Jessica Galera Andreu - Il Clan Del Nord

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Rapito da un clan di licantropi e costretto a confrontarsi con il loro leader; in gioco, molto più della leadership.
Jaren è il figlio del re di Isalia, un ragazzo semplice e amichevole, nonostante la sua posizione, che trova il suo posto tanto agognato nell'umile villaggio di Vianta. La sua amicizia con Erik e la sua gente lo rende riluttante a tornare a casa una volta che la sua missione di soldato del re sarà finita lì; soprattutto quando l'oscura minaccia di enormi lupi che fanno a pezzi alcuni abitanti incombe sul villaggio. La conversazione del principe di Isalia con un vecchio contadino, la cui moglie è morta tra le fauci di una di quelle creature terrificanti, lo pone sulle tracce di un'antica confraternita che un tempo cacciava una strana razza di lupi. Durante una delle notti terrificanti che vivono i suoi abitanti, Jaren incontra una misteriosa giovane donna che aiuta a fuggire da quegli animali. Incapace di smettere di pensare a lei, le loro strade si incrociano di nuovo quando Jaren viene rapito da un misterioso clan che vuole metterlo alla prova. Per questo, ha una settimana in cui sarà allenato dalla bella Dayrsenne. Ma la giovane donna non è l'unica che è disposta ad aiutarlo a sconfiggere Andras, leader del clan. Nella sua vittoria o sconfitta, c'è molto di più in gioco di quanto si aspettasse.
Translator: Alessandra Marchese

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Chiuse velocemente le persiane e corse verso la libreria a prendere la lanterna. Che accese con estrema cura. Poi si voltò e usci dal cancello, attraversando a grandi passi la distesa di terreno che la separava dal recinto, verso la strada.

“Aspettate!”urlò mentre avanzava, “Aspettate un minuto, per favore!”.

La lenta marcia delle fiamme si fermò e lei capì subito che avevano sentito la sua voce. Quando arrivò al recinto riuscì a distinguere alcune delle facce che componevano quella curiosa processione. Trovarsi faccia a faccia con loro non la rassicurò affatto, ma piuttosto il contrario. Un uomo con i capelli grigi raccolti la osservava con indifferenza dall'alto di un oscuro destriero, La sua carnagione pallida contrastava con i suoi vestiti scuri, adornato da un lunghissimo mantello che gli cadeva sulla sella. Lora ebbe l'impressione che quest'uomo avesse molti anni alle spalle, ma a stento il suo volto era solcato da un paio di rughe sulla fronte e da una vistosa cicatrice che partiva dalla tempia destra fino al mento. Sorvegliando lo strano cavaliere, avanzavano altrettanti volti non meno privi di quell' inquietante alone che li faceva sembrare tutt'altro che semplici viaggiatori smarriti o frettolosi. Sembrava più una specie di strano corteo.

“C...ciao” balbettò Lora “Volevo solo avvisarvi...E' pericoloso percorrere le strade di notte.”

Quello che sembrava guidare il corteo sorrise senza che ciò variasse l'espressione del suo volto

“E che tipi di pericoli ci aspettano, mia signora?”domandò.

“Nelle ultime settimane sono stati avvistati dei lupi fuori dai confini della foresta. Hanno attaccato case, greggi e persino persone. Non voglio spaventarvi , ma...”

“Prenderemo in considerazione questi avvertimenti.”la interruppe l'uomo “Non sa quanto li apprezziamo”

La sua voce era grossa e profonda; i suoi occhi scuri e penetranti. La inquietò la confusa miscela di tonalità che sembravano fondersi in essi.

Il vento continuava a soffiare con forza e agitava con virulenza le fiamme delle torce portate da alcuni membri del quale sembrava il suo seguito. Lora sentì gli sguardi di tutti fissi su di lei, cosa che la fece sentire a disagio. Passò attraverso il suo corteo e vide che quest'uomo non era l'unico a viaggiare a cavallo. Dalla vicinanza delle luci riuscì a distinguere almeno altre due figure che montavano i rispettivi destrieri, mentre gli altri erano a piedi.

“Dovrebbe tornare a casa sua.” Un uomo di mezza età, che aveva le redini del primo cavaliere, le aveva parlato con una voce molto più dolce e vellutata. Lora lo guardò e non riuscì a trattenere un brivido, mentre si mordeva il labbro inferiore. La donna deglutì a fatica e si pentì immediatamente di essere uscita a cercare quegli strani viaggiatori. Pensò ad Hans ed alla serie di rimproveri che gli avrebbe fatto se fosse stato lì; l'avrebbe rimproverata per la sua impulsività, per il suo bisogno di aiutare persone di cui non conosceva le intenzioni, e per le poche volte che si era preoccupata di prendere delle precauzioni prima di “cacciarsi in mille guai”. Cominciò ad indietreggiare lentamente , di fronte agli intensi sguardi di quelle persone, e presto si voltò per affrettare il passo in direzione della casa. Anche voltando le spalle a quegli stranieri sentiva il peso dei loro sguardi. Perché non riprendevano la marcia? Pensò. Affrettò sempre più i passi e quasi iniziò a correre, spinta da qualcosa che lei stessa non capiva. Tale era la sua fretta di scomparire da lì che cadde faccia a terra e perse il candelabro, che rotolò qualche metro più avanti. Ancora distesa sull'erba, si voltò e guardò di nuovo quegli stranieri, che non si erano mossi. Sentiva il cuore salirgli in gola, con l'aiuto delle sue mani tremanti si rialzò e corse goffamente verso casa. Attraversò la soglia e, tirando un sospiro, appoggiò la schiena contro la porta non appena fu chiusa. Non aveva nemmeno sentito il cambio di temperatura rientrando, stava ancora tremando ed era irrigidita. Cercando di riprendere fiato, spostò lo sguardo sul caminetto: il fuoco era spento e non le ci volle molto per rendersi conto che il freddo che la avvolgeva non era solo un prodotto della paura. Si strinse le braccia intorno a sé e si avviò timidamente verso la cucina, la cui porta sul retro era aperta.

