Morgan Rice - Solo chi è coraggioso

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“Morgan Rice c’è riuscita di nuovo! Costruendo un saldo gruppo di personaggi, l’autrice ci presenta un altro mondo magico. SOLO CHI LO MERITA è pieno di intrighi, tradimenti, amicizie inaspettate e tutti i migliori ingredienti per poterti far assaporare ogni singola pagina. Pieno zeppo di azione, leggerai questo libro in completa tensione.”--Books and Movie Reviews, Roberto MattosDa Morgan Rice, autrice best seller numero #1 di UN’IMPRESA DA EROI (download gratuito con oltre 1.000 recensioni da cinque stelle), ecco una nuova emozionante serie fantasy.In SOLO CHI È CORAGGIOSO, l’epico finale di Come funziona l’acciaio, Royce si trova trasformato dopo aver guardato nello specchio magico. Ha ottenuto la saggezza definitiva? O è diventato pazzo?Lo specchio rivela molti segreti, e Royce si trova a dirigersi verso il nascondiglio di suo padre. Lo incontrerà per la prima volta?La tragica storia d’amore di Genevieve e Royce arriva finalmente a una soluzione, culminando in una svolta a sorpresa che cambierà la vita di entrambi per sempre.E nel mezzo di tutto questo arriva l’epica battaglia contro gli eserciti del re, un conflitto che determinerà il destino della terra – e del regno – una volta per tutte.SOLO CHI È CORAGGIOSO intesse un racconto epico di amici e amanti, di cavalieri e onore, di tradimenti, destino e amore. Un racconto sul valore che ci porta in un mondo fantasy di cui ci innamoreremo e che incanterà lettori di ogni genere ed età. Visita www.morganricebooks.com per aggiornamenti sull’uscita di nuove serie fantasy firmate Morgan Rice.

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“Cosa succede se le cose continuano così?” chiese allo specchio, cercando di dare forma ai vaghi pensieri che aveva e trasformandoli in una domanda. Cercando di concentrarsi.

Vide la risposta che veniva riflessa nello specchio. Vide centinaia di persone che morivano, poi migliaia. Vide sangue e ancora sangue, con una guerra che sembrava non avere mai fine.

Cercò un modo per vincere la guerra, fissando sempre più intensamente lo specchio, anche se ogni tentativo sembrava andare a finire peggio di quello precedente. Vide se stesso, e i suoi amici, e la gente che era venuta ad aiutarlo che morivano in modi diversi. E peggio ancora. Un sacco di possibilità sembravano finire nel sangue.

Le cose che provava per Genevieve sembravano essere parte del problema. L’amore che provava e le cose che era pronto a fare per lei parevano trascinarlo lontano da ciò che era giusto. I sentieri che conducevano a lei sembravano condurre al dolore più grande. Nonostante questo, Royce vide che non poteva distogliere lo sguardo.

“Devo trovare una via dove la gente viva,” insistette. Si concentrò, anche se sentiva la sua coscienza che iniziava a sfilacciarsi ai limiti.

C’erano pochissime vie buone rimaste. Erano come un misero insieme di fili argentati che attraversavano un mondo altrimenti avvolto nel buio. Il problema era semplice: la gente come Altfor e la sua famiglia, come il re Carris, avrebbero fatto qualsiasi cosa se ciò li portava a mantenere il potere. Che speranza c’era di portarli a rinunciare a quel potere senza una battaglia che avrebbe fatto cadere tutti quanti insieme a loro?

Quel filo era così sottile che Royce stentava a credere che esistesse sul serio. Poteva vedere gli elementi che vi venivano definiti, le decisioni che venivano prese una dopo l’altra, così tante che sarebbe stato quasi un miracolo se tutto fosse quadrato alla perfezione. Però vedeva dove tutto aveva inizio.

Doveva trovare suo padre.

“Dove, però?” bofonchiò Royce. Poteva immaginare i suoi amici che lo fissavano, pensando a quanto pazzo doveva sembrare. Ebbe un rapido scorcio dei loro volti lì: si guardavano da un capo all’altro della barca con fare sospetto. Cosa stavano pensando? Cosa stavano progettando di fare?

Royce si riprese in tempo. Era stato così che Barihash aveva iniziato? La facilità di vedere così tante cose era sufficiente a spingere una persona nella follia? Sforzandosi di concentrarsi, Royce spinse la sua attenzione su suo padre, cercando di vedere dove fosse andato quando aveva lasciato l’isola. Gli ci volle uno sforzo enorme per farlo, dato che la visione mostrata dallo specchio sembrava arricciarsi e incresparsi per allontanarsi proprio da quell’immagine, una possibilità dopo l’altra. Royce le vagliò tutto come un uomo che avanza in una tempesta di neve, cercando di fare attenzione.

La chiarezza lampeggiò in lui, e Royce si rese conto che sapeva già dov’era andato suo padre. C’erano state delle carte tra le cose di suo padre, pezzi di carta lacera che lui aveva visto solo per una frazione di secondo. C’erano state delle parole scritte sopra, e ora Royce sapeva cosa significassero, che luogo intendessero.

