in una sala d’aste. Era molto lunga e si affacciava su un giardino.”

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