“Black!”esclamò con un filo di voce.

Immobile nel mezzo della stanza, si voltò e scoprì che dall'altra parte delle finestre non c'era più traccia di quegli strani viaggiatori. Rivolse di novo la sua attenzione verso la cucina e non poté più nemmeno pensare di gridare: un branco di lupi la braccavano ringhiando, con contenuta impazienza e accattivante desiderio. Gli oscuri animali che le si avventavano addosso fu l'ultima cosa che i suoi piccoli occhi riuscirono a vedere, prima che sentisse un dolore acuto e straziante, preludio dell'oscurità più assoluta.

Vianta

Il sole era già iniziato a calare sul firmamento del piccolo villaggio di Vianta, quando gli zoccoli di cavalli fecero rimbombare la terra e i mormorii tra gli abitanti del villaggio si accesero come polvere da sparo, di bocca in bocca. Le voci sull'arrivo del giorno più atteso per loro stavano per diventare una realtà palpabile e tangibile, ma tennero a freno le loro emozioni affinché non ne avessero avuto la totale certezza. I primi soldati entrarono al trotto nel villaggio, facendo si che la gente del posto si fermassero nelle loro faccende per non perdere i dettagli dell'accaduto. La moderazione era palpabile nell'atmosfera, e le risate nervose si combinavano con la paura e il sospetto per quello che alla fine sarebbe stato il futuro di quel luogo remoto.

A poco a poco i soldati si fermavano e accettavano i doni che gli abitanti del villaggio gli offrivano al loro arrivo, dopo cinque giorni di assenza, anche se nessuno di loro osò chiedere quanto accaduto. All'improvviso un destriero nero entrò velocemente nel villaggio, obbligando i soldati e gli abitanti a ritirarsi rapidamente, molti di essi trattennero le loro imprecazioni appena scoprirono di chi si trattava.

“Jaren!”gridò una voce tra la folla.

Il ragazzo rallentò e ritornò sui passi del cavallo, finché non fu accanto a colui che lo aveva chiamato.

“Erik” lo salutò, “Buongiorno”

Erik notò, poi, il sangue che macchiava il viso del suo amico dalla tempia sinistra al mento, tracciando un inquietante solco sulla sua guancia. Sembrava ancora fresca e si chiese se la ferita fosse grave, anche se il sorriso sul volto dell'altro giovane gli fece scartare la possibilità.

“Che è successo?”chiese il ragazzo, accigliandosi. “E' vero quello che dicono?”

Jaren scese da cavallo senza perdere il sorriso che gli illuminava il volto, nonostante i lividi e le contusioni.

“Quasi mai” rispose “Cos'è che dicono?”

Erik non disse nulla e continuò a scrutare il viso del ragazzo in cerca di una risposta, un indizio, che rivelasse ciò che avrebbe poi finito per raccontare.

Jaren si posizionò vicino al pozzo al centro della piccola piazza e si aggrappò alla fune che si aggrovigliava intorno alla carrucola per sollevare e abbassare i secchi.

“Signore e signori di Vianta” gridò “la guerra è finita. Likara si è arresa e non ci saranno più attacchi.”

La moderazione lasciò il posto a un'esplosione di gioia ed euforia; alcuni piangevano increduli dopo diversi mesi di sofferenza, morte e distruzione, mentre altri si abbracciavano e correvano a dare la bella notizia a coloro che non lo avevano ancora saputo.

Non furono in pochi che circondarono Jaren quando scese dal pozzo, riempiendolo di gratitudine, lacrime di gioia e abbracci.

Quando riuscì a liberarsi dal tumulto, tornò da Erik, che lo stava aspettando appoggiato alla sua stampella. A volte la sua lesione non gli dava problemi e poteva camminare senza alcun aiuto o sostegno; altre volte, invece, la gamba malconcia gli faceva male e soffriva al punto che non era nemmeno in grado di camminare. A Jaren sarebbe piaciuto che quel giorno fosse uno di quelli in cui poteva correre e saltare, perché nei tre mesi in cui era stato lì era arrivato ad apprezzarlo davvero e a sentirlo come un fratello.

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