Royce allora vide tutto, ogni cosa che bisognava fare. Sollevò lo sguardo dallo specchio. Con suo stupore, era buio quando lo fece: le stelle che luccicavano in cielo, la luna che si rifletteva sull’acqua, e le Sette Isole poco più che puntini all’orizzonte.

“Stai bene?” chiese Mark con voce preoccupata.

Quasi immediatamente, tutti i sorprendenti dettagli che Royce aveva visto nello specchio iniziarono a svanire. La complessa rete di scelte e decisioni era troppo vasta per poterla contenere tutta insieme.

“So dove dobbiamo andare,” disse Royce. Mise la mano sul timone, spostandolo e portando la barca su una nuova rotta. Sapeva che era la direzione giusta, e che suo padre si trovava da quella parte.

“Cosa stai facendo?” chiese Mark.

Royce non aveva le parole per spiegare, o meglio, poteva farlo, ma il solo tentativo di formare le parole gli faceva apparire così debole e precario tutto ciò che sapeva, come se ogni cosa potesse esplodere nel niente e nel caos come una bolla di sapone. Voleva dire tutto ai suoi amici, ma raccontare avrebbe cambiato la vera essenza delle cose.

“Dobbiamo andare da questa parte,” disse. “Mio padre… so dove si trova.”

“Ne sei sicuro?” chiese Mark. “Pensavamo di trovarlo sulle Sette Isole.”

“Io…” Royce non poteva spiegare. Non ci riusciva. “Ti fidi di me, Mark?”

“Lo sai,” rispose l’amico. Attorno a lui anche gli altri annuirono uno alla volta.

“Allora dobbiamo andare da questa parte,” disse Royce. “Per favore.”

Per un momento pensò che potessero discutere, che potessero tentare di far girare la barca verso il regno, o dirgli che era stato attanagliato dallo specchio. Ma uno alla volta, si sedettero al loro posto, aspettando mentre la barca continuava il suo corso.

Stavano andando a trovare suo padre, e questa volta Royce sapeva dove si trovava.

CAPITOLO DUE

Dust girovagava per l’isola mentre il caos regnava attorno a lui. Gli era difficile comprendere ciò che stava accadendo. Il fuoco esplodeva attorno ai suoi piedi, e lui semplicemente non reagiva. Invece continuava ad arrancare, con le rocce che gli crollavano accanto, l’intera isola che stava implodendo nel genere di entropia che Dust non avrebbe mai creduto possibile prima di aver guardato nello specchio.

“Mi sono sbagliato,” mormorò tra sé e sé mentre avanzava. “Mi sono sbagliato un sacco.”

Una volta aveva creduto in un mondo dove i sacerdoti erano tutto, e aveva mantenuto il destino sul suo unico corso predefinito. Poi era stato sicurissimo di poter scegliere una via tra quelle offerte dal fato. Aveva visto gli orrori in arrivo, aveva visto la morte che andava fermata.

Ora Dust non sapeva che pensare.

Inciampò andando avanti, mentre i massi gli cadevano attorno. Non tentava di schivarli, ma loro lo mancavano comunque, forse grazie a qualche rimasuglio di irragionevole conoscenza che gli faceva mettere i piedi nei punti giusti.

“Com’è possibile?” si chiese. “Come si può comprendere la vastità del tutto?”

Ora capiva perché si dicesse che lo specchio faceva impazzire la gente, anche se nessuno gliel’aveva detto, no? Era stata solo una delle tante cose che aveva visto. Aveva visto tutto, e quel tutto era davvero troppo per una sola mente. Aveva visto tutto ciò che aveva già visto un tempo nel fumo dei sacerdoti, e un milione di altre cose accanto a quelle.

La lava esplose accanto a lui, e Dust si voltò a guardarla con sguardo vuoto, gli occhi che quasi non la vedevano. Non c’era spazio per questo dopo tutte le cose che sarebbero potute succedere, e che erano successe, e che non sarebbero mai successe, ogni cosa raggomitolata in una palla che era impossibile sbrigliare.

“Ho fatto così tanto,” disse, arrampicandosi su un pezzo di ossidiana e non sentendo neppure i punti in cui i suoi palmi si tagliavano. “Pensavo…”

Poteva vedere in modo molto chiaro ciò che aveva pensato. Prima aveva creduto che i sacerdoti avessero ragione, e aveva fatto quello che gli ordinavano. Aveva fatto ciò che i segni sembravano suggerire, anche quando questo significava uccidere delle persone che non gli erano state nemiche e che non sarebbero mai state una minaccia per lui. Anche quando si era reso conto dei giochetti dei sacerdoti, aveva fatto delle scelte che avevano fatto del male alla gente. Aveva riversato la sfortuna in un anello per causare il caos. Era venuto a caccia di Royce…

“Merito di morire,” disse Dust. “Me lo merito.”

Continuò ad avanzare barcollando, cercando di capire il modo migliore per farlo, cercando di capire cosa fare. Camminò attraverso un prato ricoperto da quelle che sembravano schegge di vetro, non curandosi se si tagliava le gambe. Con la coda dell’occhio vide qualcosa che gli correva incontro.

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